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Etnomusica 9: Sulla strada degli Zingari - 2 parte

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 22/08/2012 04:30:44

ETNOMUSICA 9: SULLA STRADA DEGLI ZINGARI (seconda parte).

Tratto da Musica Zingara: testimonianze etniche della cultura europea di Giorgio Mancinelli, MEF Firenze Atheneum, premio letterario LAutore per la Saggistica, 2006.

Dipinto in copertina: (V. Van Gogh: Carovana degli Zingari vicino ad Arles).

A piedi nudi seguono le stelle
E sono insieme nel vento e nella pioggia
Dalla nascita fino alla morte.

Che importa il paese fratello,/
prima di tutto ci sono gli uomini / e le melodie.

Non bisogna / sollevare le sciabole.../
ma nascondere fino alla morte /
il quadro del proprio dolore /
moltiplicando la propria giovinezza /
e scavalcare il destino.

Restare l / quando tutto crolla: /
sotto le iucche danza la vita. (1)

(anonimo zingaro)

Dove vanno le rondini quando disegnando contorni screziati di nero sallontanano nellazzurro del cielo che tende allimbrunire?
Ed ecco, nel tempo sospeso di un interrogativo, spalancarsi davanti ai nostri occhi innumerevoli cieli solcati di nuvole dargento e di piombo, di tramonti doro e di rame, di carri stellati che si rincorrono per il firmamento e di un numero incalcolabile di lune che vagano nella notte. Forse l che vanno i figli del vento come qualcuno poeticamente li ha definiti prima ancora di chiamarli gli zingari senza una ragione apparente, senza un vero perch, verso quel cielo lontano dove sono dirette le rondini, sicuri che per ogni orizzonte cui andranno incontro ci sar sempre una luna diversa e altrettante stelle a dar loro la certezza che non si perderanno.
A differenza delle rondini gli Zingari vanno senza fermarsi mai, attraverso montagne irte e distese solitarie, specchi dacqua e fiumi profondi, valichi innevati e valli dorate, aride steppe e foreste di alberi nodosi, cresciuti troppo alti e troppo in fretta, ai margini delle citt metropolitane. Il loro cielo rappreso di sguardi lontani, di speranze incolmabili. Un cielo diverso per ogni diversa contrada. Vanno incontro a gente diversa, di diversa estrazione, lungo le strade misteriose e sconosciute del loro infinito peregrinare, segnate da interminabili passi, attraverso i lunghi silenzi delle loro notti. Vanno, come ombre che il vento sospinge verso mete sempre pi lontane, forse soltanto sognate, sferzate da una ostilit crescente che osteggia la loro gi difficile sopravvivenza.
La musica viaggia con loro tra struggenti grida damore, improvvisazioni e ritmi tribali, con la voce di chi, ancora oggi, ha scelto di non restare imprigionato nei confini di nessuna nazione, di alcuno stato. Una musica che non ha bisogno di note e spartiti per viaggiare nel tempo e nel vento: che non conosce confini o barriere e che fatta di tante altre musiche e diversi modi di eseguirle che, quasi ci permesso dire che non conosce tempo e, per estensione che fuori del tempo. Poich essa rappresenta la forma del tempo, assunta nel superamento delle barriere del linguaggio e delle tendenze musicali pi o meno originali di questo o quel popolo con cui entrata in contatto e, per il tempo pi o meno lungo della sua sedimentazione.
Una musica che non conosce la sua forma passata ma solo la forma presente che prende vita durante il tempo della sua esecuzione, e che per questo, si dice difficile da catturare. Viva in quanto dal vivo procede il suo esecutore materiale, per il quale la sua esecuzione musicale e tempo dascolto sono la stessa cosa, poich rappresentano il vissuto temporale e aleatorio del suo essere musicista. Considerata nelle sue molteplici sfaccettature, la versatilit che si accompagna al fatto musicale, accomuna tutti gli Zingari in un ipotetico ceppo di appartenenza relegato a un lontano passato senza memoria come per un misfatto del destino che essi sembrano aver rimosso o, debitamente occultato, a causa di un trauma originario ancora oggi privo di riferimento storico.
Versatilit che tuttavia ha permesso loro di dare forma a linguaggi musicali diversificati, con implicazioni talvolta profonde, confluiti in modo trasversale dalla radice etnica originaria, allinterno del folklore popolare e che, in qualche modo, ha contribuito alla trasformazione in atto della nostra sensibilit musicale. Di essere, se osservata in senso critico, di fronte a una fase evolutiva della musica mondiale, partecipe dello straniamento dovuto alla sua globalizzazione, trasformata in una sorta di finzione perch ricreata in sala dincisione, ove persa ogni connotazione di riferimento etnico e musicologico proprio per il fatto che non tutti gli elementi sono rappresentativi di formazioni autentiche zingare. Soprattutto, per effetto di implicazioni commerciali che, in qualche caso, hanno contribuito negativamente al crescendo intrinseco della musicalit zingara, entrata successivamente, attraverso le divergenze del jazz, nelle attuali tendenze del rock e della world-music.
Di contro, va qui considerato che per il musicista zingaro, fare musica non ha affatto una funzione di mero intrattenimento o di soddisfazione estetica, bens un momento fondamentale di riconoscimento individuale, futuro punto di coesione di tutta la comunit alla quale egli appartiene. Il musicista zingaro, infatti, non definisce per scelta i confini fisici della propria creativit ma riconosce il proprio naturale intuito che si sprigiona libero attorno al fuoco acceso nellaccampamento, sotto il cielo stellato. insita nellanimo zingaro la necessit primaria di esprimere attraverso la musica il proprio individuale sentimento che mette al servizio del proprio gruppo di appartenenza. Per quanto, lindividualismo delle proprie idee, non che unillusione priva di significato, che il tutto rappresentato dalla famiglia comprendente, oltre al proprio nucleo, tutta la parentela, con la quale vengono mantenuti rapporti di convivenza.
Per lo zingaro la musica per se stessa colui che suona, espressione profonda di ci che egli porta dentro di s che improvvisamente si sprigiona, che sinfuoca dentro il presente, cos come al presente egli rivolge la sua estemporanea esecuzione. Va inoltre tenuto in considerazione che sia essa di festosa gioia come nella hora lauterasca, o colma di malinconia profonda come nella doina rumena, o accesa di struggente passione nelle oscurit delle cuevas gitane; che insegua i fantasmi della notte come nel duende, o che si prostri al religioso misticismo di una saeta durante la ricorrenza della Seimana Santa. In mancanza di altre forme espressive quali sono luso di immagini e la scrittura, o la notazione musicale del tutto inesistente, la musica rimane il punto pi alto dellespressione culturale zingara, inquanto fonte di espressione di sentimenti e creativit artistica che, altrimenti, non siamo in grado di attestare. Una musica che parla damore e di passioni, di libert e di orgoglio e, soprattutto, della vita nomade e del nomadismo cui come popolo, gli Zingari, malgrado le inadempienze imposte dai confini territoriali e dalle leggi degli stati nazionali, ancora oggi di affermare.
Chi (davvero) sono i figli del vento?
In generale le opinioni sugli Zingari spaziano dallinteresse allo stupore. Le descrizioni che ne vengono fatte sottolineano anzitutto la diversit dellaspetto esteriore: il colore scuro della pelle, i capelli lunghi talvolta annodati e la barba incolta per gli uomini; i fazzoletti multicolori che avvolgono la testa delle donne, il loro indossare un numero eccessivo di costumi uno sullaltro, i lunghi scialli legati alle braccia nei quali portano i bambini, il vociare disordinato apparentemente sconnesso con il quale attirano lattenzione, il portare molti monili doro malgrado il loro aspetto miserabile.
Le prime cronache che li riguardano risalgono agli inizi del Quatrrocento, in cui vengono descritti come: gentes non multum morigeratae, sed quasi bruta animalia et furentes, ossia gente tuttavia non troppo morigerata, simile a unorda di animali selvatici e di ladri. Allo stesso modo in un cronicha pi tarda, sono descritti magri e negri che mangiavano come porci in aggiunta a che le donne truffavano la gente con la chiromanzia. Il loro aspetto nel maggiore dei casi considerato ripugnante, uomini e donne sono gli esseri pi poveri mai visti a memoria duomo, come appunto riporta unaltra cronicha del tardo Seicento.
Lo storico Adriano Colocci (2) ancora nellOttocento, nel ripercorrere le tappe della loro storia, riferisce che: Gli Zingari strano popolo! (..) Era in principio del secolo decimoquinto (..) quando si videro sbucar fuora da mille parti queste orde ariane e scorrere, furtive e inermi, tutta quanta lEuropa, cangiando incessantemente dimora, stupefacendo per la bellezza delle loro donne, favellando idiomi strani, praticando usanze arcane e diaboliche, adorando forse in segreto iddii sconosciuti.
Franoise Cozannet (3), nel tentativo di esplorare il mondo interiore di questa comunit umana misconosciuta, a suo tempo scrive: Quando gli Zingari arrivarono in Europa, molto tempo dopo le grandi migrazioni, non erano altro che nomadi, troppo pochi e arrivati troppo tardi, in un mondo le cui strutture erano ormai fissate. Le loro attivit economiche di sussistenza perci palesano una forma parassitaria rispetto alle attivit dei sedentarizzati. Di qui la diffidenza e il timore dellimmagine pi abituale dello zingaro (..) che abitualmente difende il mistero delle sue strutture sociali dalla curiosit e dal timore del mondo esterno.
La situazione non sembra migliorare se ancora nel 1999 Antonio Tabucchi (4) li descrive nel seguente dei modi: Sono privi di tutto. Non hanno nessun tipo di infrastruttura, n di sussistenza. Spesso neppure i documenti che provino che esistono come creature. Solo il loro corpo testimonia che essi sono persone vive, in questo breve deserto senza alberi e senza erba che loro concesso a questo mondo.
Ecco qui reso manifesto quello che il contesto tipico in cui gli Zingari appaiono alla nostra considerazione, costituito da una parte dallessere vagabondi e quindi aditi alla delinquenza che dipende dalla loro condizione di nomadi; dallaltra, dal loro misterioso occultare un minaccioso mondo magico che, ancora oggi, nel terzo millennio, offre una loro immagine decisamente negativa. Esattamente come lo zingaro apparso a Paulo Cohelo (5), il quale in una sua opera lo ravvisa nelle fattezze del diavolo: L, seduto sul terreno, un uomo sui cinquatanni, dai capelli neri e laspetto da zingaro, stava frugando nel suo zaino in cerca di qualcosa. (..) Gli domandai chi fosse lo zingaro. (..) Petrus, pens che lo zingaro fosse il demonio. S, lo era.
Se si considera laspetto funzionale di queste diverse immagini convenzionali, ci si accorge che esse svolgono un medesimo ruolo negativo, in quanto razionalizzano barriere reali fra i non-zingari (gadj) e gli Zingari veri e propri ma, anche, fa distinzione fra i gruppi nomadi e le popolazioni stanziali in rappresentanza duna loro presunta civilizzazione. Mentre la specificit dellintera popolazione zingara che va qui presa in considerazione e che, per cos dire, assume in s un valore esemplare: per essere riuscita ad affermare pur nelle infinite contrariet, una sua continuit attraverso il proprio inserimento nelle diverse societ.
Gli Zingari vero risponde Vanko Rouda (6) sono esseri umani isolati dalla societ, che vivono fuori delle cultura, residenti nella periferia dei villaggi e nei sobborghi delle grandi citt; ma sono gente come noi, che vive in mezzo a noi, che ci chiama con grida di colore e di luci. Tutti i momenti della luce. Il blu intenso del cielo, il verde tenero dellerba. Tutta la scomposizione della luce che musicalmente parlando fa parte del loro sguardo interiore. Conferma Petru Radita (7): vero, vivono in miseria, vagabondando, vestiti di stracci colorati, sono sempre affamati, per si amano tra loro. Amano la vita e la natura nel seno della quale vivono, amano le stelle, la luna che risplende per loro nella notte e il sole che li riscalda, che riscalda i loro cuori, risvegliando in loro sentimenti damore.
Quellamore che scrive Marcella Uffreduzzi (8) elemento essenziale alla vita dello zingaro, nella famiglia, nellamicizia, nella solidariet. Amore per la natura e per i paesaggi, amore per la Madre Terra. Essa intravista tramite la grandezza della foresta, la polvere della strada, la nuvola nera, il temporale, il vento, la leggiadria di un fiore. (..) Cos che ognuno riconosce ul suo posto, oltre i mari, le montagne, le frontiere.
Come ci dice Derek Tipler (9): Per noi Zingari, la vita insita nella parola rom che infatti significa uomo; il fulcro attorno a cui gravitano le cose. Per cui la libert lessenza del nostro vivere, la ragione per la quale noi viviamo la nostra vita come vogliamo. Per noi laltra costa della collina sempre pi verde di quella dove abitiamo, e una frontiera una sfida interessante piuttosto che un ostacolo insormontabile.
Sfida che riferita allo zingaro Federico Rasetschnig (10) poeticamente interiorizza con: Larmonia delle sue voci e dei suoi silenzi, con il cacofonico concerto di mille fragori assordanti e artificiali, e la sua pace bucolica, con gli spietati assilli di un ritmo di vita che non concede tregua. (..) Ma che, al tempo stesso, plasma il suo abito mentale, complicato da superstizioni, da credenze singolari e da una mentalit pittoresca, dalle tendenze tuttaltro che conformiste, ribelli e talvolta persino asociali.
Cosa accomuna gli Zingari gli uni agli altri?
Risponde Giulio Soravia (11): Un elemento che sfugge alle categorie di pensiero occidentale, quello che costituisce il ponte pi ovvio tra la cultura zingara attuale e le sue origini. Si tratta di quella flessibilit di pensiero, di quella tolleranza alle diversit, di quel senso di unit, pur nel rispetto delle differenze, che sono una delle pi grandi conquiste del genere umano. Quella capacit di assimilazione onnicomprensiva che ingloba tutto e tutto riproduce in forma nuova, spesso irriconoscibile, e che la vitalit zingara rende nei tratti pi pertinente e pi prepotentemente autentica.
Per Petru Radita (12): Lautenticit degli Zingari da ricercarsi nellaver fatto del mito lelemento portante di tutta la loro cultura; allorigine di tutte le usanze, del modo di porsi di fronte alla vita, e che permette di ritrovare in questo singolare gruppo umano le caratteristiche di una sacralit che non semplicemente sincretica, che ha qualcosa di originale rispetto a tutto ci che ha assorbito dai vari popoli e religioni.
Cosa realmente significa essere Zingari?
Scrive ancora Vanko Rouda (13): avere altra carne, unaltra anima, unaltra pelle, istinti, passioni, desideri. un altro modo di vedere il mondo con sentimento, odiare il routinario, il metodico castrante. Convertire in unarte sottile, in fantasia e libert, la vita. Fare di tutto un invito, assaporare, darsi, sentirsi. vivere!.
Secondo Derek Tipler (14): Si tratta sempre e comunque di unesperienza personale di vita-in-diretta, e la capacit di riconoscere valori umani anche in quelle culture trascurate o disprezzate, capaci invece di affermare qualche lezione di saggezza.
Conclude Marcella Uffreduzzi (15): Per gli Zingari la vita fatta per essere vissuta intensamente, non si pu riflettere o filosofare su di essa. Se esiste una filosofia zingara, questa imperniata sulluomo centro delluniverso. La libert allora lessenza di un modus-vivendi, lunica ragione di vivere. Lunica possibile.
Ecco che alla luce di tali affermazioni lessere zingaro ritrova, inaspettatamente, quellautenticit che gli propria e che, da sempre, gli viene negata. Cio essere egli quell uomo libero che, insito nel suo stesso nome Rom, avevamo trascurato fin qui di considerare: un nomade, non un vagabondo da espellere dalla societ, o un ladro da consegnare alle autorit. Che, piuttosto, definirei un ospite, se vogliamo, sempre un po furtivo e misterioso, che ha mantenuto abitudini diverse dalle nostre. Tuttavia sbagliato trasformare una possibilit dincontro fra culture diverse a causa di un unico problema isolato che, invece, va considerato dentro un processo naturale di diversit, che insieme fonte di arricchimento dialettico, da cui pu derivare un costruttivo progresso culturale.
LEuropa del futuro deve prestare attenzione a tutto questo se vuole progredire nella democratica convivenza delle genti che la formano, poich uno dei pi gravi errori commessi in passato proprio la convinzione della propria superiorit sugli altri e che, col senno di poi, la sta portando alla rovina. Non a caso Sir Edward Evans-Pritchard (16) ci ha spesso ragguagliati dellenorme ...debito che lOccidente ha nei confronti delle culture cosiddette minoritarie; soprattutto verso quelle pi fragili o precarie, dalle quali tanto potremmo apprendere anche sul valore della nostra.
Pi recentemente lantropologo Arnold Toynbee (17), nella sua opera Incontro e mescolanza di razze ha evidenziato, una componente dellintero processo di interazione fra i popoli che lo ha portato, in modo estremamente drammatico, a scrivere: Il maggior e avvenimento del secolo ventesimo stato limpatto della civilt occidentale con tutte le altre forme di organizzazione sociale esistenti al mondo, impatto tanto poderoso e capillare da aver sconvolto e rivoluzionato la vita di tutte le sue vittime, minando alle fondamenta il loro modo di essere, le loro prospettive, i loro sentimenti e i loro credi.
Fatto, questo, che dovrebbe allarmarci sulla reale capacit di adattamento e di mescolamento che lumanit dovrebbe assolvere con lambiente e che non fa, e sulla priorit di accesso a quelle che sono le reali risorse sociali. Considerato che, contrariamente alle credenze comuni, nessun nomade vaga a caso, e che tutto dipende dalle risorse e le possibilit di sfruttamento dellambiente e della societ in cui il nomadismo si rende possibile, non vedo quale via duscita avremmo noi se un giorno tutte le porte ci venissero sbarrate, come noi facciamo con gli Zingari e non solo con essi. Applicando qui, una sorta di tecnica di straniamento dalla realt attuale, non vedo altre vie se non un restrittivo e catastrofico ritorno ai primordi in cui lantropofagia era pratica comune a tutti i ceppi umani.
Fortunatamente, accanto al movimento dei pessimisti pi eterogenei, vi sono ancora individui altri che si dislocano in modo autonomo un po ovunque e che sfuggono a questo catastrofismo, vuoi per presenziare e dare continuit ai cosiddetti riti di passaggio; vuoi per fronteggiare necessit che in qualche modo li rimettono in viaggio, auto-escludendosi, per cos dire, da quella fine da topi sedentarizzati che si prefigura essere il destino del resto dellumanit. dunque a quei singoli esponenti del nomadismo, a quegli spiriti liberi che vagano per le contrade dellEuropa tutta che, pur andando incontro a mille difficolt, che questa ricerca si rivolge con la man o protesa alla solidariet, affinch prevalgano i principi di uguaglianza e di fratellanza e, al loro riconoscimento in qualit di cittadini del mondo cui gli Zingari, popolo nomade per eccellenza, fanno riscontro.
Noi non cerchiamo di insegnarvi
Come vivere la nostra vita,
perch voi
volete imporci la vostra?

(Derek Tipler)

Que ningn hombre vagabundo no sea osado de vivir en la ciudad, que no tenga amo, sino fuere hombre labrador, so penade cien azotes, y que lo echen fuera de la ciudad: porque as est mandado, y pregonado antiguamente, desde el ano de mil y cuatrocientos y dos anos.
Che nessun uomo vagabondo osi vivere in citt, che non tenga casa, anche se un operaio (lavoratore), pena cento frustate, e che lo portino fuori della citt: poich cos stato ordinato e gi ripetuto in passato, fin dallanno mille e quattrocentodue.
davvero lontano il tempo in cui questa Ordinanza di Siviglia prescriveva quanto appena letto? Da allora, con frequenza costante, la societ dei gadj (noi occidentali) ha manifestato attivamente contro gli Zingariche per molti aspetti difficile da comprendere e ancor pi difficile condividere il loro stile di vita. Occorre per considerare che talune forme di devianza sociale non sono peculiari alle genti zingare ma, pi spesso, sono la conseguenza del secolare rifiuto opposto loro dalle societ circostanziali. Oggi, consapevoli di trovarci di fronte ad una realt complessa e in qualche modo indecifrabile, anche noi viviamo una fase di costanti mutamenti e in mezzo a situazioni di disgregazione sociale che somigliano a una perdita didentit mai vista prima, tale da sembrare ormai irreversibile.
Daltra parte assistiamo, per nostra fortuna, al sorgere di segnali contrapposti di speranza e rinnovamento che ci danno la forza di andare avanti, quasi a voler testimoniare una presa di coscienza da parte di frange volenterose, sempre meno, che sentono il dovere di non restare indifferenti di fronte al problema della sopravvivenza dellumanit tutta, assunta nel processo di formazione di una coscienza ultranazionale che dovrebbe sfociare in una pi ampia cultura comunitaria.
Unopinione auspicabile che dovrebbe essere altres condivisa dalla maggior parte degli osservatori e dei responsabili delle politiche interne in seno al Consiglio dEuropa e delle Nazioni Unite. Ma non cos. Lostilit verso gli Zingari e tutti i gruppi etnici minoritari da sempre uno dei fattori negativi del sentimento nazionale di molti popoli verso gli altri, spesso accompagnato da fenomeni xenofobi, in ragione di unavversione storica, mai venuta meno, verso tutti coloro che sono al di fuori delleconomia comunitaria.
Divergenza questa solo di opinione, che ha spinto molti governi a condannare lo stile di vita nomade come un anacronismo dal quale le vittime devono essere liberate e obbligate a diventare sedentarie: vale a dire a mettersi al passo, culturalmente e socialmente, con il resto dellumanit. E ci, non perch i suoi componenti nomadi siano pi primitivi dei sedentarizzati, o perch conducono un tenore di vita pi semplice dal punto di vista materiale, il che facilmente riscontrabile, bens perch rimasti bloccati in una condizione di arretratezza inaccettabile, dalla quale il resto dellumanit ormai uscita da tempo.
vero, non c nobilt nellignoranza come nella povert o nella malattia, eppure quelle genti cos irrazionali e forse superstiziose, hanno avuto la consapevolezza di appartenere a questo smisurato universo che noi, esseri razionali, probabilmente non conosceremo mai, e lo hanno fatto con grande dignit. Vi sono tuttavia dei cambiamenti che lasciano intravedere un cammino verso una presa di coscienza diffusa, sul piano sociale e politico che, nel corso degli ultimi anni si andata delineando, e che ha visto la nascita di forme associative e di movimenti di portata internazionale a sostegno della causa zingara, a favore del riconoscimento e a tutela della loro cultura.
Scrive Sergio Franzese (18) lanciando un appello dalle pagine di Internet: Tutti noi, siamo chiamati a difendere il diritto alla diversit che, nel caso degli Zingari, costituisce forse lultima sfida a un modello di vita abbarbicata alla speculazione ed al cemento. Il loro futuro dipende da noi; essi continueranno ad esistere nella misura in cui la nostra societ sapr rispondere ai loro problemi ed alle loro aspirazioni.
Esiste in proposito, unampia documentazione inerente alla volont di risolvere quella che pi comunemente chiamata la vicenda zingara, a cominciare dallUNESCO impegnato nel dare unistruzione scolastica ai bambini zingari, il cui diritto sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dellUomo; seguono la Comunit Europea con fondi destinati specificamente agli Zingari nel quadro delle iniziative contro la povert; e, ovviamente, Amnesty International che si esprime in difesa dei diritti dei nomadi. Tuttavia, fin qui, tutte le iniziative prese sembra abbiano portato a favorire una loro crescita culturale o ha portato a un loro stile di vita socialmente accettabile, perch risulta sbagliato il principio di fondo.
Non nel voler integrarli in strutture a loro non confacenti, farne dei sedentarizzati umiliati o cancellare la loro cultura, di cui tra laltro vanno orgogliosi, che si pu risolvere il problema; bens lasciare loro la possibilit di attraversare le frontiere, ricavare dal suolo quello di cui hanno bisogno, e pretendere dalle societ industrializzate di provvedere, secondo le possibilit, al loro sostentamento. Questo, in funzione del fatto che ogni cultura, anche la pi miserrima che va perduta, rappresenta una perdita di una parte grandiosa della cultura dellumanit, e questo non possiamo e non dobbiamo permetterlo. Non ci preoccupiamo forse della sopravvivenza delle specie animali e vegetali, delle quali abbiamo gi perso una gran parte? Con esse, va detto, abbiamo perso una gran parte della conoscenza universale. Si pensi allo sterminio dei pellerossa negli States, degli aborigeni Australiani, degli indios dellAmazzonia, dei pigmei in Africa e quantaltri di cui non sapremo mai della loro esistenza.
Di fatto, una perdita di gran parte della nostra stessa conservazione. Va qui ricordato che non c cosa peggiore che dismettere la cultura della sopravvivenza delle specie, siano esse umane, animali che vegetali, e ben presto noi stessi saremo avviati verso lannientamento definitivo. Anche per questo i nomadi, sfavoriti o perseguitati scrive Arthur R. Ivatts (19): ..sono lunica minoranza che, a nessun livello, riuscita a farsi rappresentare da se stessa. Per far ascoltare la propria voce i nomadi continuano ad esprimersi attraverso gli altri, e questo non giusto, non pu continuare cos, vanno in qualche modo riconosciuti come entit etnica allinterno del conglomerato umano.
La situazione si presenta oggi, per certi versi, diversa, o almeno lo in parte; non vengono emanati editti, non si ricorre alla deportazione in massa, non vengono mandati a colonizzare terre aride e paludose, anche se nel Giorno dellOlocausto, qualcuno dovrebbe ricordare il massacro perpetrato dai nazisti di circa un milione di Zingari: ma tutto questo non che un atroce ricordo del passato, dobbiamo guardare al futuro, a quel futuro che gi oggi scrive Vanko Rouda (20).
Va qui ricordato che nel 1981 il Consiglio dEuropa di Strasburgo si interessato delle questioni del popolo viaggiatore (per non usare lappellativo di nomade) ed ha invitato i Governi della CEE a riconoscere gli Zingari quale minoranza etnica e al ..dovuto rispetto della loro cultura e della loro lingua. Ma solo dal 1989 che il Consiglio dEuropa ha adottato la suddetta risoluzione. Ce ne da notizia Bruno Crimi (21) nel suo articolo apparso in Panorama, Luglio 1990: ...nel preambolo si afferma che la cultura e la lingua degli Zingari fanno parte, da oltre 500 anni, del patrimonio linguistico e culturale della Comunit Europea, sebbene non venga in seguito specificato cosa sintende per cultura degli Zingari.
Secondo Jean-Pierre Liegeois Ligny (22), professore allUniversit Descartes di parigi e responsabile del Centro di Ricerca sugli Zigani: Questa dichiarazione un passo in avanti verso il riconoscimento e il rispetto di comunit culturali che non hanno alcun riferimento territoriale e che ancora oggi vengono respinte, perch considerate marginali.
Come sottolinea Rita Capponi (23), segretaria nazionale dellOpera Nomadi: un piccolo fatto straordinario di cui tutti dovremmo tener conto. Le testimonianze fin qui raccolte hanno dimostrato questa tesi. oggi sappiamo che il nomadismo sviluppatosi a beneficio dellintera umanit non pu essere ricondotto alla sedentarizzazione come allo stadio finale del suo sviluppo. Bens considerato pi vicino allo stadio contingente della sopravvivenza.
Le premesse non nascondono la necessit di approntare un tavolo di dialogo per una convivenza ormai necessaria in cui si pone lurgente problema della sopravvivenza e dellintegrit della cultura del popolo Rom. Numerose fondazioni e organizzazioni umanitarie hanno di recente finalizzato una coscienza comune in confronto dei popoli minoritari, ma non risulta si adoperino al recupero della identit etnica degli Zingari, o siano impegnate a riconoscere agli Zingari una qualche forma di nazionalit a se stante, universalmente accettata. Una petizione a questo scopo stata inoltrata alle Nazioni Unite.
Delegati di ventisei paesi si sono dati convegno a Pregny, in Svizzera, in rappresentanza di tutte le trib nomadi del mondo che, Marco Sorteni (24) dice essere stato: Un Congresso apparentemente come tutti gli altri, signori in giacca e cravatta, mozioni, contromozioni, cabine per la traduzione simultanea, osservatori di organismi internazionali. Scopo del Congresso, quello di interrompere una tradizione di incomunicabilit, creando attraverso un comitato internazionale un interlocutore tra il mondo dei gadj e le strutture rappresentative che questa societ si data e quello senza patria degli Zingari. I congressisti hanno infine decretato di riconoscersi come un unico popolo sotto la denominazione di Rom, accomunato sotto ununica bandiera di colore verde e blu, i colori del cielo e della terra su cui campeggia una ruota di carro, simbolo degli Zingari erranti su tutta la terra.
Che significa allora essere Zingari?
Sappiamo come gli Zingari per procacciarsi di che vivere si sono adattati ai diversi mestieri nel corso delle loro migrazioni. Oggi, il mondo industriale ha tolto loro ogni possibilit di reddito da lavoro manuale artigianale cherano per gli Zingari fonte di sostentamento eccezionale. Ridotti pressoch in miseria, dediti allaccattonaggio, schiavi della societ avanzata che li affama e li priva della libert di spostarsi da un luogo allaltro lungo le tappe di quel nomadismo di cui non riconoscono pi neppure i sentieri. Tuttavia non si sentono affatto umiliati e si dicono fiduciosi nel rivisitare il mito di una societ primordiale a ricchezza comunitaria. Che abbiano ragione loro?
Gli Zingari, a differenza dei gadj sono semplicemente felici dessere quelli che sono, oppure? La domanda ovviamente tendenziosa. Gli Zingari hanno un certo sprezzo per i non-zingari, pari o forse maggiore dellavversione che hanno sempre incontrato da parte nostra. Sebbene la loro venga considerata dai pi una libera scelta, volutamente in contrasto con la nostra. Noi gadj sappiamo di essere succubi di una compromissione sociale che abbiamo ereditato dal passato e non dovremmo prendercela se gli Zingari, a loro volta, provano commiserazione per quanti hanno avuto la disgrazia di non essere Zingari, o siano stati privati della loro libert.
Dice ancora Vanko Rouda (25): Non si pu separare il popolo zingaro da tutto il suo accompagnamento magico che rappresenta il suo essere diverso, insieme a tutto lorpello delle sue manifestazioni esteriori. Si deve tenere anche in conto lo scetticismo, la saggezza, la profondit dei pensieri di questo popolo, forse il pi antico del mondo, la cui storia non si racconta attraverso secoli ma attraverso i millenni. Lo zingaro accetta il ritorno cosmico alla natura; accetta il dono della sua energia affinch essa rinasca in altre forme. C in questa sottomissione il principio del fatalismo zingaro che si libra allamabile carezza della natura seduttrice e materna. Da sempre egli dorme sul seno della natura disdegnando le cose passeggere e le debolezze umane, la saggezza zingara si attacca solo al perdurare di questa natura, avendo egli visto tutto, certo che sarebbe follia voler arrestare il suo corso, lo scorrere del tempo e della vita.
E noi, chi siamo noi?
Se, da una parte, il benessere attrae tutti e alcuni zingari hanno optato per la vita dei gadj, avere una casa solida sopra la testa o sostituito il carro coperto di stracci con moderne roulotte dotate di tutti i confort, dallaltra, il nomadismo caratterizza ancora un po tutti quanti, indistintamente Zingari e gadj. Oggi, nellera dei facili trasporti siamo tutti un po nomadi e forse anche un poco Zingari; vuoi per ragioni di lavoro, spostandoci da un capo allaltro della citt, quando non addirittura di citt in citt o di paese geografico; vuoi per ragioni di svago per cui optare di attraversare gli oceani e i continenti.
La globalizzazione tuttora in atto ha reso necessari una patente di guida internazionale, il saper leggere le indicazioni urbanistiche metropolitane nelle diverse lingue diverse dalla nostra, e ha fatto in modo che cambiassimo le nostre abitudini, la nostra alfabetizzazione come condizione necessaria per farci riconoscere, per commercializzare i nostri prodotti, esportare allestero la nostra cultura e la nostra arte. Quanto rester di noi, di ci che eravamo allorigine, della nostra societ, se non salvaguardiamo lumanit cui pure apparteniamo?
Cosa significa, al dunque, essere Zingari?
Ed ecco che la domanda che ceravamo posta allinizio non richiede pi alcuna risposta, ormai. Tuttavia linterrogativo resta e con esso lulteriore dubbio: che sia questo il segreto essere della loro eterna giovinezza? Non ci rimane che affidare i nostri passi al vento, nella speranza di incontrare zingari felici a mostrarci il senso, la vita migliore cui affidare i nostri passi e incamminarci con essi l, dove le rondini vanno. Poi si seguono le nuvole, le ruote del carro, assieme con le donne e i bambini, le tende, gli attrezzi, fin dove...
Oh, per andare dove? Non ha importanza ormai. Ovunque ci sia un pascolo, ovunque ci sia un fuoco, avendo per compagna la luna, per amiche le stelle, per tetto il cielo. cos che infine, linizio coincide con linizio del viaggio, lUno con il Tutto, nel ciclo delleterno ritorno.
Se non sai,
siediti tranquillo
e fissa intensamente il fuoco.

(proverbio zingaro)


Note:
(1) da Lunes Nomades di Sandra Jayat, tradotte da Fulvia Alemanno.
(2) Adriano Colocci, Gli Zingari. Storia di un popolo errante, Arnaldo Forni Ed. Ristampa anastatica delledizione di Torino, 1889.
(3) Franoise Cozannet, Mythes t coutumes religieuses des tzigannes , Payot, Paris 1973
(4) Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento, Feltrinelli, Milano 1973
(5) Paulo Cohelo, Il cammino di Santiago, Bompiani, Milano 2001
(6) Vanko Rouda (intervista), in La Voix Mondiale Tzigane, Parigi s.i.d.
(7) Petru Radita (intervista), in La Voix Mondiale Tzigane, Parigi s.i.d.
(8) Marcella Uffreduzzi, Canti zigani, Sabatelli Ed., genova 1973.
(9) Derek Tipler (intervista), in Lacio Drom, Roma s.i.d.
(10) Federico Rasetschnig, Usi e costumi degli Zingari Ed. Mediterranee, Roma 1965.
(11) Giulio Soravia (intervista), in Dialetti degli Zingari Italiani, Pisa 1977
(12) Petru Radita (intervista), op. cit.
(13) Vanko Rouda (intervista), op. cit.
(14) Derek Tipler (intervista), op. cit.
(15) Marcella Uffreduzzi, op. cit.
(16) Sir Edward Evans-Pritchard, in I popoli della Terra, vol.1, Mondadori, Milano 1974
(17) Arnold Toynbee, Incontro e mescolanza di razze, in I popoli della Terra op. cit.
(18) Sergio Franzese, O Vurdon, (articolo) www.geocities.com
(19) Arthur R. Ivatts, Istruire gli Zingari (articolo) in Il Corriere Unesco, Novembre 1974
(20) Vanko Rouda (intervista), op. cit.
(21) Bruno Crimi, Arrivederci Rom (articolo) in Panorama, Luglio 1990
(22) Jean-Pierre Liegeois Ligny, (articolo) in Bruno Crimi, op. cit.
(23) Rita Capponi, (intervista), in Opera Nomadi, Roma.
(24) Marco Sorteni, Gitani di tutto il mondo unitevi, (articolo), in LEuropeo, Marzo 1990
(25) Vanko Rouda (intervista), op. cit.



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