Pubblicato il 20/09/2012 21:14:37
Quaderni di Etnomusicologia n.10 : I figli del vento (prima parte).
Tratto da Musica Zingara: testimonianze etniche della cultura europea di Giorgio Mancinelli, MEF Firenze Atheneum, premio letterario LAutore per la Saggistica, 2006.
Bianche ali, pian piano / senza far rumore / si posarono nella radura. / Accanto al fuoco si prepararono il nido / con canti andarono incontro / alla celeste aurora. (Rasim Sejdic)
Le origini. Chi mai pu dire se vanno o vengono da un mondo a noi sconosciuto? Lalone di mistero che circonda le origini degli Zingari ha fatto s che fin dallantichit si formulassero numerose supposizioni mitologiche, scatenando fra gli studiosi pareri contrastanti e ipotesi avventate, mentre altre, forse pi eclatanti, sono poi risultate frutto di mera fantasia, sebbene, a causa della mancanza di definizioni e modelli di riferimento, la fantasia sia risultata talvolta illuminante nel quadro pi generale della storia che qui si cercato di ricostruire. Ci non vuol dire che dietro il libero gioco della mente non possa esservi un proposito, una meta, per quanto fantasiosa possa apparire. Se vero che ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie quella contenuta in questa tesi, in realt, forse la pi sostanziale storia creata o forse inventata dallimmaginazione umana. Lesistenza di esseri misteriosi abitatori di terre nascoste, dei quali gli Zingari sono un esempio tra i pi impressionanti, rappresenta un vero e proprio enigma per la moderna etnologia che, malgrado lacquisizione di pi recenti e documentate testimonianze, non ancora riuscita a fare luce sul mistero che circonda le origini di questo popolo, conosciuto come vedremo fin dalla pi lontana antichit. La ricerca delle terre nascoste scrive Serge Huttin (1) e, in senso lato, delle civilt misteriose che vivono nelle viscere della Terra, pu essere letta e interpretata a due diversi livelli complementari tra loro, anche se di diversa profondit e significato: laspetto esteriore, per cos dire letterale; e la determinazione effettiva dellesistenza o meno di queste terre, la loro ubicazione geografica, la loro collocazione nel tempo e, andando pi a fondo, il tipo di civilt che esse ospitarono e i suoi rapporti con le civilt storiche. Scrive Nicholas Roerich (2): Tra le innumerevoli leggende e fiabe di vari paesi, si trovano racconti su trib perdute o abitatori di un mondo sotterraneo. In regioni lontane e diverse, il popolo parla di fatti identici. Se confrontiamo queste leggende, si nota subito che si tratta di capitoli di una stessa storia. Dapprima sembra impossibile che esista una connessione fra queste chiacchiere distorte, ma in seguito si cominciano a cogliere peculiari coincidenze nelle pi varie leggende di popoli che ignorano persino luno il nome dellaltro. Si riconosce la stessa connessione nel folklore del Tibet, della Mongolia, della Cina, del Turkestan, del Kashmir, della Persia, dellAltai, della Siberia, degli Urali, del Caucaso, delle steppe russe, della Lituania, della Polonia, dellUngheria, della Francia, della Germania (..). dalle pi alte montagne agli oceani, queste leggende raccontano di come un popolo pio fosse perseguitato da un tiranno e, non volendo sottostare alla sua crudelt, decise di rinchiudersi in un mondo sotterraneo. La presenza di un mondo sotterraneo le cui ramificazioni si estendono sotto i continenti e sotto gli oceano, collegato con il supremo centro Agarttha o anche Agharti, Asgharta o Agharta, in cui si conserva il deposito immutabile della tradizione primordiale, testimoniata in alcuni miti cosmogonici presentati da Ren Gunon (3) che costituiscono il modello di molte culture: Sotto un profilo morfologico, queste tradizioni appaiono solidali con il simbolismo embriologico della creazione del mondo, in cui il cosmo prende forma da una materia informe e caotica. Si elabora cos un complesso di immagini equivalenti e complementari che assimilano alla materia germinale linizio dellesistenza umana. E ancora, da Julius Evola (4): Al prevalere dellempiet sulla terra, i superstiti delle et precedenti passarono in una sede sotterranea cio invisibile che, per interferenza con un simbolismo dell altezza, spesso viene situata sui monti. L essi continuerebbero a esistere, sino a che con lesaurirsi del ciclo della decadenza si renda possibile una loro nuova manifestazione. Importanti testimonianze sono rintracciabili in epoche che precedono la storia documentata e da esse provengono le prime descrizioni del mondo sotterraneo. Dal Rig-Veda, ritenuta la pi antica opera letteraria ind e fondata su tradizioni orali certamente pi arcaiche, apprendiamo che con la fusione delle genti ariane con le popolazioni locali, avvenuta tra il 1700 e il 1200 a.C., si foggi in definitiva lIndia, il primo nucleo civilizzato da cui insegnamenti cosmici e dalle cui dottrine si deline quel mondo mistico sotterraneo entrato poi nella leggenda, divenuto in seguito, punto focale di attenti studi e investigazioni. Scrive lorientalista Friedrich Max Muller (5): In quegli antichi tempi, paesi che oggi ci sono noti con nomi diversi venivano chiamati tutti indifferentemente India. E suggerisce che esistono buoni motivi per sospettare che le grandi civilt del mondo antico, dellEgitto, della Grecia e di Roma, derivassero le loro leggi, arti e scienze da quellIndia pre-vedica: Una delle tradizioni universali accettata da tutti gli antichi popoli sostiene ci siano state molte razze di uomini che precedettero quelle odierne. Ciascuna di queste era diversa da quella che laveva preceduta; e ciascuna scomparve al comparire di quella successiva. E, inoltre, che al centro di questa culla dellumanit vivessero i superstiti di una razza che aveva caratteristiche davvero singolari: Poteva vivere a piacimento e con la stessa facilit sia nellacqua che nellaria o nel fuoco, perch possedeva un illimitato controllo degli elementi. Erano i Figli di Dio. Furono loro a trasmettere agli uomini i pi misteriosi segreti della natura e a rivelare loro lineffabile e ormai perduta parola e che , nonostante il potere assoluto di cui disponevano, non riuscirono di fatto a impedire la propria estinzione. Al contrario , alcuni testi rivelano invece che essi furono annientati da una qualche ignota distruzione di massa. Louis Jacolliot (6) allo stesso modo parla di una tradizione indo-ellenica preservata dai popoli pi intelligenti che emigrarono dalle pianure dellIndia e dellesistenza nellantichit di un continente e di un popolo perduti. Si deve a questo studioso, la divulgazione dellesistenza di un vasto e antico mondo sotterraneo fiorito secoli prima della nostra era e governato da Brahm-atma, autorit suprema e guida degli Iniziati, seguaci devoti, discendenti di una civilt ancora pi antica, detentori di una formula mistica rappresentata dalle lettere AUM il cui significato sta per: A Creazione, U Conservazione, M Trasformazione, che simbolizzava tutti i segreti iniziatici delle scienze occulte. Louis Jacolliot (6) cos commenta: Questa parola misteriosa, di cui nessun potere umano poteva rivelare il significato, conosciuta come il tempio di Asgarta. (..) Coloro che vi dimorano dispongono di grandi poteri e sono a conoscenza di tutti gli avvenimenti del mondo. Possono viaggiare da un luogo allaltro attraverso gallerie sotterranee antiche quanto quello stesso mondo. Agarttha, che in sanscrito significa linafferrabile o linaccessibile ma, anche llinviolabile, appare in alcune mitologie dove si parla dellesistenza di genti che la abitano cos dette civilt telluriche, sotto legemonia di un sovrano, detto il Re del Mondo, che Ferdinand Ossendowski (7) vuole raffigurato sulla tomba del suo predecessore: in cui si parla dellorigine degli Zingari che un tempo vi avrebbero vissuto quali lontani discendenti di antiche deit sotterranee. Scrive ancora Ossendowski: Verr un tempo, in cui il popolo di Agarttha uscir dalle sue caverne ed apparir alla superficie della Terra. Ipotizzando quanto in seguito sarebbe accaduto agli Zingari, presunti abitatori di quel mondo estremo allorigine del mito. Una terra cava solcata da immensi labirinti, da caverne ciclopiche e da interminabili gallerie site nei luoghi pi disparati del mondo: dal deserto del Gobi, al Tibet, alla Terra Santa, allEgitto, fino allIrlanda e al Nuovo Mondo, Agarttha esiste sul nostro stesso piano di esistenza ma ad un livello vibratorio differenziato, difesa da una sorta di barriera magnetica ottenuta attraverso la manipolazione di forze invisibili che ne ostacolano la penetrazione. Saint-Yves dAlveydre (8) fa di Agarttha una realt tangibile sita nelle viscere della Terra: Il cui vero territorio sfida la stretta costrizione portata da ogni violenza e da ogni profanazione. Un territorio privilegiato, simultaneamente concreto e simbolico, posto in un universo parallelo al nostro e che il Re del Mondo, simbolo vivente della suprema alleanza tra il potere temporale e lautorit spirituale, muove in ordine allevoluzione ciclica dellumana esistenza. Scrive ancora Ren Gunon (9): Un principio, questo, che pu manifestarsi attraverso un centro spirituale stabilito nel mondo terrestre da una organizzazione incaricata di conservare integralmente il deposito della tradizione sacra, di origine non umana per la quale la primordiale sapienza comunicata, attraverso le ere, a coloro che hanno la capacit di riceverla. (..) Tuttavia pu avvenire che in seguito ad una certa degenerescenza che rende possibile lallontanamento dalle origini, e che pu spingersi fino ad un punto tale per cui unorganizzazione giunge ad avere soltanto degli iniziati virtuali, continuando essi tuttavia a trasmettere, anche senza rendersene pi conto, linfluenza spirituale di cui lorganizzazione depositaria. Altri scrittori attribuiscono agli Zingari unorigine ancora pi misteriosa, assimilata al ruolo rituale della caverna, attestato fin dalla preistoria della Matrix - Mundi, la grande dea che un tempo presiedeva alla sacralit della terra, da cui si fa derivare lidea duna loro possibile provenienza sotterranea. La discesa nei meandri della Grande Madre diventa allora il contatto con un sapere superiore che purifica e migliora e che, peraltro, riguarda aspetti non solo fisici e concreti ma, anche metafisici e sacri. Larchetipo della caverna rende visibile ai nostri occhi limmagine stereotipa dei primordi ed apre ad aspetti della vita umana altrimenti inaccessibili e certamente pi letterari che reali, ai quali va tuttavia fatto riferimento. Alla caverna va altres rapportato il dominio del fuoco, i cui culti in relazione con la terra, testimoniano tutti unorigine divina e insieme demoniaca. Una doppia valenza che rispondeva un tempo ad alcune credenze mitologiche radicate nel pensiero umano per cui il fuoco era magicamente originato dallorgano genitale della Grande Madre, seppure qui non si tratti di una anteriorit cronologica storica ma, ancora una volta, di una anteriorit ideale, implicita in ogni variante dello stesso tema mitico centrale. Come appunto rilevato da C. G. Jung (10), il quale, afferma che: A fondamento dellessere, la brama di procreare che trae origine dal fuoco. Il fuoco in rapporto col sangue, formato caldo e rossiccio come il fuoco. (..) Il sangue si trasforma in seme nelluomo e in latte nella donna. Nella concezione arcaica il fuoco era la manifestazione di una forza magico - religiosa primaria che rispondeva a una sensazione di potenza e di energia, espressione di leggerezza, di movimento, di grazia e gaiezza. Ma anche rappresentazione simbolica della vitalit interiore, della felicit e, per contrasto della paura, dellimpotenza e delle tendenze distruttive insite nelluomo, capace di modificare la natura delle cose. Come pure della capacit di mutare, a seguito dellavvento della metallurgia, il tempo geologico in tempo vitale, che alla base della sapienza esoterica. nota, infatti, nelle pi antiche tradizioni la presenza di un fabbro divino che forgiava le armi degli di e degli eroi. Theodor Gaster (11) nota tra laltro come questo dio fabbro tenesse rapporti con la musica e con il canto. La solidariet tra il mestiere del fabbro e lazione di cantare nota presso i turchi-tartari e i mongoli, fra i quali i fabbri erano associati agli eroi, ai cantori e ai musicisti in genere. Si dunque certi che un intimo legame tra larte del fabbro, le scienze occulte e larte del canto, cos come della danza e della poesia, sia esistito fin dalla pi remota antichit. Inoltre, va considerato, che le diverse tecniche, pur solidali fra loro, siano state trasmesse in una atmosfera pregna di sacralit e di mistero. La presenza di tracce di una mitologia del fuoco qui pi che mai evidente. Non ci resta che cercare, seppure a livelli culturali differenti, quelli che sono gli elementi dellavvenuta aggregazione duna convivenza protrattasi per millenni, e ha permesso agli Zingari di rapportarsi con questo elemento ed assumerne i connotati pi manifesti. Il dominio del fuoco permise alle culture arcaiche di elaborare una sintesi dei culti preesistenti e dare origine al successivo culto dei signori del fuoco, identificati negli sciamani e negli alchimisti, cos come nei vasai, nei maghi e nei fabbri, tutti detentori di una comune esperienza magico-religiosa data dal rapporto diretto con lelemento, il fuoco, che consideravano vivo e sacro, al punto da assorbire per intera la loro immagine, con lirradiare nelle loro azioni unaura di magia occulta. E ci, in ragione della peculiarit del fuoco di trasformazione, di perfezionamento e, non in ultimo, di trasmutazione, sia che si trattasse di argilla, erba medicinale, dacqua o metallo. Le arti legate alluso e al dominio del fuoco finirono cos per essere considerate di natura sovrumana, divina o demoniaca a seconda dei casi e delle mitologie ad esse riferite, sia nei riti apotropaici, sia nei pi antichi misteri cultuali. Onde per cui, il fonditore di metalli, il forgiatore, il fabbro, legati comerano alluso rituale della forgia, influenzarono fortemente la simbologia e gli usi rituali delle primitive collettivit arcaiche, i cui segreti erano trasmessi attraverso veri e propri riti iniziatici propedeutici ai singoli mestieri. Interessante per la nostra conoscenza il vocabolo sumerico che designava il ferro an-bar, costituito dai segni pittografici cielo e fuoco, ritenuto il pi antico in assoluto e riferito al metallo meteoritico, chiamato appunto metallo celeste. Alcune leggende attribuiscono agli Zingari discendenze spesso imperscrutabili le cui tracce si perdono nella notte dei tempi. Considerati dapprima figli di antiche deit del mondo sotterraneo ed essi stessi demoni degli oscuri inferi, furono anche detti discendenti dalla stirpe maledetta di Cam e, per questo condannati alleterno vagare, da cui deriva il loro riconoscimento fisico con il male e tutto ci concerne la sfera dellocculto. La loro successiva attestazione al mestiere della forgia, non fece che ampliare lalone di mistero che li circonda, aggiungendo alle loro oscure origini quella demoniaca del ferro. Unaltra ipotesi mitologica li vuole discendenti dagli Asr, dal sanscrito Asura, una gena di fabbri conosciuti attraverso miti elaborati da trib aborigene dellIndia centrale, probabilmente munda o dravidiche, conosciuti come spiriti delle tenebre e assimilati alla disarmonia che regna nel mondo. Ritenuti, anche, i primi sulla terra dediti alla fusione del ferro e dei metalli in genere; da cui la loro fama di signori del fuoco, demiurghi e abili forgiatori, dotati di forze al tempo stesso sacre e demoniache. E, per la stessa ragione, tenuti in disparte e perfino disprezzati. La mitologia articolata intorno al ferro ha permesso a Mircea Eliade (12) di approfondire le ragioni e le conseguenze delluso della metallurgia primitiva: ...dovute egli scrive alla scarsa reperibilit dellelemento meteorico e tellurico. (..) Fatto questo, che ebbe conseguenze importanti sul piano religioso in tutto il mondo antico. (..) Si ha soprattutto la sensazione di interferire in un ordine naturale retto da una legge superiore, di intervenire in un processo segreto e sacro. Si sente confusamente che si tratta di un mistero che coinvolge lesistenza umana, perch luomo stato effettivamente segnato dalla scoperta dei metalli, ha quasi cambiato il suo modo di essere, lasciandosi coinvolgere nelle attivit minerarie e metallurgiche. (..) Il carattere ambivalente del fabbro e i rapporti esistenti tra la magia, in rappresentanza del dominio del fuoco, e quelli con le societ segrete, nel procedimento di sostituirsi allopera della natura hanno dato luogo a una mitologia del sotterraneo di difficile penetrazione etnologica. fatto ormai accertato che le sostanze minerarie partecipassero della sacralit della forgia, al cui rito i metallurghi si avvicinavano praticando atti cultuali, allo scopo di raggiungere la purezza corporea che perseguivano con la meditazione, il digiuno e la preghiera. Si ha testimonianza che la forgia fosse venerata quale luogo di culto. L dove non esisteva un edificio apposito per le preghiere e le assemblee cultuali, ci si riuniva presso la forgia. Gli stessi utensili del fabbro partecipavano in egual misura della sua stessa sacralit. Il fuoco, il mantice, lincudine e il martello si rivelarono ben presto esseri animati e meravigliosi, attraverso i quali il fabbro imitava il gesto esemplare della creazione divina, la forza scatenante del dio detentore del fuoco sacro, e per questo paragonato alla folgore. La liturgia della fucina, lo splendore della fiamma, lo sforzo smisurato del fabbro battitore, il corpo sudato che brilla nella penombra rossiccia, il vapore emanato dal ferro arroventato a contatto con lacqua, erano insieme elementi di una scenografia dellinfernale che non aveva eguali e che trovava il suo imprescindibile riscontro con i timori e le paure legate allinconscio collettivo. Notizie in tal senso sono rapportate allantico Egitto da Boris De Rakelwiz (13), in cui la metallurgia veniva associata agli di rappresentativi del male: Ptah colui che da la forma era il dio forgiatore abitante in una caverna di fuoco che contiene le ombre, khabit. Il ferro in particolare, era identificato con le ossa di Seth, il tenebroso dio assassino di suo fratello Osiris. Ragione per cui il Egitto il suo utilizzo fu limitato e relegato allo strato pi marginale degli artigiani o, forse, ad una casta occulta detentrice di numerosi segreti. Quasi ovunque nel mondo antico, il fabbro, vuoi per il carattere sacro della sua attivit, vuoi per le mitologie che ne fanno riferimento, occupava un ruolo a se stante dal resto della collettivit che pure era custode della sua tradizione che lo relegava a una casta detta degli intoccabili che avevano fama di potenti maghi e considerati con grande rispetto e timore. Tuttavia il ricordo mitologico di questa esperienza demiurgica sembra non avere lasciato traccia nelle discendenze genealogiche degli Zingari. In alcune collettivit del Vicino oriente e dellEuropa orientale, venivano attribuite alla casta dei fabbri discendenze regali e aristocratiche. il caso specifico dei Somali, presso i quali i fabbri tournal costituiscono ancora oggi una casta a s stante. Altro esempio fa riferimento ai Tchinghians turchi, chiamati anche Farawni o Gylidi, fra i quali in uso il vocabolo dakhan, cio fabbro, oltre ad eroe e cavaliere franco, equivalente a uomo libero, lesatta denominazione degli Zingari. Alla figura delleroe va inoltre accostato laggettivo guerriero, cos come usato nellaccezione dei Bogos chiamati anche Bileni, unesigua popolazione dellEritrea, fra i quali si tramanda ab-antiquo la leggenda di guerrieri Rom che scagliavano le lance contro il cielo, dei quali esistono tombe di pietra custodite da genti infernali. Le leggende e le credenze fin qui articolate intorno alla metallurgia ci danno la dimensione, univoca quanto arbitraria, di quello che pu essere stato nel tempo loperato dell homo faber valutato per solo dal punto di vista di quei popoli che hanno prodotto e lasciato testimonianze della loro esistenza, in manufatti e agglomerati abitativi stabili o che, in qualche modo, hanno elaborato una microcoltura. Cosa che solitamente non possibile stabilire per i popoli nomadi, ancor meno per gli Zingari, ai quali ogni attribuzione di comunicazione storica o contingente; ci per il fatto che la cultura degli Zingari, allapparenza, sembra non esistere, perch non presenta alcuna valenza di autenticit, per aver essi abbandonato da tempo luso di creare e di produrre richieste per la sua definizione. E che, altres, permetterebbe ad essa di essere inclusa in una qualche categoria socialmente riconosciuta. Tantomeno stata presa in considerazione la possibilit di un legame intimistico con i signori del fuoco per cui gli Zingari, indiscussi artefici e trasmettitori della pratica millenaria della forgia, vengono appellati. Scrivono B. e F. R. Allchin (14) dellUniversit di Cambridge, che: La lavorazione del ferro nellAsia meridionale sia originaria dellOccidente. Le ricerche eseguite hanno permesso di stabilire che tale importante avvenimento si verific verso lanno 100 a.C. nelle aree pi settentrionali dellIndia e che, in seguito, luso del ferro si estese rapidamente verso sud e verso est. Nelle aree meridionali il diffondersi della lavorazione del ferro collegato ai movimenti di una popolazione nomade, dispersa poi sul territorio e di cui sono note soprattutto le tombe, presenti in molte variet, sia nel profondo sud sia in zone settentrionali come potrebbe essere Nagpur, e che presentano molte caratteristiche comuni. Quasi tutte sono costituite da pietre disposte in circolo, tutte hanno una camera sepolcrale in pietra e vengono definite megalitiche. Allinterno vengono rinvenuti frequentemente oggetti di ferro, insieme a stoviglie di terracotta rossa e nera. Leghe di rame, di bronzo e di rame arsenicato erano un tempo usate comunemente al pari della pietra, per fabbricare armi e attrezzi, mentre il piombo, largento e loro venivano utilizzati soltanto per oggetti di culto o per abbigliarsi. Testimonianze di vasti commerci interni di oggetti artigianali inerenti a traffici dimportazione di materie prime dalle regioni confinanti con lIndia e con la Mesopotamia. Non chiaro quali merci venissero importate in India, mentre manufatti della civilt dellIndo, in special modo guarnizioni per collane e intarsi, sono stati trovati nelle zone archeologiche riferite a Babilonia e ai regni fioriti pi o meno nello stesso periodo preistorico. Tutto ci accadeva nei primi secoli del primo millennio a. C., alla fine del quale, anche per queste zone, iniziava lera storica propriamente detta, nella quale si registrano le prime grandi migrazioni di popoli. Resta comunque un mistero quale rapporto i commerci dei metalli e dei manufatti abbiano con le grandi migrazioni e la brusca fine delle prime civilt dellIndo, di cui pure restano testimonianze certe in grandi aree archeologiche e centri urbani a Mohenjo Daro, Harappa e Kalibangan. Nel campo specifico della metallurgia, le ultime scoperte, tendono a mettere in relazione il suo avvento con la cultura della Cina meridionale dellepoca Chou medio-tarda, tra l VIII e il IV secolo a.C. ma che questa sarebbe di origine danubiana, giunta qui negli stessi secoli attraverso il Caucaso. Per quanto, questa ipotesi non sia del tutto da scartare, al momento non si ha conoscenza di una particolare attivit metallurgica attribuibile agli Zingari in Cina. Considerato quanto appreso fin qui, va detto che la cultura di questi popoli oppone allesistenza demoniaca del fuoco lelemento catalizzatore delluniverso, il fuoco divino di celestiale memoria; allo scopo di dare una fisionomia mitica pienamente riconoscibile, speculare tra il bene e il male, riconosciuto nel simbolo rappresentato dallo Jing e Jiang. Unambivalenza positiva/negativa che, pur essendo nellordine delle cose, non riconducibile alla credenza negli Zingari del fatto catartico, in quanto da sempre conosciuti come artefici del male, e figli del diavolo, per quanto ci possa sembrare aberrante. Scrive Augusto Romano (15): La nostra condizione attuale non ci permette di comprendere quella lingua antichissima (riferita ai simboli e alla musica) risuonante nella nostra memoria immaginativa che ci conduce nel regno della Grande Madre (..) l dove non sono ammesse differenze e opposizioni. (Tuttavia) l che si celebra larmoniosit totale e unitaria della voce (il richiamo) dellorigine, naturale, materna, flusso corporeo che si fa tempo del canto modulato sul respiro prima ancora che si corrompa nella storia. manifestamente in questa visione che pure affonda le sue radici la teoria psicoanalitica di Giovanni Di Stefano (16) improntata sulla assimilazione della musica a esperienze fusionali primitive miranti alla spiritualizzazione interiore: La lingua superiore degli spiriti, che addita una realt trascendente da cui lo spirito soffia vivificando e ispirando. Lo spirito della musica, suggerisce C. G. Jung (17), come il mercurio alchemico, presenta il suo lato oscuro e sotterraneo associato al male e al potere, che va oltre i limiti di pura armonia. Usata come strumento illusorio di onnipotenza, essa raggiunge esiti distruttivi che rientrano nella tentazione demoniaca che, andando oltre lumano, si identifica con lo spirito creatore. Davvero numerosi sono i riferimenti musicali inerenti al fuoco ed alla forgia rintracciabili nelle culture nomadi e stanziali fra i quali cercare una connotazione di origine zingara. La solidariet tra il mestiere di fabbro e il canto si riscontra chiaramente nel vocabolo semitico, dallarabo q-y-n che significa forgiare ed anche essere fabbro, apparentata a diversi termini in ebraico, siriaco ed etiope che designano lazione di cantare o intonare un lamento funebre. In sanscrito troviamo la parola taks, significante fabbricare, utilizzata per esprimere la composizione dei canti che formano il Rig-Veda. Nei testi ugaritici, infatti, i cantori sono chiamati ktart per la loro capacit di comporre incantesimi e canti. Quel cantare che per gli Zingari rappresenta il supremo linguaggio, la voce mitica che parla agli iniziati e ad essi soltanto. Altra fonte dinteresse luso di alcuni strumenti musicali che rientrano in questa ricerca per la loro connessione con la forgia e il modo virtuosistico in cui sono suonati, e nei quali si riversa tutta lessenza dell estro zingaro. Di precipua attinenza con il fuoco sono anche le danze che gli Zingari hanno adottato sulla base di altre pi antiche, legate a questo o a quel popolo con il quale sono venuti a contatto e, verosimilmente, reinventate dal loro impeto espressivo, straordinariamente vivace, nel ricordo di terre appena conosciute e gi lontane. Entrando nella speculazione filosofico - letteraria, unaltra pista suggestiva fornita da unantica leggenda zingara che recita: Quando non verano uomini nel mondo, il Cielo e la Terra formavano una coppia felice e in armonia (18), nella quale intravediamo un certo rimpianto per una qualche terra perduta ma mai dimenticata, che va collocata in un punto vago dellIndia immensa. Una Terra dei ricordi lontani cui gli Zingari spesso fanno riferimento nei loro canti intrisi di nostalgia, e nei lamenti funebri, sorta di canzoni-nenie riferite, inoltre, a una qualche morte iniziatica o a delle tenebre mistiche, conseguenti allimprovviso impoverimento delle condizioni generali di vita, un tempo privilegiate dallappartenenza a una possibile casta non meglio identificata, e la successiva schiavit di massa che li ha costretti alla fuga e, conseguentemente nella condizione di nomadismo. Limpossibilit di collocare geograficamente questa terra perduta credibilmente successiva a unoscura circostanza apocalittica, che ne avrebbe determinato la scomparsa, tale da far dire agli Zingari che non esiste pi, ha fatto supporre alcuni studiosi ad una loro probabile provenienza da Atlantide, la terra sommersa di platonica memoria, alla quale alcuni gruppi nomadi fuoriusciti che non avrebbero potuto pi farvi ritorno dopo la sua catastrofica scomparsa. Unipotesi che spiegherebbe la somiglianza di culture e vestigia presenti sui due versanti opposti dellOceano Atlantico e che, per certi aspetti, comproverebbe lidea ipotizzata, di un possibile collegamento fra le terre sommerse e lesistenza effettiva di Atlantide. G. Predari (19) aggiunge unipotesi alquanto stravagante e immaginaria datata 1841: A nostro avviso noi ci perderemmo fra le tenebre che involgono tuttavia la storia dei popoli che abitarono Atlantide, della cui esistenza oggid, non pure la storia, ma la fisica e la genealogia, hanno stabilita lincontrovertibile certezza. Niente di pi facile che in quel tremendo cataclisma che inabiss in mare quellimmensa regione, alcuni di quei popoli si rifugiassero sul propinquo continente africano; stanziatisi in Egitto ne assumessero quella parte di abitudini e di doti morali, comuni agli antichi Egizi come agli Zingari; penetrata lAsia, si spargessero per quelle regioni e porzioni di essi si portassero alle parti prime dellIndia, mentre altri si dirigessero verso lAsia pi limitrofa allEuropa, nella Tracia e nel Ponto, ove li trov popoli nomadi e gi antichi lo stesso Erodoto nei Sinti. Per quanto suggestiva questa ipotesi offre allantropologo e alletnologo di porsi alcune domande che destano inquietudine su una possibile origine antidiluviana di questo popolo nomade che, ai nostri occhi, resta comunque uno degli ultimi rappresentanti del pi primitivo stadio umano prima della sua sedenterizzazione: Credo non esista problema istorico scrive ancora Colocci che abbia pi occupato le menti degli eruditi di quel che non abbia fatto la questione che riflette lorigine degli Zingari. Tuttavia il mito di Atlantide quale terra dorigine degli Zingari forse quello che pi ha entusiasmato le menti e in definitiva quello che ha resistito nel tempo. Nel Popol Vuh (20) , lantico manoscritto guatemalteco definito la grande miniera di leggende e mitologie Maya, si parla di una terra a est delle sponde del mare, una localizzazione che corrisponde perfettamente alle nostre conoscenze sulla posizione di Atlantide, da cui i padri del nostro popolo erano giunti, e che sopportarono una grande catastrofe in seguito alla quale, la terra situata a est scomparve. Ed ancora: Sopravvenne una grande inondazione (..) e gli uomini, in preda alla disperazione e alla follia, corsero di qua e di l. Fuori di s dal terrore (..) tentarono di entrare in grotte e caverne e vi furono immediatamente chiusi dentro. Quando sulla Terra scesero le tenebre.... Se si tiene in conto ch tutti i miti riferiti ad Atlantide e le leggende Indu di Meru furono tramandate da pi antiche civilt veramente esistite e misteriosamente scomparse, viene da chiedersi per quale motivo non stato trovato alcun reperto o quasi ad esse riferibile. Uninteressante postilla riferita allargomentazione atlantidea, qui proposta da Lewis Spence (21): Engel e il Conte de Corli sostenevano dottamente che i confini di Atlantide raggiungevano Europa e Africa da una parte e America dallaltra. Secondo questi studiosi, gli uomini erano passati dal Vecchio al Nuovo Mondo attraverso un istmo atlantideo, linabissamento del quale aveva troncato gli antichi collegamenti fra i due continenti. Una congettura alquanto azzardata e comunque piena di fascino sullutilizzo delle energie positive del pianeta esposta da James Redfield (22), il quale scrive: Quando una societ progredisce fino a saper creare mentalmente i beni materiali, se succede qualcosa e unondata di negativit fa abbassare il livello di energia, ogni cosa si limita a scomparire. Ci che in ultima analisi avalla le ipotesi della possibilit di un popolo superiore al nostro, scomparso, per cos dire, dallo stato materiale dopo aver raggiunto lo stadio aureo della luce. Nel caso di Atlantide tuttavia i fatti devono essere andati diversamente. opinione confermata che la deriva dei continenti e dei ghiacciai seppell la maggior parte delle terre sommerse e i sopravvissuti allavvenuto sconvolgimento geologico, se mai ve ne furono, riuscirono a prendere terra un po ovunque e non rest loro che insinuarsi nelle altre terre rimaste e di vivere nei luoghi abitati insieme ad altri popoli. Da cui, la probabile dimenticanza nella memoria di certi popoli il fatto non prerogativa dei soli zingari del luogo originario di provenienza. Scrive in proposito Mircea Eliade (23): ...accade che questa e quella tradizione non abbia avuto mai coscienza dellinsieme mitico dal quale deriva (la sua conoscenza), tanto pi che le ideologie circolano e sono veicolate dalla storia, e quasi sempre un popolo riceve o conserva solo frammenti di essa. (..) Ora tra queste non esiste, talvolta, alcuna contiguit storica, e ci rende ancora pi difficile il lavoro dinterpretazione. Vale a dire che, quando si verifica un distacco totale dalla storia e dalla tradizione, a distanza di tempo viene a mancare quella memoria collettiva capace di avvalorare le ragioni precipue dellesistenza di gruppo. Ragioni che, sulla base di questultima ipotesi unicamente letteraria, hanno permesso di attribuire agli Zingari da qualunque parte del mondo essi siano giunti ed a qualunque trib facciano riferimento lo status di popolo senza memoria. Una diversa prospettiva qui offerta da unaltra vicenda ripresa dalla tradizione orale e tuttavia puramente letteraria, piuttosto che mitologica, con la quale viene sancito un possibile ritorno dellumanit alla barbarie pre-culturale, e che porta a una sorta di consumazione finale del tempo. Scrive Alfonso maria Di Nola (24): Lapocalittica nellattuale e corrente fruizione del termine, evoca subito una situazione esistenziale collettiva di fine o di prossimit alla fine. (..) Si costituisce in un meccanismo inquietante o gratificatorio delle crisi culturali, proprio perch relega ad una consumazione dellessere langoscia dellessere, prospetta lo sviluppo della storia verso una negativit totale e consumante, dalla quale pu nascere il caos primigenio (ritorno alla natura) o pu originarsi una rifondazione del tempo. (..) Gli aspetti essenziali di questo modulo possono essere individuati, al di fuori dellarea giudaico-cristiana, in tutte le costruzioni escatologiche, messianiche e profetiche presenti in altre religioni, dallIran allIndia e alle culture senza scrittura. E ancora: Avviene di fatto che il quadro apocalittico, attestato negli scritti o semplicemente presente come tendenza religiosa, si contrappone al quadro scritturale tradizionale e afferma un suo diritto esclusivo di recupero dei significati veri ed ultimi delle strutture religiose. (..) I momenti religiosi apocalittici nella loro diretta corrispondenza con situazioni di conflitto e di crisi culturali, esprimono proposte finali che sono, nella loro sostanza, fughe dalla realt attuale e dal mondo, o espedienti ideologici per sottrarsi al tempo presente, in una prospettiva di liberazione che realizzata in un futuro escatologico o che cerca, in un passato astorico e mitico, il paradigma di una perfezione e di una felicit perdute e la causa dei mali presenti. Accanto a quella ora enunciata, faccio qui riferimento a unaltra teoria introduttiva al fattore dialettico, qui riferita da Augusto Romano (25): Non con gli strumenti della ragione che si pu dare risposta alla contraddizione tra lessere qui e il desiderio di un altrove che, incredibilmente, esiste nella propria illusoriet, e che porta la discussione sul piano della psiche e, se vogliamo, della filosofia empirica, che sposta il discorso in un luogo non ben identificato nella mediazione del caos, delle emozioni e delle ipotesi che non finiremmo pi di avallare, stupefacendo noi stessi per inventiva e suggestivit. Sono infine le parole di un Vangelo apocrifo (26), a permettere allodierno fruitore, per cos dire, un possibile riscatto dalla situazione, deviante in cui fin qui si spinta questa ricerca. scritto che: Davanti alla verit luomo non si trova come di fronte al mondo: vede il sole, pur non essendo il sole; vede il mare pur non essendo il mare; ma se tu hai visto qualcosa di quei luoghi, sei diventato quello che hai visto. Egli (Ges) parl del luogo da cui ciascuno venuto e della regione nella quale ha ricevuto il suo essere essenziale. Il luogo al quale (per primo) rivolsero il pensiero, quel luogo la loro radice. Il passo di indubbia origine gnostica permette qui di rintracciare almeno unaltra verit inoppugnabile pronunciata da Ges il Vivente a Tomaso: Siate transeunti che pure sembra tenere presente il lungo estenuante peregrinare che il popolo degli Zingari si trova ad affrontare da tempo immemorabile. La frase va riferita alla condizione solitaria del predicatore nel perseguimento della perfezione, la cui scelta di solitudine, consiste nella separazione dalla famiglia dorigine (dal proprio popolo pur predicando al popolo), soprattutto nella cancellazione di vincoli terreni. detto: poich luomo appartiene originariamente al cielo, che, se riferita agli Zingari, assume un risvolto illuminante, come se Ges parlasse a un piccolo gruppo di perfetti che qui vengono chiamati operai nei quali sono scintille divine cadute nella materia. Un mito religioso, dunque, alla base del riconoscimento etnico a cui addiviene lo storico desideroso di rintracciare le origini dei figli del vento, che possiamo definire catartico, inteso in senso di transito purificatorio che condiziona la vita degli Zingari e che li trasporta alle origini del tempo e che, in termini sociologici, si traduce nellattaccamento di un popolo alle proprie origini. Si pu certamente attribuire a questo singolare gruppo umano quella sacralit primigenia a cui fa riferimento il testo evangelico, come alla genesi della nomadizzazione, ancora oggi celebrata da quegli Zingari che hanno abbandonato la vita migratoria per diventare sedentari. Se pure, va detto, sussiste la possibilit che uninchiesta sul mito zingaro delle origini, potrebbe avvicinare di fatto gli Zingari anche ad altre realt religiose. Noi ci fermiamo qui, non serve indagare oltre, avremo modo di percorrere altre strade, altri itinerari di questa storia infinita che attraversa i millenni. Accendiamo quindi il nostro fuoco in questo ipotetico accampamento e godiamoci la notte stellata. C nellaria il profumo della buona stagione, apprestiamoci dunque a celebrare il nostro rito propiziatorio. Come scrive Franoise Cozannet (27): La cerimonia ha luogo in primavera, nel momento in cui la natura riunisce di nuovo nel suo seno la morte dellinverno e la rinascita alla vita. Gli Zingari ammassano allora su loro poveri carri tutto ci che possiedono e se ne vanno da una estremit della citt dove dimorano, per ritornarvi dallestremit opposta, compiendo una specie di cerchio il cui inizio si chiude su di s, riattualizzando per se stessi il vecchio mito umano delleterno ritorno alle origini.
Ci basta avere per tutto il cielo / un fuoco per scaldarci / e le nostre canzoni quando siamo tristi. (Spatzo)
Ai primordi della civilt. Alcuni popoli a livello culturale impropriamente definito primitivo oggi in via di estinzione, dolcemente assorbiti o brutalmente sterminati, continuano a subire la contraddizione di almeno due vettori evolutivi: la frantumazione etnica o lomologazione allinterno di un pi ampio e comunque inadatto villaggio globale. Tra questi, gli Zingari, da sempre rappresentano un rompicapo per quanti: antropologi, etnologi, sociologi, che li vorrebbero inglobati allinterno di un predeterminato confine culturale, al fine di demarcare precise barriere territoriali in termini di lingua e di estrazione che essi stessi pongono come limite invalicabile, oltre e sotto il quale qualunque popolo etnico non riconosciuto come tale. La moderna antropologia applicata, pur avendo permesso il raggruppamento su vasta scala delle componenti sociali che definiscono lappartenenza culturale a questo o quel gruppo socio-biologico, ha dato tuttavia una risposta sconcertante al problema della pari - dignit etnica di alcuni popoli. Tra questi, gli Zingari esulano dal far parte di alcuna categoria riconosciuta, rientrando con ci, nel concetto di etnocentrismo, per effetto del quale sono considerati al di fuori della vera umanit. Questo bench siano stati evidenziati dati significativi della loro esistenza, relativi al loro essere nomadi, alla fluidit degli spostamenti di gruppo e allattivit di penetrazione nelle culture diverse dalla loro. Non in ultimo dato questo molto rilevante nellideologia socio-politica del nomadismo il loro essere sparsi su gran parte della faccia della terra, pur avendo conservata una loro identit socioculturale riscontrabile negli usi e nei costumi che gli sono propri. Ci, malgrado la sostanziale difficolt di comunicazione relativa alla mobilit fra i vari gruppi, talvolta formati da una sola famiglia, offra a mio parere un quadro non trascurabile della loro origine etnica, sulla base della quale si dovrebbe riesaminare il problema del riconoscimento della loro esistenza e restituirli alla dignit umana allinterno delle minoranze etniche e della storia. Siamo qui di fronte a uno dei rari casi di non classificazione che pone un popolo, nello specifico gli Zingari, oltre il relitto umano, cui non riconosciuta alcuna forma di cultura, malgrado essi , pur essendo parcellizzati in gruppi diversi tra loro, facciano uso di un identico idioma di base, comune ai romani, (popoli di etnia Rom), il quale, pur spezzettato in numerosi dialetti, si presenta come un insieme di lemmi consimili basati sulla trasmissione orale, piuttosto che tramite la scrittura o altri mezzi dattestazione non verbali. Un controsenso in termini se, da una parte, A. L. Kroeber (1) afferma che: Luomo parte dellevoluzione di ambiente, societ e cultura, e che tutti questi elementi retroagiscono sulla persona fisica istante per istante. E da unaltra, Bruno Netll (2) che: Va sempre tenuto presente che si possono definire gli individui senza separarli grossolanamente dal proprio flusso genico, mettendoli in rapporto con antenati e discendenti e che si possono definire altres concetti quelli derivanti dal formarsi in clan, per lignaggio, per etnia o trib, o in seno alla propria popolazione di appartenenza, al fine di fornire essi stessi un modello di comportamento umano di tipo dinamico, che va visto in divenire. Va qui detto che in alcune aree specifiche in cui i gruppi Zingari sono vissuti pi a lungo in condizioni precarie e talvolta separati da confini culturali estremi, si verificata uneccezionale parcellizzazione delle trib e un fortissimo isolamento genico e linguistico, con conseguente allontanamento dal modello originale. Per contro, in altre, pur non essendosi verificata alcuna commistione da parte di nuclei Zingari con le popolazioni autoctone con le quali sono venuti in contatto, essi hanno mantenuto legami comunitari e, in alcuni casi, hanno dato forma a veri e propri nuclei compatti ed eterogenei. Tutto questo, a conferma di quanto ancora sostenuto da Bronislav Geremek (3): ...che se allinterno di una popolazione si verifica una qualche separazione per un tempo sufficientemente lungo, si ha un processo di differenziazione analogo alla lingua e agli usi, per cui si tagliati fuori dal processo di inculturazione. Ci che in effetti non accaduto alla lingua zingara, che si presenta invece come una commistione di pi elementi alla base di molte forme di acculturazione. (..) Lapproccio al problema della collocazione degli Zingari nella societ odierna, pone lo storico di fronte allimmenso materiale documentario di una disciplina di studio autonoma: la zingarologia, i cui primi documenti si possono rinvenire nella letteratura del XVI sec. con i lavori di Grellman, ma che solo da poco ha cominciato a conquistarsi una sua autonomia. A questo proposito egli aggiunge: Il carattere di questo tipo di letteratura poneva in essere gli interessi etnografici e linguistici. La problematica storica occupava in essa un posto notevole, per lo pi sulla base della descrizione di fatti e aneddoti. Negli ultimi anni si pu riscontrare un progresso considerevole sia nellampliamento degli orizzonti di ricerca della zingarologia grazie alla penetrazione dei metodi messi in atto dalle scienze sociali, soprattutto lantropologia e la sociologia; sia nelle prove sintetiche di esposizione storica. Egli per di pi aggiunge che: La sfera di informazioni storiche fino al XIX sec. comunque ridotta e le notizie provengono inoltre da osservatori esterni. A complicare ulteriormente la questione interviene lambivalenza dello status etnico degli Zingari, che uniscono (a loro favore) un sentimento di identit di gruppo e il tradizionalismo a un grande spirito di adattamento allambiente circostante. Per questo, proprio negli studi contemporanei, non c unanimit circa la definizione stessa di appartenenza degli Zingari, che ha creato molti problemi anche nelle decisioni in materia legislativa. In campo scientifico la linguistica, pi dogni altra, ha consentito di esaminare le fasi del processo di formazione del linguaggio verbale, fondamentale nella trasmissione duna cultura specificamente orale che accomuna tutti gli Zingari e che, verosimilmente, lo hanno tramandato da una generazione allaltra e da un gruppo allaltro sebbene le distanze che spesso intercorrono nella comunicazione attiva fra loro, comprensibile della cultura che lha generata e del corrispettivo ambiente in cui questa si formata. Ma di quale ambiente si tratta se, come noto gli Zingari per loro scelta, sono e rimangono nomadi da generazioni? Se vogliamo considerare ambiente linsieme dei territori in cui essi si trovano a vivere possiamo affermare quanto segue: che ogni trib, ogni cultura, per quanto primitiva possa essere, ha dignit sufficiente per essere rappresentata, ivi compresa quella zingara. Non a caso lUNESCO (4), per voce dei suoi parlamentari si espressa in tal senso: Non si pu stabilire alcuna gerarchia fra culture maggioritarie e culture minoritarie, perch anche quella in apparenza pi umile, la meno conosciuta, pu essere portatrice di verit a tutte le altre. Ma non solo la linguistica, anche letnologia e la musicologia ad essa applicata, nonch la medicina popolare e la scienza alimentare possono dirci oggi qualcosa in proposito. Come, ad esempio, la realizzazione delle mappe geniche realizzate da L. Sforza-Cavalli (5) e del suo prestigioso team, che ha messo recentemente in evidenza la possibilit di sovrapporre agli alberi genealogici delle popolazioni umane le lingue da esse parlate: Le mappe dei geni della Terra rivelano realt stupefacenti che da un solo idioma parlato circa centomila anni fa, derivano tutte le famiglie linguistiche, cio le migliaia di lingue parlate attualmente, a cui si va ad aggiungere la storia delle rispettive lingue, a dar forma ad una sorta di spina dorsale degli studi sulle origini. Ci che avvalora quanto ipotizzato a suo tempo da Charles Darwin (6) il quale, anticipando di molto i tempi, aveva altres immaginato quanto segue: Se possedessimo un perfetto pedigree dellumanit, una sistemazione genealogica delle razze umane fornirebbe la miglior classificazione delle diverse lingue oggi parlate nel mondo; e se venissero incluse tutte le lingue estinte, e tutti i dialetti intermedi, allora una tale sistemazione sarebbe lunica possibile. Il procedimento pi idoneo per ricondurre tutti i gruppi zingari a un indirizzo comune, pur tenendo conto delle diversit e delle accezioni, rimane dunque quello del riconoscimento del roman o romans, la lingua parlata dagli Zingari, come fenomeno culturale diverso allinterno di una pi ampia cultura autoctona. La letteratura concernente mostra elementi di giudizio per lo pi suggeriti dallemotivit o dettati dallentusiasmo dei ricercatori, solo raramente compatibili con la realt multiculturale degli Zingari. Daltra parte, lenorme capacit di adattamento degli Zingari alle diverse culture ha prodotto una tale diversit di soggetti linguistici che qualsiasi generalizzazione risulterebbe arbitraria, per cui si portati a pensare allesistenza di un qualche linguaggio segreto. R. J. Forbes (7) cita numerosi esempi di un linguaggio segreto utilizzato in Mesopotamia, comune agli sciamani delle societ arcaiche e ai mistici delle religioni storiche, che: ... contemporaneamente lespressione di esperienze altrimenti non trasmissibili attraverso il linguaggio quotidiano e comunicazione criptica del senso riposto dei simboli. Sebbene non riferita alla cultura zingara in particolare, lesistenza di un linguaggio segreto assume valore e significato in una cultura che non fa uso della scrittura, che si serve di forme verbali e le utilizza in senso astratto, non considerandole di per s entit isolabili dal contesto simbolico in cui immersa. Lafricanista Amadu-Hampate Ba (8) ha rilevato che: ...luomo, in un primo stadio del processo simbolico, non creava simboli, ma si rapportava simbolicamente con lambiente circostante. Questo ci permette di riconoscere alla cultura zingara la prerogativa di cultura in movimento, capace di prendere e lasciare forme qui intese non solo come usanze e costumi non propri, ma anche come ideologie e concetti presi in astratto e verosimilmente prestati da altre culture. Si deve ad alcuni insigni linguisti laver svelato il mistero della lingua zingara parlata da molti gruppi eterogenei, partendo dallidentificazione del nome Rom, accreditato al ceppo indoariano e strettamente connesso con alcune trib ancora oggi presenti nel bacino dellIndo - Gange e nella zona nord occidentale del Deccan; cosa che ha permesso di stabilire con certezza lorigine indiana degli Zingari, anche se sono ancora in molti a sostenere che vi siano delle affinit con gli idiomi della Persia e dellIndostan. Lapporto dato dalle componenti lessicali e sintattiche delle lingue parlate nei paesi da essi attraversati nel corso dei secoli ha in qualche modo accresciuto luso di parole e cadenze di altra provenienza allinterno del roman, dando forma a un linguaggio, per cos dire, diversificato e, verosimilmente segreto. Tuttavia, la sua decifrazione ha reso doverosa la comparazione di numerose sotto-lingue e forme dialettali, presenti allinterno delle lingue indiane maggiormente diffuse, quali il sanscrito, il pracrito, il maharate, il punjabi e lhindi, solo per citarne alcune, con il roman parlato oggigiorno da tutti i gruppi zingari. Comparazione che ha portato alla rilevazione di sostanziali somiglianze con alcuni dialetti parlati ancora oggi nel Punjab e nel Rajastan, derivati dallantica lingua perfetta. O, come per il sanscrito, formatasi su variet dialettali medio - indiane molto pi antiche, di cui anche lhindi probabilmente fa parte, e solo di recente assurte a lingue di cultura e che oggi costituiscono la base originaria delle lingue indoeuropee. Scrivono Friedrich Max Muller e Fracesco Botey (9) che: Lorigine di questa sorta di madrelingua, la cui genesi resta comunque avvolta nel mistero, lascia ancora da chiarire alcuni dubbi relativi al gruppo etnico, la casta o la classe sociale, fra le molte conosciute, cui sia possibile attestarne la nascita. Per dare una qualche risposta a queste non facili incognite, alcuni studiosi e ricercatori hanno avanzate le ipotesi pi disparate, continuando cos a fomentare credenze a dir poco fantasiose, sulla base delle grandi fasi migratorie del genere umano, succedutesi nellIndia nord-occidentale verso la fine del primo millennio, e protrattesi in gran parte fino al XV sec. con la successiva espansione dellIslam verso lOccidente. Si quindi pensato a un possibile popolamento tardivo degli Zingari in questarea, a causa delle difficolt di accettazione del loro stile di vita e dellincapacit di penetrazione della loro lingua, tali da far ipotizzare una loro possibile infiltrazione in Occidente avvenuta per gradi successivi e attraverso modelli diversificati che hanno reso problematico limpatto linguistico sul territorio, in assenza di una vera e propria integrazione socio-culturale, del resto mai avvenuta. Ipotesi questa che ci permette per di riconoscere agli Zingari, seppure distinti per similitudini di comportamento, lappartenenza a un unico agglomerato umano e a un unico ambiente abitativo in cui essi si sono riversati in massa, come ad esempio la vasta area formata dal bacino del Mediterraneo. Non manca chi, come C. von Furer-Haimendorf (10) ritiene che: ...se la lingua un importante mezzo di identificazione dei vari gruppi, lequazione lingua = cultura fin troppo semplicistica. Per gli Zingari lunit linguistica non necessariamente sottintende lunit culturale. Per quanto essi parlino la stessa lingua, alcuni gruppi hanno poco in comune (..) ed esistono anche differenze notevoli nei sistemi di parentela delle varie trib. Nulla di pi vero se si vuole puntualizzare che gli Zingari, pur appartenendo a ununica etnia, non rappresentano un popolo compatto e omogeneo. Ma per noi ormai evidente che il significato dato alla vita sedentaria, diverso da chi pratica il nomadismo, con tutto quello che ne deriva. Possiamo quindi dire che conosciamo quali sono i contrasti che possono generare le differenze fra la tendenza alla sedentarizzazione di alcuni, contro la spiccata vocazione al nomadismo di altri. Tuttavia, nonostante la sua affermazione, lo studioso di antropologia asiatica dellUniversit di Londra ha impugnato scusanti etnologiche che riscattano infine la sua personale presa di posizione, con lapertura a soluzioni storico-sociologiche diverse: ...per cui i popoli nomadi possono anche essere identificati e riconosciuti con vari sistemi culturali. Infatti, nel successivo libro, I popoli del subcontinente indiano (11), egli ci presenta un altro quadro storico, nel quale propone: ...il riconoscimento di tutti i gruppi etnici esistenti sul territorio, affermandone i possibili contrasti culturali e le stesse differenze profonde che prima aveva contestato agli Zingari. Scrivono ancora B. e F.R. Allchin (12) dellUniversit di Cambridge: NellIndia attuale, le differenze razziali colpiscono anche losservatore pi disattento, e riflettono la natura composita di un popolo creatosi grazie allapporto di ondate successive di invasori che penetrarono nel subcontinente sia da nord-ovest, sia da nord-est. (..) Sebbene siano avvenuti incroci fin dal secondo millennio a. C., quando le popolazioni arie di pelle chiara invasero lIndia, dove trovarono genti indigene di pelle scura, in molte regioni continuarono a coesistere fianco a fianco tipi razziali ben distinti. Questa coesistenza durata secoli, e forse millenni, sta a indicare la difficolt di distinguere talvolta una comunit dallaltra. Ai due noti studiosi si deve inoltre la seguente affermazione che apre la porta delletnologia applicata allo studio delle origini dei popoli e che ci permette di affrontare il problema da una prospettiva decisamente pi autonoma: ...pi importante stata la fondamentale propensione dellideologia indiana ad accettare la variet delle forme culturali come naturale e immutabile, e perci a non considerare desiderabile lassimilazione a una sola linea culturale. Se dentro i confini del subcontinente indiano esiste una variet incomparabile di gruppi etnici, di forme e di stili di vita diversi, ancor pi numerose risultano essere le lingue distinte e senza alcun legame fra loro. Scrive ancora C. von Furer-Haimendorf (13): Esistono almeno quattro famiglie linguistiche principali, ognuna delle quali divisa a sua volta in numerose altre lingue reciprocamente incomprensibili, alcune delle quali parlate da poche centinaia di individui. I censimenti governativi parlano dellesistenza di oltre quindicimila lingue. Molte delle quali sono soltanto dialetti tribali incomprensibili che non sono mai stati trasformati in una lingua scritta. questo il caso del roman parlato dagli Zingari? Forse, secondo i risultati della linguistica esso presenta numerose somiglianze, pi che con gli altri dialetti fra i molti registrati nel subcontinente indiano, con quelli pi specifici facenti parte del gruppo delle lingue muda di derivazione sanscrita, che molti studiosi considerano la pi antica famiglia linguistica sopravvissuta e quindi ancora parlata dalle popolazioni che raggiunsero lIndia dal nord-est, probabilmente parecchio tempo prima che gli Arii invadessero il paese dal nord-ovest. J. Alexander Vaillant (14), nel suo Histoire vraie des vrais bohmiens, comprende addirittura sotto lappellativo di Romi (Zingari), tutte quante le popolazioni ariane che si diffusero in Occidente durante i flussi migratori delle razze. opinione ormai accettata che lIndia, in periodo preistorico anteriore ai testi rinvenuti nella forma arcaica nota come pre-vedica e risalente ad almeno tremila anni fa, si estendeva su unaria pi vasta dellodierno Iran che comprendeva il Tibet, la Mongolia e le regioni tartare della Russia, fino allEuropa, un tempo tutti considerati sub-continenti indiani. La successiva migrazione in massa verso lOccidente e la loro diffusione dellEuropa, port rilevanti cambiamenti sul territorio e modificazioni alla lingua originaria, trasmessa oralmente, a sua volta inglobando apporti persiani, armeni, ebrei, greci e bizantini che, diedero inizio alla differenziazione dei dialetti parlati dai diversi gruppi e trib zingare. Da cui, i cambiamenti anche fonetici della loro lingua, il Roman, principalmente evidenziatisi attraverso i contatti con quella persiana e le regioni limitrofe del vicino Oriente. Lo studioso di linguistica Franoise de Vaux de Foletier (15), mette in relazione i diversi idiomi usati per i loro nomi con le diverse realt territoriali di provenienza: Gli Zingari non fanno per uso del roman se non quando sincontrano tra gruppi affini. (..) La maggior parte di essi fanno uso di parole prese in prestito dai popoli che li ospitano. In Spagna, ad esempio, hanno da tempo abbandonato il roman pi autentico in favore delle dominazioni costruite su assonanze linguistiche: Lom in Armenia, Dom in Persia, Dom o Dum in Siria, Manus in gran parte dellEuropa. Jeles Bloch (16) individua con il nome Dom, una trib dellIndia, o meglio: ...un agglomerato di trib molto numerose e conosciute nellantichit, i cui membri gi nei testi sanscriti, vengono associati agli intoccabili ma, che sono pi conosciuti soprattutto come harija, appartenenti a una casta inferiore di fabbri; e considerati tanto impuri che anche la semplice vista o il solo contatto con la loro ombra avrebbe insozzato qualsiasi persona di ceto superiore. Non privo di interesse inoltre constatare lentit dei rapporti intercorsi tra i Dom fonditori, provenienti forse dal nord, precedenti agli Asr, ed i riconosciuti maestri fabbri ferrai, ai quali come abbiamo gi avuto modo di constatare erano assimilati agli Zingari. Scarsa per la documentazione relativa al periodo che possiamo chiamare della preistoria degli Zingari, perch come scrive ancora Jeles Bloch: ...gli antichi scrittori indiani si interessavano solo degli di e dei re, e pochissimo di quei personaggi che erano chiamati gli Zott, gli Jat, i Luli, i Nuri o i Dom; dei quali si conosce davvero pochissimo. Francesco Botey (17) in proposito, ritiene del tutto: ...inutile tentare di conoscere la storia del popolo zingaro nellepoca anteriore a quella del loro esodo dallIndia, ma si pu dedurre che dal momento dellinvasione ariana avvenuta verso il 1500 a.C., la loro vita divenne seminomade. Scrive Franoise de Vaux de Foletier (18): Alcuni nomi fanno allusioni ad un particolare fisico e soprattutto al colore della pelle dello zingaro, il quale usa per se stesso laggettivo kal, cio nero in questo senso. Non a caso gli Zingari sono soprannominati negri in Bretagna e karachi, ovvero neri, in Persia. Analogamente i Tedeschi attribuiscono loro lappellativo di neri; mentre gli Svedesi li definiscono Svart Tattaren, cio Tartari neri, e i Finlandesi Mustalainen.. altre denominazioni loro attribuite alludono invece alla condizione di nomadi, come: Harami o Bokharani fra gli arabi e i Mori. Siamo per a conoscenza di altri gruppi, pi o meno numerosi, presenti nella fascia occidentale dellAsia, e dei loro nomi con i quali, essi stessi, si appellano: Hurbat, Duman, Nawar, Helebi, Bocha e decine di altri, propri di sottogruppi che pure si trovano a condividere la medesima minoranza etnica. Questi, sono presenti in piccoli gruppi in Uzbekistan e in Tagikistan, e prendono i nomi di Luli e Chugi, ma anche di Makrani, dallarea del Makran in Pakistan, pi famosi per essere provetti giocolieri e addestratori di cavalli. Ivi compresi i Darzada, Nakib, Lori e Med, alcuni dei quali sono tradizionalmente Zingari chiromanti e cantastorie che maggiormente svolgono mansioni artigianali. Di un nutrito gruppo rintracciato in africa, si conosce invece il solo nome Ghagar e che, straordinariamente, ricorda il Ghaggar del Punjab, un confluente del fiume Indo. Altri gruppi formati da pochi elementi sono rintracciabili lungo la fascia mediterranea comprendente Egitto, Algeria, Tunisia, Marocco, per lo pi inseriti tra le fila delle genti berbere dellAtlas. Modesto Lafuente (19), ad esempio, sostiene che: Gli attuali Zingari, sono i discendenti dei semila Egiziani esiliati a Susa, in Mesopotamia, dal re persiano Cambise, affinch accompagnassero nella sua prigionia lo sconfitto faraone Psammetico III (XXVI dinastia). Dopo la morte di Cambise e la rivoluzione che ne segu, i prigionieri sarebbero fuggiti in India, dove dimorarono per dodici secoli.testimonianza questa che avvalora maggiormente lepiteto faraonico di Egiziani o Gizzi che spesso attribuito agli Zingari. Il noto egittologo Franco Cimmino (20)a sua volta conferma la presenza di trib di Zingari nel delta del Nilo, spesso confusi con i popoli egittizzati sotto la XVIII e la XIX dinastia, che osservavvano uno stato di servaggiooo: Laver essi ricevuto un nome egiziano, rende oggi pi difficile accertare la loro provenienza, tranne nei casi in cui sia indicato il nome originale. Nella mitologia egizia si narra che quando il dio egizio Ra sconfisse presso Edfu i suoi nemici, i superstiti di coloro che avevano tentato di abbattere il potere della divinit solare, fuggirono verso i quattro punti cardinali: a sud si rifugiarono gli antenati dei Nubiani, a ovest quelli dei Libici, a nord quelli degli Asiatici, a est gli antenati dei beduini, mentre in Egitto rimasero solo le genti che si definivano Romethi, cio gli uomini. Larcheologo Pierre Montet (21) indica in un dipinto che appare in molte tombe reali egiziane, il cui esemplare pi noto si trova nella tomba di Seti I (XIX dinastia), quella che egli considera: ...La raffigurazione di almeno quattro razze conosciute nel Nuovo Regno: in primo luogo gli uomini Romet, contrapposti agli di. Mentre, nel dipinto detto delle razze umane, lo stesso nome indica gli uomini per eccellenza, e che poi non sono altro che gli Egiziani. rilevante che in entrambi i casi figuri il termine Rom avente lo stesso identico significato di uomini, cio gli Zingari per antonomasia. Lo storico persiano Hammizha ibn Hasan-el Isfalini (22) registra larriva verso il 550 a.C. di 12.000 musicisti provenienti dallIndia, quando: Il buon re Bahram Djour di Persia accolse i lamenti di una parte dei suoi sudditi resi poveri per le privazioni. Questi chiedevano di poter fare della musica per celebrare le feste come facevano i ricchi. Fu cos che egli chiese a suo suocero, re Shankal de Kanauj, che viveva nellalta valle del Gange, di mandargli dodicimila musicisti. Quando questi arrivarono, il re gli fece dono di che vivere nel coltivare la terra. Diede ad ognuno un asino, una mucca e mille balle di frumento. Passato un anno, essi si presentarono a lui completamente affamati, poich avevano semplicemente mangiate tutte le provviste. Arrabbiato, il re consigli loro di mettere le corde di seta ai loro strumenti, di saltare sui loro asini e di mettersi sulla strada ... e vivere della loro musica. Sin qui la leggenda, o forse la storia, che ci offre una suggestiva chiave di lettura sullorigine di un singolare gruppo scelto di musicisti, sospinti verso il nomadismo clandestino e dei quali non si conosce altro; n se fossero partecipi di uno stesso agglomerato umano o di una stessa casta fra le molte esistenti in India; n, tantomeno, quali fossero gli strumenti con i quali avrebbero rallegrato il popolo penitente. Alcuni studiosi sostengono che appartenessero al popolo dei Luri, gi noti in India come eccellenti musicisti che, in seguito a questo evento presero a girovagare per le strade del mondo. Il poeta e filosofo persiano Al-Firdusi (23) che attorno allanno 1010 compose lo Shahnamah o Libro dei Re, in cui si tratta delle vicende storico-leggendarie dellepica persiana, ricorda che i Rom abbracciarono la vita nomade fin dalle loro origini facendo i musicisti di mestiere. Per tradizione usavano accompagnarsi con strumenti a corda sui quali cantavano e declamavano poemi alla maniera dei poeti professionisti langa o manghaniyar al servizio dei signori del Rajastan, anchessi nomadi, che cantavano in dari, lantica lingua derivata dal persiano. Sempre dal Rajastan provengono gli echi delle danze kalbelya, derivazione di kali, il colore nero tipico degli abiti indossati dalle danzatrici appartenenti al gruppo degli Yogi, essi stessi nomadi, riconosciuti maghi e incantatori di serpenti che viaggiavano a dorso di mulo accompagnati dai loro cani, ritenuti la personificazione vivente di quegli antenati ancestrali dai quali forse gli Zingari traggono origine. Alcune testimonianze rivelano che essi furono in Persia accomunati agli Jats, un popolo che viveva ai piedi delle montagne, la cui fama di musicisti e danzatori era conosciuta in tutto il mondo antico. Si vuole fosse un popolo felice e dedito alla gioia e al divertimento, formato da abili giocolieri e saltimbanchi che sapeva suonare flauti e tamburelli, strumenti a corda e trombe dogni specie. I quali, in un certo momento storico, iniziato allincirca verso il II millennio a.C., furono sottomessi dalle trib balcaniche che invasero lAsia Minore, allorch un flusso migratorio di grandi dimensioni, port dalle steppe danubiane popoli di una stirpe non semita, definiti in seguito Indoeuropei, per indicare in una sola parola lestensione del loro definitivo insediamento, sia verso lIndia che verso larea egeo anatolica, e attraverso il Vicino Oriente, in Europa centrale e meridionale. Questi, venuti a contatto con le preesistenti culture semitiche sul territorio, divennero in breve tempo il gruppo dominante soppiantando talora le popolazioni autoctone e, in qualche caso, fondendosi con esse, dando cos il via a nuove e originali civilt. A questo proposito cito Vladimir Propp (24), il quale scrive: Non sono trascurabili le due grandi popolazioni degli Sciti e dei Messgeti, almeno per quanto riguarda il nomadismo centroasiatico, poich esse rappresentano le pi antiche societ nomadi suddivise nelle stirpi degli Ancati, Ctiari, Traspi, Parlati. Va qui ricordato che alcune di queste popolazioni avevano fama di essere indovini e conducevano una vita esclusivamente nomade, servendosi di carri e dediti alla lavorazione dei metalli, tra cui principalmente loro. Il contatto con le civilt mesopotamiche influenz fortemente questi popoli ma non al punto di alterare loriginalit della loro cultura improntata sulla forgia dei metalli da cui avevano ereditato il nome di signori del fuoco. Torquato Perez de Guzman (25) attribuisce la rapida evoluzione degli Indoeuropei proprio alla diffusione del ferro che, a partire dal II millennio a.C. coincise con unepoca di grandi sconvolgimenti e trasformazioni politiche, cio a: ..quando i famosi popoli del mare ruppero il monopolio Ittita della forgia e disseminarono ai quattro venti il sapere fin l tanto gelosamente custodito, dando cos origine alla seconda rivoluzione mitologica, dopo quella del fuoco. Unaffermazione degna di considerazione, che affonda le proprie radici nella storia ed convalidata da testimonianza e da reperti archeologici che, sebbene una recente datazione abbia rivelato una maggiore antichit, ci permette di attribuire a quei popoli uno sviluppo dellindustria estrattiva e metallurgica in senso autonomo. Paolo Bataillard (26) concede ad essi una possibile origine preistorica, rintracciando nella loro pratica dei metalli una traccia atavistica dellet del bronzo. Pi fedele al resoconto storico la corrente migratoria che dallIndo si spinta nel cuore dellEuropa alla ricerca di nuove terre pi doviziose e popolate, che da sempre rappresentavano il principale incentivo allesodo, e che raggiunse le coste della Grecia e successivamente dei Balcani, dove le trib zingare si presume abbiano sostato pi a lungo. Ci va considerato alla luce della ricchezza di elementi lessicali medioevali e bizantini presenti nella loro attuale lingua. Ancora nellEuropa preistorica si fa riferimento a unaltra trib originaria dellArmenia e delle regioni intorno al Mar Nero, i Chaliby che, secondo la tradizione greca, furono i precursori della fusione e diedero il nome allacciaio. Questi erano i progenitori dei Kemiti di Midian, una delle cui figlie spos il profeta e legislatore ebreo Mos, e di quel gruppo di fabbri che forgiarono le armi per le trib nomadi dellArabia. Secondo la tradizione greca, trova maggior forza lipotesi di una possibile discendenza degli Zingari dal pi antico popolo dei Pelasgi, il cui nome era associato alla metallurgia ed era conosciuto gi nel 1200 a.C. in tutta lAnatolia e nelle isole dellEgeo. La presenza stanziale di gruppi Zingari confermata in Grecia, in Tracia e nel Ponto, ove li trov nomadi e ancor pi antichi lo storico Erodoto (27) attorno al 560 a.C., da cui lassimilazione gi evidenziata delluso di lettere alfabetiche greche allinterno del loro linguaggio. Tuttavia lappellativo di griegos loro attribuito ancora oggi un arcano per quegli storici che pi recentemente si sono avvicinati alla zingarologia. Pur non essendo determinante al fine della ricerca qui avviata, ci rappresenta una nuova ipotesi e comunque la conferma della loro provenienza da unarea diversificata destremo interesse etnologico. Altro centro di profusione della corrente migratoria stato individuato nelle pianure valacche e moldave, da dove alcune minoranze zingare si sarebbero in seguito spinte in Russia e in Siberia. Mentre assai probabile che gruppi pi consistenti siano giunti dallArabia e, presumibilmente, attraverso lo stretto di Gibilterra, nella Spagna medioevale, sospinti o al seguito non meglio specificato degli eserciti Mori e Saraceni distanza nel Mediterraneo. Una importanta comunit, per lo pi sedentarizzata, presente in Andalusia presso il Sacro Monte di Granada, alla quale una recente statistica poco pi di qualche migliaia di soggetti sono distribuite in Francia, in Italia, in Germania, nei Paesi Bassi, ai confini con la Svizzera e lAustria, nonch in Norvegia e in Finlandia. Mentre equivalenti a poche centinaia di individui si contano nelle Americhe, nello stato del Brasile, in Australia e in Nuova Zelanda. Sappiamo ormai per certo che gli Zingari presenti in Europa si suddividono in due gruppi fondamentali: luno e laltro contrassegnati linguisticamente dai dialetti vlax e non vlax. I primi comprendono le parlate in cui la lingua rumena prevale sulle altre europee. Appartengono al secondo gruppo quelli le cui parlate risentono in maggioranza degli influssi greci, slavi e tedeschi. Abbiamo cos i Rom che parlano in prevalenza vlax e i Sinti per i dialetti non vlax. Attualmento i nomi Rom e Manus in senso pi stretto si applicano ai due principali gruppi zingari occidentalizzati esistenti in Francia: i Rom arrivati abbastanza di recente dallEuropa orientale; e i Sinti o Manouches, presenti da tempo sul territorio, in parte sedenterizzati nel sud del paese. Ai Manouches si possono accostare i Kal della Spagna, presenti anche in Inghilterra e in Finlandia; e i SInti della Jugoslavia, Slovacchia, Polonia e dellItalia, per i quali il vocabolo manus significa letteralmente il maschio e non soltanto lo zingaro in senso lato. I Sinti si indicano generalmente con il nome delle zone di insediamento: gackane tedeschi, estrekaria austriaci, havati croati, Sinti piemontesi, lombardi, marchigiani, ecc.. per alcuni di essi la parola sinte altro non significa che sund (zingaro) dal verbo shunava traducibile con celebre o rinomato. Altri lo connettono con Zincalo da Sindhu (Indu), usato dagli Zingari in Germania, Polonia e Scandinavia. Mentre per i Rom i nomi pi frequenti indicano i mestieri tipici cui si dedica il singolo gruppo di appartenenza: kalderasa per i calderai, lovara o addestratori e mercanti di cavalli, curara o fabbricanti di setacci, ursari o ammaestratori di orsi, ecc. ; a loro volta suddivisi in altrettanti clan, distinti per nome dellantenato di discendenza, che diventa in patronimico comune. Ben si comprende la difficolt di addentrarsi nellintricata questione del significato etimologico dei nomi, tuttavia la risposta pi persuasiva finora fornitaci, quella dello studioso Franoise de Vaux de Foletier (28), il quale si confrontato con un nutrito elenco di nomi e di appellativi riferiti agli Zingari in ogni parte del mondo, e che ha permesso di conoscere e individuare geograficamente i flussi migratori delle trib nomadi in epoca storica. Egli scrive: Uno dei nomi pi antichi attribuito sembra ad una oscura setta eretica, quello degli Astingani, la cui fama di maghi e indovini si era mantenuta viva fin nella Grecia classica. In un momento storico accertato, questi fecero la loro apparizione nellimpero bizantino, doverano anche detti Athinganos o, secondo la pronuncia popolare, Atsinganos o anche Atsinkanos. Da cui la provenienza dei nomi: Tchinghian in turco, Acingan o Cingan in Bulgaro, Ciganin in serbo, Cygan in polacco, Cykan in russo, Czigni in ungherese, Cigonas in lituano, Zigeneur in olandese e tedesco, Zuyginer o Zeyginer in alsaziano, Xeginer in svizzero tedesco, Zigenar in svedese, Cingre o Cingar e Cingan in francese antico, Tsigane in francese moderno, Zingaro o Zingano in italiano, Cigano in portoghese. (..) Il latino medievale usava le forme Acinganus, Cinganus, Cingerus, mentre gli autori tedeschi del XVI secolo come Wangensil e Fritsch, collegavano Zigeuner a Zig o Zieche Cinher, oppure a Cinherziehen. Gli Zingari slavi, invece, si dividono in due gruppi: Daxikan e Karakhan, dei quali, questultimi di religione musulmana. Entrambi i nomi stanno a significare l errare, cio riferiti al nomadismo in genere ma, anche, al semplice girovagare o vagabondare, per estensione comprensibili in una realt nomade indipendente dalla loro origine. Seppure ogni gruppo di quelli citati presenti caratteri fisici e linguistici affini ma diversi allinterno di una stessa etnia, alcuni di essi sono considerati stanziali in Scandinavia con il nome Ynische, mentre in Scozia e in Irlanda sono conosciuti col nome Tinkers. Anche se diversi per estrazione sociale e culturale dagli altri gruppi autonomi presenti nel resto dellEuropa, sono invece di tipica estrazione zingara quei gruppi che vanno sotto i nomi di: Lautari, Boemi, Tzigani, Gypsies, Gypsy, Gitani, tutti accomunati da uno straordinario estro musicale, scaldati dal fuoco interiore tipico del musicista che li rende unici, e cio vibranti di vita. Il nome stesso di Zingari, da cui derivano zingaros, segnor, egiziani, raccoglie tutti gli appellativi successivi coniati dal mondo occidentale per dare un nome a un popolo che apparentemente non ne possedeva uno e che, ha assunto a proprio riconoscimento il termine Rom, fino al pi moderno Romano nav. Pur tuttavia Rom resta il nome che essi si diedero e col quale continuano a chiamarsi ovunque essi si trovino e a qualunque gruppo o famiglia appartengano, da cui il significato di uomo per antonomasia. Ogni altro appellativo da essi rifiutato perch riduttivo o, quantomeno, dispregiativo. Lo straniero, il non zingaro da essi chiamato gorgio, gagio, busn, secondo una dicitura ormai sorpassata e attualmente ripristinata in gagi kano nav, dal pi antico gadj, da cui quel gag con cui ci sentiamo oggigiorno appellare per strada. Pi recentemente Daniell Soustre de Condat (29) elenca altri nomi tra antichi e nuovi in qualche caso illuminanti, ampliando maggiormente il campo di ricerca. Sotto il nome di Tsigani che afferma essere il pi conosciuto e usato, egli accoglie Tsignos, Tsingani, Tsiganes, Cingan, Zigenuer,, Zigojenere, Sigoyner, Zigenare, Zingari. Cita, inoltre, gli Astingani da cui i gi conosciuti Atsinganos o Atsinkanos in greco-medievale, riferendosii agli Athinganoi, che fa risalire alla setta bizantina detta degli intoccabili; da cui: Yifti, Yeflos, Giftos, Gitans, Gitanos, Gitani, Gypsies alcuni dei quali non avevamo ancora incontrati. Egli scrive, con una linearit quasi sconvolgente, che: Oggi, possiamo affermare che la societ zingara una societ pluralista. Ma necessario, quando si afferma un concetto di pluralismo, fare una precisazione, che quella di guardarla nel suo insieme: gli Zingari.
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