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Due piccoli acini di uva nera

di Valentina Meloni
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Pubblicato il 17/01/2016 16:29:48

 

Due piccoli acini di uva nera

 

 

 

Dal finestrino del treno il paesaggio scorre veloce, ma non così tanto da confondersi sulla linea del tempo. Posso vedere il verde morbido della campagna romana lasciare il posto alle piccole stazioni deserte e assolate dei paesi di provincia. Le colline adesso intrecciano curve sempre più ampie e i profili delle case e delle cose si perdono sulla scia parallela delle rotaie lasciando intatte dietro le porte memorie di luoghi e persone sconosciute.

Un bambino, seduto nello scompartimento del treno di fronte a me, mi indica con il dito, ha negli occhi un misto di stupore e di gioia che mi diverte. Sussurra la sua scoperta all'orecchio del nonno seduto di fianco e allora i loro sguardi si incrociano con il mio. Sorridiamo silenziosi, complici dello stesso segreto e solo quando mi alzo per scendere alla mia fermata, spezziamo il pane del silenzio con un timido saluto.

Scendo dal treno cercando di non inciampare sul mio vestito lungo stile impero, trascinando a fatica la minuscola valigia piena di nulla e pesantissima sulla banchina. Mentre riprendo fiato mi volto per un presentimento, il fischio del capotreno è già un ricordo. Ho sempre amato guardare i treni in partenza e anche stavolta non resisto all'invito: dal finestrino dello scompartimento che ho appena lasciato una piccola mano si agita nella mia direzione, il sorriso del bambino scintilla ancora da lontano e resto lì a guardare e a salutare inebetita finché il vagone non scolora.

 

L'aria è frizzante e il sole ormai non acceca più le pupille. La terra odora di fresco, sento il suo richiamo da lontano, sempre più forte mentre mi avvicino a casa mangiando gli ultimi chilometri di curve e ruderi.

Pago il tassista e mi faccio lasciare a qualche centinaio di metri dall'ingresso, sembra piuttosto stupito nel vedermi scendere per incamminarmi sul ciglio della strada tutta curve, tra papaveri e cicoria, con il mio passo goffo e il mio abito color magenta lungo fino ai piedi.

Ho voglia di respirare a pieni polmoni per rimettere in ordine lo stomaco e la circolazione.

Mentre cammino lungo le curve e l'asfalto consumato pieno di buche sento già, lontani, alcuni spari di fucile: oggi è domenica e siamo a un passo dall'apertura della caccia ma gli animali selvatici sembrano essersi preparati in anticipo e, avvisati dagli spari, non si fanno vedere in giro. Un volo di germani reali si alza sul lago e si disperde in cielo subito dopo l'ultimo schioppo.

 

Assieme al profilo del vecchio casale con la sua torretta di coppi rossi e strette bifore, si avvicina un coro di voci concitate. Mi sembra di sentire cantare qualcuno, qualcun altro gridare dietro lo stridore del trattore arancione di mio padre. Quel rumore metallico di cingoli e sbuffi di marmitta lo riconoscerei ovunque.

Arrivo ai campi dietro casa già con il fiatone, qualcuno chino tra i pampini e i grappoli d'uva mi vede arrivare e mi viene incontro. E' mio zio Fernando, arrivato prima di me evidentemente e, sembra, anche più in forma... Mi bacia e mi abbraccia poi, senza tanti preamboli, mi mette in mano il mio paio di forbici a lama curva e una cesta rossa e si rimette al lavoro sorridendo mentre la sua voce si perde tra i filari di viti sulla scia di vecchie canzoni e stornelli romani.

 

E' una tradizione più che ventennale: ogni anno, da trent'anni a questa parte, ci si riunisce tutti qui tra le Crete e i Chiari. Parenti, amici e vicini salutano l'inizio dell'autunno e festeggiano la terra e i suoi doni con uno dei riti più antichi che l'uomo conosca.

La vendemmia è un appuntamento che ha scandito il ritmo di tre generazioni e ora si prepara ad accogliere la quarta.  La prima vendemmia di cui conservo ricordi è quella dei miei tre anni.

 

Allora, non potendo seguire gli adulti, mi avevano messo in groppa a Thays, il nostro pony dispettoso che oltre ai morsi elargiti con generosità era in grado di ricoprirti interamente di moccio appiccicoso con un unico starnuto. Era vecchio poverino, malato e testardo più d'un mulo, io piccola, vispa e spensierata aggrappata alla sua criniera come a una certezza.

Oggi non c'è più Thays e non c'è più nessun cavallo ormai. La piccola stalla dentro cui mi rifugiavo insieme ai pulcini e qualche coniglio è stata demolita e al suo posto adesso c'è una casina di legno circondata da bambù. L'alta siepe di alloro che chiudeva la recinzione è stata tagliata via e di tre bellissimi tigli che circondavano la palizzata, posso contarne solo uno.

Ma è sufficiente anche un pugno di terra per riportare alla memoria odori, sapori e sensazioni.

 

Mi ricordo come fosse ora quando dividevo con Thays la mia piccola mela annurca e una parte di schiacciata all'uva. Non c'era tempo per il pranzo durante i giorni di vendemmia, tutto doveva compiersi entro il calar del sole e prima che la pioggia annacquasse gli acini da vino, allora mia nonna impastava gli stessi acini d'uva nera nella pasta di pane lievitato, poi la metteva a cuocere nel forno a legna che mio padre aveva accesso con fascine secche, maneggiando la lunga pala di legno con agilità.

Si mangiava a turni, seduti sulle casse d'uva, sulle sponde del vecchio carro, sotto il fico carico di frutti o in cantina tra le botti che già iniziavano a bollire.

Noi bambini facevamo il “nostro vino” con le mani dentro una bacinella alta e premevano i chicchi minuscoli tra le minuscole dita, cacciando via le forbicine nascoste nei grappoli. Eravamo soldati appiccicosi sporchi di mosto e terra ancora impreparati all'alchimia dell'alcool ma ubriachi di uva dolce e di felicità.

 

Questo, ricordo, mentre mi guardo le mani già nere di succo d’uva, in un battibaleno si trasforma in poesia, ma non ho carta e penna e allora cerco con fatica di tenere a mente le parole che vogliono volare via:

rimesto le mani nel mosto

               per sfuggire alla

mestizia autunnale

                 mista di sorrisi

e malinconie ubriache

nel mastio del mio

            riserbo stagionale

 

 

Anche ora mia madre prepara la schiacciata con l'uva, a volte, invece, enormi scodelle di panzanella; quando eravamo piccoli ci dava in premio -se avevamo “aiutato”- anche una piccola focaccia fritta con lo zucchero e un bicchiere di mosto dolce appena fermentato.

Mentre raccolgo con le mani i grappoli pieni di acini neri, minuti e fitti, tra le dita appiccicose d'uva e doloranti per le vesciche da forbice, mi restano attaccati ricordi e volti così vivi che mi pare ancora di vederne i sorrisi,  di ascoltarne le voci e i canti, i rimproveri, quasi incomprensibili in dialetto toscano, per aver perso le forbici o aver pigiato i grappoli.

 

Metto in bocca un piccolissimo chicco d’uva, quasi fosse un rito antico, mastico: ha lo stesso sapore ogni anno, ma ogni anno si arricchisce di una sfumatura nuova, a seconda di quanto sole, di quanta acqua, di quali insetti e piccole calamità si sono mescolate al tempo della maturazione.

 

Mio padre con la sua paglietta è sempre alla guida del vecchio cingolato Fiat da seicentocinquantacinque cavalli che ha più anni di me. Ha la fronte scura e corrucciata dalla responsabilità, come sempre, quando manovra i mezzi in presenza di persone e “dirige” tante mani alla raccolta.

Uno a uno saluto tutti i vendemmiatori nascosti tra i filari. Cammino in su e giù in cerca delle forbici smarrite, nonostante tutte le raccomandazioni, e dei grappoli dimenticati. Nessun chicco sfugge agli occhi attenti dei contadini e anch'io dopo tutti questi anni posso dire di avere lo sguardo allenato.

 

La stanchezza comincia a farsi sentire, non sono più una ragazzina, e pure lo stomaco brontola qualcosa, schiacciato sullo sterno.

Mia madre si avvicina portando in mano un involto miracoloso che intuisco già contenere la schiacciata. Ci sediamo ai piedi dell'ultimo filare spiluccando pane e chicchi d'uva, è felice di vedermi, le ho fatto una sorpresa, non mi aspettava...

Mi sorride silenziosa, mentre, con le mani sulla pancia, cerco di afferrare i minuscoli piedini sottopelle puntati sull'addome. Sgusciano via e nuotano spostandosi da fegato a milza come fossero pesci nell’ Oceano.

In mano mi restano due piccoli acini perfetti: saranno tondi e neri come questi chicchi d'uva gli occhi del mio bambino?

 

 

i suoi occhi-

due piccoli acini

di uva nera

 dipinto sumi-e di Santo Previtera

racconto haibun premiato come secondo al X concorso letterario 58ª edizione Festa dell’Uva di Verla di Giovo


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