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Cantante per amore

di Gennarino Ammore
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Pubblicato il 24/02/2016 07:27:36

Eccomi di nuovo qui, dietro il mio banco, a vender pesci e sognare tanto, negli occhi il pianto per l'ultima avventura: “cantante per amore”, è stata dura...
Andò così, che un fiore di ragazza, l'anima mia in pena, rendeva proprio pazza... passava ogni mattina, portava il sole in piazza, tra i banchi del mercato nella grande confusione nasceva tosto il sole, e in me la gran passione.
Ormai già lo sapete, le donne mi chiamano ammore per la mia propensione ad ammirarle tutte, le belle e pur le brutte, che poi io non ne vedo mai donne di questa fatta... c'è pure un cuor che batte, dentro non è di latta.
Insomma, ai banchi del mercato mi sentivo poeta, e quando vidi lei, la bella mia guagliona, mi credevo più importante perfin di Maradona.
Cantavo per la gioia, quasi fossi Caruso, e la voce mia squillante, vinceva ogni pertuso, sognando di far breccia almeno nei suoi occhi come fiore che sboccia in mezzo agli scarabocchi dei versi che cantavo, con enfasi intonavo, mi sentivo il più bravo, mentre m'innamoravo.

La poesia cessò quando a seguito di questo mio bel canto, al mercato mi notò un tipo, un impresario, in verità un po' dubbio... un uomo assai importante, venuto giù dal Norde, che con la sua proposta, toccava le mie corde. Ti porterò a cantare, diceva assai convinto, in mezzo a bella gente... lo farai in riva al mare, come in quadro dipinto, in un gran bell'ambiente. Ti verranno a sentire, tutte le belle donne, non sapevo che dire, la mia notte era insonne, pensando alla guagliona, dal bel nome: Simona.
Le prime mie serate, furono un gran successo, dimenticai i pesci, non ero più depresso, aspettavo il gran giorno che quasi per magia, lei mi venisse intorno, come nel girotondo. Nel pensiero era mia... vivevo in allegria, la nuova poesia, che credevo di trovare, sulla riva del mare, dove andavo a cantare.
E invece come fu, non lo saprò mai, persi la rima, la mia mente era inchiodata a quel sogno e la fantasia s'era come inceppata.
L'orologio del mio tempo batteva sempre su quella stessa ora, la lancetta bloccata come se la vita avesse subito un fermo, una sosta senza meta, se non quella di aspettare per vederla tra le mie braccia, abbandonata come barca alle placide onde di un mare in bonaccia.
L'uomo del Norde che mi aveva sentito cantare al mercato, io lo facevo per attirare i clienti, diceva: tu sarai il mio Cavallo di Troia del successo, faremo il giro del mondo... io all'inizio mi ero offeso, son sempre stato un bravo ragazzo, e una brava guagliona cercavo, non certo donne di malaffare. Gli chiesi spiegazioni di quello strano cavallo; mi parlò di poemi, di greci e di troiani, di Omero... oh m'ero confuso, gente forse di cattive compagnie, cavalcavano donne leggere, non era il caso mio. Non capii quella storia di Troia e gli dissi, lascia stare, fammi cantare e non parlar di troie che sto male assai al solo pensarci. Lui rideva, aveva un dente d'oro e una luce sinistra negli occhi, sembrava strabico, un occhio sì e l'altro no, sghembo come un bastone nell'acqua, pensava alla ricchezza e mi prendeva in giro.
L'impresario allestiva un grande palco in riva al mare, nei posti più belli, tutte le sere la gente veniva a sentirmi cantare, e il giornale della parrocchia parlava di me. Era mio cugino Salvatore che scriveva, non era bravo, gli correggevo io figuratevi un po'... la gente che mi incontrava mi diceva: Ammore, stasera dove canti, veniamo a sentirti ed io dicevo grazie, ascoltavo i consigli e mi sentivo Beniamino Gigli.
L'orchestra era buona: chitarre, mandolini e pure una vecchia batteria, suonavano proprio bene, accompagnavano le mie canzoni napoletane come un cane addestrato porta a spasso un cieco.
C'era pure un piano, serviva quando imitavo Peppino di Capri... storpiavo un poco le canzoni, Roberta la pensavo Simona e cantavo guagliona ascoltami, ti prego...e poi evitavo di dire ritorna, non era mai stata con me, allora cantavo col cuore in mano, ti prego vieni da me...ogni istante, sarà felicità, chissà se un giorno tu mi saprai amar...la gente capiva che qualcosa non tornava nelle parole, ma applaudiva, ed io ero felice.

Poi, una brutta sera, il patatrac... arrivò lei. Era in prima fila accompagnata da un uomo che conta, un ricco signorotto, vecchiotto ma potente, lo si vedeva dalla gente che lo omaggiava, e baciava a lei la mano.
Non potevo più staccare i miei occhi dai suoi, erano annegati dentro quella meraviglia di colori, imprigionati come un topo nella stiva della Concordia... anche il mio cuore affondava in quella nave, nel piacere, nella speranza che lei capisse il mio sentire.
E allora, feci l'errore fatale... decisi di dichiararle il mio ammore cantando una canzone di Modugno, che conoscevo bene nelle parole, ma la musica mi sfuggiva e non era nel repertorio dell'orchestra.
Presi il microfono: l'uomo del Norde sgranava gli occhi, l'orchestra cessò e si fermò il brusio in sala. Annunciai che avrei cantato la più bella canzone di Modugno, “Tu si' 'na cosa grande...”...
Il batterista appoggiò le bacchette sul tamburo, con una smorfia, il pianista fingeva di girare lo spartito, e i suonatori di mandolino posarono gli strumenti per terra, guardandosi con aria interrogativa.
Dissi in un fiato: questa canzone è per il mio amore segreto, la canto solo a lei... e già in sala ritornava il brusio.
Presi una chitarra, la suonavo pure maluccio, e sprofondai anema e core nei suoi occhi, mentre lei capiva e si stringeva al braccio del suo uomo, dandogli di gomito, come a dire, che vuole questo, sta guardando a me?
Certo che guardavo lei, non vedevo altro, tutto il resto era buio...il suo volto luminoso mi faceva sentire in trance, ero quasi in uno stato ipnotico, come se fossi appena uscito da una seduta sul lettino di Freud... anzi, era proprio come se fossi io Freud, uscito di senno, redivivo in questo nostro mondo. Ero confuso come potrebbe esserlo lui dopo aver condotto una seduta di terapia di gruppo con: Balotelli fresco di parrucchiere, capelli a cresta di gallo, gialli come il grano, Lady Gaga con uno spinello in bocca che tira calci al pallone, un metallaro rock con una parrucca cadente sulle spalle che mastica cicca americana mentre smanetta su un tablet, e Donatella Rettore con un coltello in mano e i denti finti di Dracula che urla “ dammi una lametta che mi taglio le vene, mi faccio meno male di un trapianto del rene “... poveraccio, ve lo immaginate Freud alla fine della seduta...ecco, io ero così, ma pure trasognato, imbambolato, ritornavo poeta, la guagliona la meta, con quella pelle di seta...
Ero tanto emozionato che la voce se ne jette, pure 'na corda di chitarra se rumpette, ed io che declamavo con voce stonata...tu sì 'na cosa grande pe' mme, 'na cosa ca me fa 'nnamurà.... cantavo col cuore, ma in platea sentivano 'a voce, e quella usciva malamente dalle corde vocali ingrippate, accartocciate, non lo sapevo ma stava finendo la mia carriera di cantante, non ero più il cavallo di Troia, ma nemmeno o cucciariello del Rione Sanità.
Mi fischiavano, mi dileggiavano, e io non li sentivo. Guardavo 'a donna dei miei sogni e continuavo, con le lacrime agli occhi... e dimmelo, 'na vota sola, si pure tu stai tremanno, dillo ca me vuo' bene... e insistevo, 'na vota sola, ma dimmelo, 'na vota soooooola... la voce si incrinava, la carriera se n'andava, mi sentivo investito dalla lava.
Cominciarono ad arrivare sul palco ortaggi di ogni sorta, tant'è vero che Carmine, quello che tiene il banco da verduraio accanto a me giù al mercato... è sempre qui dietro il palco che aiuta il padre elettricista con le luci di scena... si metteva a raccogliere nelle cassette: carote lunghe e gialle, sedano e cipolle, arance belle grosse, e pomodori San Marzano, quelli si vendono che è una bellezza.
L'uomo del Norde mi strappò il microfono di mano e m'accompagnò dietro il palco, dicendomi deciso, hai chiuso, non sei più il cavallo di Troia di nessuno, stasera non pigli nemmeno la paga, vattene e non farti più vedere.

Ora sto qui al mercato, canto la bellezza del mio pesce, che nessuno ce l'ha così bello e pulito, guardo le guaglione passare, e ricomincio a sognare, sulle onde del mare. Scrivo poesie, saran brutte ma mie, le regalo alle zie, facendo acrobazie, fra un verso e una rima, che mi dia l'autostima, mentre vendo a un bruna, che mi porta fortuna, la soglioletta gentile, incartata con stile, aspettando l'Aprile, d'una nuova primavera, con la bella infermiera che incontro la sera, davanti alla corriera, camminata assai fiera...
e il mio cuore che spera, non sia una chimera.


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