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Lezioni di Tenebra - Il laro oscuro

Argomento: Esoterismo

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 28/02/2024 17:15:51


Lezioni di Tenebra / 1
Mavruz in me - Il lato oscuro.

Avvertenza:
Se non volete mettere a repentaglio la vostra integrit morale e psichica non leggete questo racconto in cui potreste scoprire qualcosa di voi stessi che non vi piacer, dacch: Lincontro con lombra, quella parte di noi chiusa nelle segrete dellinconscio, unesperienza sempre pericolosa, alternante, dove le parti nascoste, oscure, violente e disdicevoli si manifestano per essere finalmente ascoltate e integrate nella coscienza. (*)

Il tratto nero del carboncino scorre rapido nel tracciare il grafico perimetrale dellimmensa costruzione che si presenta ardita rasentando i margini del foglio bianco, quasi fosse quello il limite imperscrutabile oltre il quale limmaginario sapre allo spazio esteso allinfinito, aprendo a un non-luogo estremo attraversato da migrazioni didee mirabilmente pensate a infrastrutture smisurate, bench solo apparenti, appena intraviste nellottica di un caleidoscopio in bianco-nero. Lunica nota di colore, una macchia rosso sangue che improvvisa simpone allattenzione, come di ferita che non coagula e si ravviva costante deturpando limmagine onirica di una magione che si profila nellintenso biancore incombente del foglio, che pur si cela alla vista dei possibili sguardi indagatori di chiunque brami irrompere nellantro buio delle sue mura, che tutto nasconde e protende verso loblio.
Lampio edificio idealmente progettato e mai ultimato, manca di successione di piani e di muri divisori che pur si combinano alla vista per effetto dinsieme, rimandando a invisibili pareti contratte, a prospettive irrisolte, a sottoscala bui che non vedranno mai la luce, a soffitte che inutilmente respireranno lafflato delletere. Lunica porta daccesso tratteggiata appena, intenzionalmente sprangata affinch nessuno possa mai oltrepassarne la soglia, dissimulata com' agli sguardi indiscreti da un oscuro volere che non prevede intromissione alcuna. Ci nonostante avviene che il vento di tanto in tanto la sfiori, quasi a raccogliere laffannoso respiro che pur sode attraverso i graffi profondi scavati nel legno massiccio dantica quercia secolare, come di profondo sospiro dindubbia esistenza che si consuma allinterno e incute timore a chi seppure casualmente vi porga lorecchio, tale da lasciar presagire qualcosa di funesto che incombe nel fitto mistero duna incessante attesa, lacre alitare di unombra che indugia nel pieno congiungimento di ci che non morte, di ci che ancora vita.
nel desiderio avito di chi vi abita ripulire ogni traccia di vissuto, cancellare i segni duna umanit pregressa, interiorizzata di un ethos consacrata allapparenza fantasmatica della propria vulnerabile presenza; dacch, lesperienza notturna di un pensiero nefasto che rivela lindefinito albale allorigine della parola indicibile che pur saccende di poetico afflato. S che il risuono di sillaba si dilata come per un grido fra punto di partenza e divenire, che nel buio incute alla luce un risveglio improvviso, febbrile e ostinato, impercettibile ai sensi, allintimit dellessere che nelloscurit savanza: uno scalpiccio affrettato di passi che si avvicinano, per poi allontanarsi e farsi di nuovo rasenti, successivi a una ineludibile pausa di silenzio
Mavruz, sei tu?
Chi altro se non io, Mavruz chiuso in me stesso, il servitore ascoso che mai riposa, e che risponde al S immaginario che del mio Signore.
Mavruz cane, dove ti sei cacciato, metti dellaltra legna sul fuoco, fai in fretta, ho freddo, la sua voce simpone veemente, accompagnata dal gesto levato della mano furente che sempre laccompagna nel dire
Vengo, vengo!
Rispondo al richiamo vibrante del mio arcigno Signore che regna incontrastato in questa austera magione in rovina, prima ancora del suo conseguimento, dacch l'ambiguit del vuoto inganna ogni mio possibile movimento. Mavruz son io, colui che vigila costante affinch il fuoco perennemente acceso non venga a spegnersi nellampio camino intrappolato nella parete, onde riscaldare la lunga e fredda notte che incombe sul suo e sul mio destino, che, se per un verso porta allannullamento dello spazio interstiziale dell'uno, dallaltro contribuisce alla sopravvivenza di entrambi
Maaaavruz!, leva pi alta la voce il mio Signore.
Vengo, vengo!
Arrivo calcando uno alla volta i riquadri che rivestono il simulato pavimento della stanza in cui il mio Signore dimora. A passo alterno trascino lento i piedi negli spazi di luce e dombra, come per una partita a scacchi, onde sottrarmi ora nel riquadro scuro del buio, ora allabbaglio di luce dei riquadri pi chiari, s da far credere chio stia arrivando da chiss quale distanza, ancorch sia qui da sempre, accanto al suo capezzale dinfermo che scolora
Mavruz che tu sia maledetto, dove sei malevolo fannullone, che cosa mai vai facendo, non senti il freddo che avanza, metti dellaltra legna sul fuoco, te lordino!
Sono qui, dovaltro mio Signore, Mavruz chiuso in me stesso, il dissoluto compagno di sbronze, ubriaco da sempre, che lombra infrange con la propria logora figura contro la fiamma contorta tornata ad ardere nel camino. Cosaltro potrei, impossibile non ascoltare i suoi richiami, le sue tiranniche pronunciazioni di despota, gli atroci misfatti che va perpetrando, quasi a volerne estirpare la colpa, per poi accusare me di qualcosa di sbagliato ch in lui
Mavruz, cane figlio di cane, dove sei?
Sono qui mio Signore, penso ma non rispondo, Mavruz chiuso in me stesso, celato dietro unassenza che finora mi concede una qualche sovrumana chiarezza dintelletto, cui in verit anelo in divenire per una sollecitazione dellanima mia. Colui al quale non importa restare in perenne attesa di qualcosa che stenta ad accadere, che se viceversa accadesse, metterebbe in pericolo la sua quanto la mia stessa incolumit. Quandanche io pur desideri cancellare i segni duna umanit ch stata, di far piazza pulita delle tracce di un vissuto artato e assumere lapparenza fantasmatica che mi distingue. Onde sottrarmi alla vita che mi si concede o fuggire da essa, assumerebbe un ethos significativo diverso, che il solo passare da un riquadro allaltro della pavimentazione candida la mia separazione dallirrealt del buio pi nero allavere accesso al bianco etereo della luce, quel non-luogo ove si contempla lavvenuta inconfutabile esteriorizzazione di ci che in fondo sono, quellIo incompiuto e non omologato, Mavruz, solo con me stesso
Maaaaavruzzzzz! Dove sei cane rabbioso?
Impossibile cercare una via di fuga nella costante sensazione di vuoto ipotetico che nel momento dello sconforto mi soggioga, per quanto sia messo di fronte allassoluto vivo nellirrealt impalpabile che rasenta lirrisolutezza della mia stessa esistenza. Dacch ogni singola idea inespressa, ogni strada intentata dal mio Signore, diventa per me visione irreversibile di un S ingigantito a dismisura che mi spinge allabnegazione, a quello stato dincoscienza che a lungo andare portatore dinsana follia.
Non v in me sufficiente determinazione capace di riedificare sopra le macerie di quanto andrebbe definitivamente demolito, o forse, pi semplicemente can-cel-la-to di un disegno d'insieme concepito e mai realizzato appieno per una incoerenza di status giuridico per me avulso dallessere tracciato. Quand'anche lo si voglia immaginare rimane un non-luogo avulso dal completamento di siffatta edificazione. Non basterebbe un solo foglio inviolato, bens ideare lestensione di un vasto terreno edificabile, onde partendo dallinterrato si andrebbe a posizionare la pietra-lata su cui fondare lardita costruzione, o forse, ricominciare il tutto con altro inchiostro che non sia nero
Mavruz, che tu sia maledetto, dove ti sei cacciato?
Faccio orecchie da mercante nel mentre la mano riprende a scorrere sul foglio che senza intralcio alcuno ricalca la struttura originaria dellimmaginifico edificio entro un perimetro pi ampio, riposizionando lintero assetto della magione-cattedrale-castello che il mio Signore ha scelto di abitare per sua ascosa dimora, sebbene il nuovo porti alla dissoluzione del superfluo e del sovra-strutturato partoriti dalla sua mente obliqua.
Ancor pi adduco allo stallo, di risollevare i pilastri portanti, sostenere i costoloni possenti che spingono in altezza le navate, istituire gli alti spalti delle torri merlate, i poderosi bastioni; nonch ricollocare al loro posto, se mai ne abbiano avuto uno, gli architravi che delimitano i piani nobili, spalancando le travature delle volte a vista, riedificando i divisori invisibili, gli spazi inesistenti, fornendo allinsieme di un sottotetto, le coperture dissimulate dei solai, aprendo abbaini da cui scrutare il cielo
Mavruz, malaugurato te, hai preparato la mia vestizione?
Eseguo mio Signore, il tempo di
Gi, dimenticavo, savvicina lora di levarsi, al mio Signore piace indossare ogni volta un veste diversa, che sia il mantello regale o la zimarra davvocato, labito talare o la cappa del giudice, spesso sinvaghisce di sporcarsi la faccia e mettersi sul viso la maschera asservita al suo logoro opportunismo di despota, e solo perch non riesce a soggiogare gli angeli idolatri e i demoni del male di cui sente il respiro alitargli sul collo, che gli provoca un brivido di gelo lungo la schiena e negli inconfessati anfratti della sua anima nera.
E mentre il calore sprigionato dalla fiamma torna a ravvivarsi nel camino illuminando ogni cosa presente nella stanza e sappresta a raggiungerlo, lo trova cos stanco che un attimo dopo di nuovo assopito, per quanto la sua mente allertata dei suoi costrutti giammai riposa. Non invano la luce rossa di fuoco proietta sulle pareti immagini di nobili appartenenze obliate, i volti rugosi di predecessori estinti, una pinacoteca di morti, un inutile agitarsi di fantasmi che non conoscono pace, che in ogni dove scorrono logori epitaffi mai scritti che presto tramutano in rivoli dinchiostro rosso come di sangue versato.
Pi in l nella stanza, sopra un tavolaccio in ombra, avvolge ciotole e pennelli posati alla rinfusa a sollevare ricordi dingenue scaramucce con la tela; bandiere sparse di vecchie guerre o forse giochi appese alle pareti si scontrano con mute statuette debano daltri continenti, ninnoli impolverati dinfantile memoria, strumenti musicali senza corde che giacciono abbandonati, archetti obliati sopra spartiti ricolmi di note incerte, tenute prigioniere in pentagrammi dissolti. Alle pareti, sospesi candelabri reggono smunte candele di notturne lotte con le tenebre, presenti in ogni angolo, ove larido sguardo accumula polvere dove pi ce n, quale scoria del tempo che si stacca dagli intonaci fioriti, dalle crepe interstiziali degli archivolti edificati nella dura pietra, che pur si sgretola al solo guardarla, dove lIo immobile si fa oggetto fra i lemmi spesi senza senso, il cui inchiostro essiccato ha vergato frasi che risuonano ancora nellaria qual eco di morte, inutilizzabili altrove. Non rimane che un battito di solitudine a colmare il vuoto dellampia stanza ove il mio Signore giace schiacciato al suolo, provato da rimembranze di secoli passati che incalzano nel divenire
Mavruz, Mavruz, sospira il mio Signore.
Non lascolto. S che neppure il copista scaltro qual io sono nel riciclare idee e concetti levigati dalluso, riesce a pronunciare sullaltare di talune sue falsit, pur aderendo alle fuggevoli istanze degli spiriti notturni che avvalendosi dellerrore divino, inevitabile quanto eccessivo, sostengono di confinare laltrui destino dentro un senso di colpa assoluto, durevole e costante, che mette a repentaglio lintegrit morale e psichica dei fantasmi che siamo, sopravvissuti al tempo.
Si dovrebbe risalire la corrente dogni fiume navigato, lestensione dogni mare attraversato, ritrovare le ragioni represse dalla mente, rivedere le allocuzioni, le esortazioni, le arringhe; superare le lacune del nero, riconoscere le mescolanze dei colori, gli amalgami di luce, le misture arcane dei veleni; cos come lasciar scorrere limpido il flusso ininterrotto dei segni e dei simboli astrologici che con grande pazienza il mio Signore tiene racchiusi nel labirinto della sua infinita incoscienza, del suo discernimento frutto di quella scienza ermetica che solo un alchemico della sua stazza, o forse quel negromante di Athanasios Kircher saprebbe decrittare, permettendo cos allinfelicit umana di svincolarsi dallingranaggio virtuale del destino morale che la sovrasta
Mavruz, di quali assurdi propositi vai ottenebrando la tua mente?
Nondimeno proprio dellinfelicit umana che il mio Signore si nutre, incitando gli accadimenti pi neri della sua perseverante infingarda. Una rete di misfatti e dorrori di cui egli soltanto detiene laccesso, s da rendere impossibile lo svelamento del mistero in cui egli si cela e che lo preserva da chi vorrebbe addentrarsi nel labirinto della sua mente nefasta, che errando cerca di stabilire un ponte, una connessione possibile tra il suo pensiero e la sua esistenza. Mentre la macchia di rosso sangue versata sullaltare dellinnocenza del suo inenarrabile egocentrismo, persevera, si estende, si ravviva e agghiaccia, e men che mai permette ad alcuno di apprendere luniversale oggettiva verit che la sola presa coscienza della morte impone
Finis nusquam, Mavruz, finis, sussurra con voce spezzata, mentre tossisce ed espettora fiele senza ritegno.
In nessun altro luogo la fiamma diabolica che fa ardere la sua anima potr mai essere spenta, che il ceppo corroso dei secoli non si ancora esaurito del tutto, n la sua avidit adultera. Non qui dunque. Chi sono io, se mai sia qualcuno, a dover biasimare loperato del Signore che mi comanda? Chi se non colui che ripone in seno allerudizione colta, gli elementi e i simboli ermetici secretati di colui che li detiene?
Mavruz infame, hai preparato la mia veste cardinalizia?
S mio Signore, qui pronta per essere indossata.
E allora muoviti, appronta la mia vestizione.
Mio Signore, non ancora lora di cena, presto per ricevere gli invitati al suo desco.
Chi lo dispone, neppure lorologio comanda le sue lancette, chi sei tu per decidere il passare del tempo?
Son io Mavruz, chiuso in me stesso, il ministro oscuro, colui che detiene le chiavi delle segrete stanze ove giacciono rinchiuse in polverosi tomi le sbiadite immagini esoteriche dellantica biblioteca astronomica del tempo ricolme di affabulazioni consunte. Soffoca laria di capoversi, di virgole e punti come daculei aguzzi, di spregevoli vuoti senza senso e velenosi accenti, tutte quelle frasi oscene che mi riserva e che non oso ripetere. Son io, che di volta in volta raccolgo senza misericordia le assi schiantate delle librerie sotto il peso delle istanze che finiscono per ardere nel camino, che alimentano il fuoco che mai cessa di ardere nel crepitare informe dei vecchi libri sapienziali
Mavruz si pu sapere che cosa bofonchi, c forse qualcuno con te?
Nessuno mio Signore. Son io, Mavruz chiuso in me stesso, il molosso dalla mascella poderosa che attende nellombra, pronto a frantumare le ossa di chi osa avvicinarsi a questa magione invasa da spettri, e che vigila davanti la porta affinch le urla dellumanit corrotta dal perbenismo, da quel buonismo che vorrebbe pervertita, depravata, affinch non disturbino il sonno ascetico del mio Signore, da cui lafflato malevolo chegli conduce seco nel sonno arroventato di tenebra
Mavruz dove sei? Or dunque sei tu, linfedele che avanza!
Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, larchitetto malevolo che tutto avalla dei suoi comandi Signore, che la sua voce terribile e nefanda il respiro affanna, anfitrione di se stesso, a decidere i cambiamenti da apportare alloriginaria struttura di questa irrisolta magione. Finanche di cancellare ogni possibile accesso che si delinea sulla pianta perimetrale, come quellunica porta da sempre sbarrata.
dunque una logica spuria di luce quella dellesperienza del passato che ritorna, e che vedrebbe can-cel-la-re questo arcano feudo di sale; per quanto ancora illumini quellunico abbaino aperto sul nulla a designare un isolato punto sospeso, di riferimento e richiamo nel biancore del foglio, pur destinato a restare visibile, qual zona franca che simpone al passare inesorabile del tempo dellattesa. Come in nessun altro luogo, le lame affilate e taglienti del suo vetro infranto attentano lincolumit di chiunque si arrischi a entrare nella tenebrosa oscurit di questa magione, senza che venga fatto a pezzi dalla malvagit sovrana del mio Signore, che mai si taccia
Sei tu, Mavruz, perverso infame?
Chi altro se non io, Mavruz chiuso in me stesso, il filosofo del residuale, che imprime al nucleo orrifico della sua mente il fascino irriguardoso e contiguo dellanimalit, laggressivit e la virulenza animale che riemerge nella passione umana, e non avalla che lanima morale riversi il proprio afflato sul suo male, per quanto in me parli la voce della ragione, tutto ci che qui appare partecipa di una contiguit passionale che da sempre il mio Signore intrattiene con la sua natura mefistofelica, che la sola presenza dellanima ancora sopravvive alla sua figura corporea in costante attesa di luce che la illumini. No, egli non sa, quandanche questo ricongiungimento accada, che ci segnerebbe la sua dissoluzione, pur nella pienezza della luce raggiunta
Mavruz villico infame, non senti il vociare di quanti chiedono dessere ammessi al mio cospetto?
Vado s, che gi i suoi pensieri danno luogo a costrutti impossibili ricolmi di malvagie intenzioni.
Maaaavruz affretta quel passo stentato che insegui, da quel bastardo infame che sei, vai loro incontro e accogli benevolo quanti vengono ad abbeverarsi al mio desco.
Vado, che almeno mi si dia il tempo.
Mavruz, dove sei?
Eccomi mio Signore, son io Mavruz, chiuso in me stesso, il cane ubbidiente e ringhioso che va ad accogliere chi non dovrebbe disturbare il mio Signore a questora, in questa gelida notte dinverno, che forse non sa chEgli ombra che divora, fatto della stessa materia gassosa della nuvolaglia che passa e che va, come lessenza aeriforme delle sue azioni da non considerare veritiera testimonianza di autentici accadimenti, in quanto essendo soltanto narrati inseguono un ipotetico passato che ritorna, frutto di unattesa prolungata allinfinito senza domani, e che pure sappressa, quale emorragia del tempo attuale che non conosce luogo dove andare, se non in quel non-luogo dove non arriva nessuno, perch invero non si aspetta nessuno. In cui tutto ci che accade trova posto solo nella mente del mio Signore, nellimmaginario del suo mondo assoluto, estremo, dove mai nulla accade, dove ad ogni battaglia vinta ne corrisponde una persa, in cui nessuno davvero perisce n sopravvive alcuno
Per quanto sia io Mavruz dallimpietoso destino, chiuso in me stesso, il carceriere amoroso e spietato della sua impudicizia; colui che gioisce della subita pena e segretamente gode della creatura sciagurata chio sono. Sebbene ci che pi mi preoccupa del mio dannato Signore il suo trasformare in fobie ossessive tutto ci ch di spettanza al buio, ai sogni arroventati dalla fiamma, alle allucinazioni pi nere; a quegli incubi procreatori di fantasmi che riempiono le sue e le mie notti insonni, scarabocchiate su centinaia di papiri sparsi che immancabilmente finiscono sul virtuale impiantito delle sue elucubrazioni
Mavruz sei tu, fai presto, raccogli quel ch rimasto dei loro umani escrementi sul pavimento?
Son io, Mavruz, chiuso in me stesso, per quanto non posso restare confinato nellalveo oscuro della sua mente in eterno, mi chiedo quando mi capiter che uno sguardo benevolo giunga a me attraverso lintercapedine dei muri di questa magione che mi tiene prigioniero, sperando alquanto incerto che il suo segreto che non pu essere svelato, infine diverr manifesto. Mi astengo dallandare oltre nel parlare, se in fine vengono a mancarmi le parole davanti al suo continuo dettare sconcezze malevole in una lingua che non la mia, fatta di oscuri ritorni, di richiami al mito, di simboli di unarte occulta e incomprensibile. Pagine su pagine da riempire tomi di crimini orrendi, ispirati per lo pi dalla bieca religione chegli professa, e che lo spinge alladorazione sacrificale di divinit mostruose che presidiano i cancelli dei cimiteri e le porte degli inferi, esigendo tributi di sangue
Mavruz sei tu dunque la serpe velenosa che porto in seno.
Son io, chi altro, se non Mavruz, chiuso in me stesso, il despota incontenibile che abita il lato oscuro di questa estrema magione. Colui che non conosce il passato n il tempo che verr, ma solo il presente, che non si fa scrupolo della inviolabile attesa che qui si professa aspettando che si compia il destino. E sar lultima notte, quella definitiva, sar come andare incontro alla disgrazia fatale che ha visto gli angeli ribelli cadere davanti alla lesa maest, contro la falsa innocenza del mio spietato Signore.
Colui che nella diatriba immutata e costante contro lumanit ha decretato la sua miserevole colpa, senza possibilit di riscatto. Questo sono io, Mavruz, chiuso in me stesso, che nulla pu il mio chiedere senza il volere altrui, che linfelicit e la colpa preposte sono ci che concerne allordine demoniaco del mio Signore, i cui statuti giudiziali regolano le relazioni tra gli uomini di qualunque grado e ceto con linfrangere le pareti astruse dellego, bens lo riesumano dal profondo abisso dovEgli pur singinocchia al cospetto di unaltrui volont
Sssst! ora mi taccio, che il mio Signore si di nuovo assopito.
Or ch sia lalba o il tramonto, nelle ore in cui apparenti striature scarlatte, quasi violacee, si distendono lineari e piane sul foglio bianco, resto in attesa dei sogni adombrandoli dombre tenebrose con le quali gioca la tirannia del mio Signore al dominio delle cose, approfitto del buio fittizio che precede lalba, onde cancellare i fantasmi che al suo richiamo aprono trabocchetti dinfime manie dambizione; cos le torri audaci cedenti a impalcature di cui si serve a tenere forche aggettanti a distanza, in quanto visione di penzolanti ideali cosparsi degoismo
Mavruz! Mavruz, non senti che stanno bussando alla porta?, chiede astioso il mio Signore.
il vento, rispondo, quando, ascesa forzata dintimo volere il mio Signore sospira.
Serenit impiccatela! Tranquillit gi stata impiccata!, sono parole non mie che ripetono lurla spaventose che fuoriescono dalle labbra del mio Signore ogni qual volta sabbandona alla contemplazione delle cose astratte e che riecheggiano sulle inesistenti pareti dei saloni immensi, colmi di vuoto, in cui sode di tanto in tanto qualche scricchiolio di travi, forse sabbattono porte in solaio. Destreggiato di vento gira un arcolaio, filatura di vita arde senza posa nel camino, avanza sul pavimento, avvolge i soffitti, cristalli di candelabri immaginari soffuscano, nere candele di sego dileguano in fumo, allorch carbonizzato il ceppo contorto, esaurisce a vita
Ideali solidificati a crinature di vetro, stalattiti negli occhi stanchi scrutano costruzioni impossibili del S immaginario, come di Maest assisa sul trono del nulla che trascina con s un destino non suo. Visioni di rocche poderose, di mura insormontabili, ove cavalieri armati fedeli allambizione, tengono una battaglia antica in difesa di un feudo di sale
Mavruz, la mia investitura! I miei ori! Le mie armi!
Mah Signore?
Chiudo orecchie a non sentire, che gi orda mercenaria chiamata a raduno, occupa la rocca pi alta. Sopra le spalle lalto monte della sua testa coronata, cristalli azzurri degli occhi a infrangersi, folti steli biondi e neri tramano ragnatele, invadono scale porte finestre, quale ponte levatoio sul fossato rigurgitante davida sete. Sua Maest, il mio Signore, solo, intento a sbranare necessari vassalli incatenati cui nessuno accorre in difesa, nessuno si leva a tutela dei loro costrutti. Sua Maest inghiotte carogne morte dinedia
Evviva sua Maest, evviva!
Suoni di trombe e tamburi, alla rocca sammaina la bandiera, della pace, nel mentre salza terribile quella macchiata di sangue. Orda feroce esce e scorrazza, urla implacabili di sua Maest: uccideteli tutti!.
Altre rocche, altre carogne, non leale battaglia sul campo, ma distruzione, stupro, violenza, lorda selvaggia abbatte torri dideali, rocche dinfinita speranza, calpesta germi di spiriti eletti il tiranno
Ohhhhhh! Aaaah!, ride tracotante sua Maest, con le mani insozzate di sangue, fa il giro dei saloni vuoti, specchi dargento macchiati dinfima fede, lacera carni a brandelli, alla finestra i cristalli azzurri degli occhi sinfrangono di pura follia. Saziata larsura di sangue, quinto elemento il tiranno potere, sua Maest saffaccia, leva alta la voce. Orda malvagia chiamata a raduno, libidine al cervello lo acclama
Evviva sua Maest. Evviva!
Questio re, questio nullit, che lambizione trova terreno fertile per linquietudine, laccanimento, la concitazione, a voler rincorrere al vento fuggevoli ideali di supremazia, entusiastica spinta in avanti, arti schiene criniere di bianchi cavalli spronati alla corsa. Gioco di fili a tendere a cavalieri, esploratori dellinfinito universo, di matematiche sfere a me sconosciute, arpa a canto ambizioso tendo: A te che ti proclami ambizioso, spronato a tutto, a sventolare bandiere pronto sul campo, sopra ogni campo di battaglia, a urlare il tuo grido: Avanti! Avanti!
A conquista avanza a conquista indietreggia, vinto a vincitore, guerriero di me, maschera e istrione, a inseguire cavallo impavido impazzito di vento, il crine allaura e zoccoli alla terra, a narici avida schiuma, al petto battito irrompente ambizione, lascia questa terra negletta alla sopravvivenza degli spirti celesti
Avanti! Avanti!, esclama nel sogno avito il mio malvagio Signore.
Cavalli pazzi, guerrieri straordinari senza posa, pupazzi della mia ragione guerreggiano nel gioco di luci e ombre della stanza vuota, fra le coperte del letto, a sventolare bandiere stravaganti per una guerra a morte di nobili cavalieri. Sarmano i difensori del grande castello del cielo, che fortissima luce balena di scudi delmi e di spade, acuti vertici nel complesso concerto, lorchestra al completo coi suoi migliori strumentisti, solleva ansia al coro. Scalpitano alla piana, cavalieri impavidi su furenti destrieri a briglia tenuti, a forza tendono, muovono pareti duniverso, cedono al vinto, castelli di nero fumo.
A cento a mille le torri crollate, ferma a bufera, spalancate muraglie del giorno, di rosso sangue la piana riposa. Allorch placata lira iniziale, il vento riporta a primiere note. Posa il coro compenetrato a silenzio, resta a sussultare il vento, maestri a spezzati archi, pausa la ripresa segna sferzanti echi durla levate inneggianti vittoria, e gi il vinto declina sul fianco, la battaglia perduta, mentre il giorno lentamente muore
Mavruz! Mavruz! dove sei miserabile?, grida il mio Signore, colpito da malore che gi stramazza a terra. LIo che rimane, nulla pu, ci che avrebbe voluto: utopia. Uno a uno, e pi forse, cedono gli ideali come giganti di carta inevitabilmente caduti, calpestio di piedi e darmi nel fango, morti a battaglia. Quando, sollevati i giganti per chimera, lottano coi giganti di chiss quale altra guerra, e ora vincono, e ora, sprofondano sotterra.
Quandecco sorgono altre rocche, altre cedono luna dopo laltra senza posa, nulla ormai resta della primiera magione-fortezza, nel mentre, abbandonato sul campo, lascio giacere il guerriero qual sono, dissanguato e stanco, tuttavia mai reso. Dove mai troveranno sepoltura quei tanti eroi caduti con onore e senza pace? Su quale terra sconsacrata dovr affondare la vanga per una fossa comune che non potr mai contenerli tutti? Unaltra guerra persa, ma per chimera nulla pu questio Re, resta inamovibile al fato, a occhi aperti e vivi, come morto sul sagrato della sua magione-cattedrale.
Sulla carta graffiati a pennino, neri dinchiostro, i disegni miei avulsi dal mio Signore, sono rifugio arcano di complicati arabeschi di luce, bench trasparenti nel segreto diario del destino, separati dai sogni, ove giorni doro e di smalto incastonati come tessere di un mosaico di vita, mi dico, non sincastreranno mai
Mavruz, dove ti nascondi in questa profonda notte di tenebre, fa chio ti scorga e vedrai.
Son qui mio Signore, io Mavruz, solo con me stesso, colui che hai voluto che fossi, architetto ingegnoso a sospendere castelli di nubi a immaginare ponti dinerzia per una disfatta al tempo che tutto nega e tutto contrasta. Quel tuo non essere son io mio Signore, costruttore intraprendente che innalza strutture impossibili, onde fermare lattesa, al riparo dei muri possenti di questo castello di carte che mi sta crollando addosso, come presto accadr, fintanto che la masnada degli insospettabili risorgeranno impavidi e si presenteranno a rendere lobolo dovuto, davanti alla porta di questa prigione-cattedrale-castello che abbiamo reso s maestosa e regale onde ossequiare il mio immaginifico Signore, certo che presto accadr, anche se nulla potr mai accadere.
Dove sei, figlio di incerta madre che non sia una cagna, perch non ti vedo?
Sono qui mio Signore, ascoso nel buio dei suoi occhi che non possono vedere, a battaglia, lacero savanza il guerriero chio sono, la spada a brandire ideali come spauracchi dorgoglio del blasfemo potere, fantasmi dambizione immuni al fato, nel gioco immaginario che pi non maggrada. Non c nullaltro chio possa aggiungere, nulla mi vieta di non andare ad accogliere i suoi seguaci, quei proseliti convertiti favorevoli alla sua malvagit, tuttavia stento, bench incredulo dal disobbedire, sia lungi da me aprire quella porta che da sempre resta chiusa, murata di dentro
Mavruz! Maaaavruz!
Or sento la sua voce catarrosa, angosciante, come uneco lontana che oltrepassa il buio spesso di questa notte senza fine, avanzare nellombra, impaziente di mettere fine al suo stesso destino come al mio. Mentre allapparire del suo spauracchio nero come la pece, respingo la sua ombra con la mano quasi a volerne schiacciare la figura, e torno a nascondere gli occhi dietro le palpebre stanche di cos ingiusta luce, di s ingiusta fine. Da tempo ormai non c pi legna da ardere in camino, e ogni stanza fredda e buia come lanima che la abita, ascosa nei meandri labirintici del male.
Nessun lamento o richiamo sode provenire dalle stanze mute che vantano il silenzio delleterno, s che langelo ribelle sceso al varo, accolto neglinferi dei semi-dio, alla sinistra del Supremo che tiene in scacco il mondo; che al mercato delle cose, da sempre va comprando fiori che non appassiranno, s che a quello della vita va rubando incustodito seme troppe volte germogliato di speranza che pi non lo illumina: Ho sempre pensato che chi spera nella condizione umana un pazzo, chi dispera degli eventi un vile, come sostiene il filosofo sopravvissuto allecatombe: Siamo pionieri della globalit, ma prigionieri dei castelli feudali (Eco).
Ma cos questo improvviso questo clangore darmi, questa levata di scudi? Cos questo tumulto di folla che sagita, che corre, che bussa alla porta con s veemenza?
Mavruz! Mavruz! dove sei, maledetto infedele, li senti, che cosa vogliono, vogliono forse abbattere la chiusa porta?
S certo, ho orecchie anchio, ma so che non si fermer la ferocia umana, pronta a scatenare unaltra guerra: Nigeria, Costa dAvorio, Congo, Zaire, Palestina, Siria, Israele, e ancora Cecenia, Afghanistan, Ucraina, Irlanda, Corea, Pakistan, India, Tibet, Miammar, ed altri popoli, tanti altri ancora, quando finir questa ecatombe? Allorch sento arrivare gente da ogni contado, accorrendo con fascine, zappe e forconi, con bastoni e martelli
Mavruz, cosa mai intendono fare, abbattere la costruzione dei miei affanni, ridurla un ammasso di rovine? Cosa sperano di trovare, tesori, opere darte, calici doro, crocifissi tempestati di gemme preziose? Ti prego fai in fretta, portami dellelisir oppure del veleno, che liberarmi voglio da questo consiglio immondo, senza consenso.
Delira il mio Signore, blasfemie corrotte giungono contro di lui, che gi non pi qui, involatosi per linconscio sconosciuto. Contro di me, Mavruz, chiuso in me stesso, che non sono che il suo umile servo, il faccendiere di questa magione, il cane da guardia del castello, la spalla sulla scena del suo teatro, il compagno di giochi, lo spartiacque dei suoi pensieri, il suo confessore benevolo
Son io colui che asseconda i suoi voleri, lavvocato difensore che non pu sottrarsi ad ogni suo incarico, lo snaturato essere dei suoi desideri, delle sue oblazioni, il capro espiatorio dei suoi offertori, lerede della sua malvagit rimossa, abbandonata come i vestiti vecchi e corrosi che riempiono gli armadi, quel Catone Uticense che malgrado tutto lo aiuter a oltrepassare prerogative di censo.
Come potrei diversamente? La paura, cattiva consigliera, non fa diventare cattivo chi non lo , che non ha la forza di ribellarsi a se stesso. So gi che stragrande scoppier domani la ribellione del vinto, quando dallalto degli spalti sudranno alti squilli di tromba, allorch altri guerrieri, bardati di bronzee corazze e di scudi, prenderanno dassalto il castello per una disfatta al tempo, che non la mia. Ed gi tutto un levarsi di spade, di scudi, di vessilli al vento
A morte il Tiranno! Uccidiamolo! Bruciamo tutto! Al fuoco! Al rogo!, gridano gli invasati. Non intendo fermarli. Non li fermer. A nulla servono ormai le parole, e gi sbavano di bocca in bocca nel dare sfogo alla rabbia insana che non dalla ragione deriva, bens dallaccidia, dallinvidia, dallavidit che sollecita il potere, non v ragione che tenga quando si arriva a codesta bassezza
Al fuoco! Al rogo!, impazzano i pi facinorosi, i faziosi del male, gli agitatori violenti, mentre le fascine si assiepano a ridosso delle mura. Basta poco, una torcia accesa gettata contro la porta, per riaccendere le fiamme malvagie nel camino. Allorch tutta la magione arde come un fal di carta ingiallita dal tempo, la macchia rosso sangue fuoriesce e si riversa sul foglio a invadere il bordo bianco circostante.
tutto un fuggire in qua e in l senza direzione, a decine, a centinaia, a migliaia cadono i felloni, i palafrenieri, i cavalieri, le guardie, i servitori, i cortigiani, i preti; cadono dappresso le teste e i busti dei grandi accolti nella biblioteca, bruciano le carte sparse nei cassetti, i ritratti alle pareti degli antenati che lo hanno fin qua sostenuto, si scioglie la ceralacca delle bolle, il sego delle candele, arde la tavola con la tovaglia bianca inzuppata di sangue tinto. Crollano i muri di sostegno, i contrafforti, gli archi romanici, le ogive gotiche, le cuspidi levate al cielo, in un unico fal delle vanit che vede il mio Signore abbandonato dallimpietoso dio degli inferi
Mavruz, chiuso in me stesso, mi chiedo cos di tanto baccano?, mi chiedo, nel mentre avverto improvviso un senso di colpa per la mia cronica incapacit di vivere nel rispetto di desideri altrui, fosse pure di correre consapevolmente qualche rischio, la precisa sensazione dessere altrove, chiuso in me stesso, in un luogo indefinibile e improbabile, perso in mezzo al nulla, se pure da qualche parte, nellangolo riposto della mia psicotica evanescenza. Allorch seduto per il desco, con un gesto maldestro rovescio il bicchiere di vino tinto sulla tavola apparecchiata, quando la macchia rosso sangue sallarga sulla tovaglia bianca e scola sul pavimento, a vuoto.
Mavruz, che c, qualcosa non va?, mi chiedo.
Non niente, vogliate scusarmi, rispondo, levandomi e affrettandomi a uscire dal foglio, mentre nel silenzio irrompe la voce insistente e alquanto alterata che mi chiama..
Maaaavruz!!!
S, mio Signore, sono qui!

Finis nusquam!


Nota: (*) Rossana De Angelis Daimon.

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