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Menadismo

di Nicolò De Angelis
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Pubblicato il 29/01/2010 13:36:00

Mentre osservavo folle ineccepibili
Mosse a parata da un genio maligno,
non mi sentii più presso alla moda.
Distesa e marcescente riposava,
mero singulto, al vaglio degli esteti.
D’ogni sconfitto il fato mi fu chiaro,
distillava il potere del controllo
e bolsi m’incitavano alla mimesi.
Quando conobbi il libero volere
Squadrai a mio talento quel ludibrio.
Immerso nel clamore delle piene
Danzavo al batter del tirso solenne.
Lieve come un petalo ho cullato
Le maledette note,cruccio d’uomini,
aggiogandole al vespro decadente.
Disperso il roco rantolo alla notte
Di Venere il poema mi raggiunse,
fagocitando masse di riverberi
ove talvolta muore una cometa.
Al suo barbaglio so i cieli piangenti,
le lune perfide e gli arsi deserti.
Ho visto sazi ventri intonare ebeti
Osanna e boia perdere le scuri;
voglio rubare il sogno che ho sepolto,
se in fondo avvampa il vino cosa importa?
Ispira viaggi in affollati abissi
Dove strappare un pegno ai più curiosi.
Conosco i fasti arditi e le facezie:
tramando i primi, badino a scansarli,
l’altre bacchetto, spremile bramoso.
Cosa paventi? Oblio dei cimieri
Posti a marcire nel tanfo mutevole,
non vincerai quel che sorge crisalide.
Ma troppo piango i pallidi tramonti
E riversando fiamme in petti sterili
M’è negata la tratta verso il vello.
Seguimi , o Menade ebbra di giustizia,
t’insegno l’arte che muore nascendo.
Se d’allor si consuma un tronfio capo
Strappa le porpe nebridi e divampa,
verace scoglio, al rorido avvenire.

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