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Il Sognatore

di Luciano Nanni
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Pubblicato il 28/02/2017 21:35:36

IL SOGNATORE

 

         Mi chiamo Luca Nain. Per oltre mezzo secolo ho svolto le mansioni di ricercatore presso l’istituto di psichiatria comparata. A quel tempo non esistevano i computer, e i casi clinici che ci sottoponevano erano raffrontati sulla base di annali e regesti che riportavano i casi già accaduti. Nel mio lavoro fui avvantaggiato essendo dotato di una forte memoria, ora indebolita causa l’età. Per questo motivo venni assunto ancor fresco di laurea. L’istituto era diretto dal professor Anton S. Weber, col quale sostenni l’esame. Se stendo la presente relazione è perché, secondo il parere dei medici, mi resta poco da vivere, un mese o forse più. Purtroppo l’unico che potrebbe confermare quanto andrò scrivendo, l’assistente Joseph Arden, è deceduto tre anni or sono, e i documenti sul caso andarono distrutti nel corso di un incendio.

         Era l’estate del 1952. Avevo rotto i rapporti con Joseph per colpa di un opuscolo, pubblicato per ottenere punteggio, ove esponevo la mia teoria sui mondi di fantasia che taluni malati di mente, specialmente schizofrenici, erano in grado di creare senza mai cadere in contraddizione nel ripeterne i particolari. Più tardi dimostrai a Joseph che le informazioni non venivano da lui; riconobbe di aver torto e divenne il mio braccio destro.

         Mi trovavo in vacanza in una località tra le colline di B. ad alcune miglia fuori città, un posto appartato e quasi ignorato dal grande turismo. Ero pensionante in casa di una signora che, avendo perso il marito in giovane età, cercava di arrotondare il suo magro bilancio. Là facevo lunghe passeggiate, contemplavo il paesaggio di boschi e vigneti, suggestivo al punto che abbozzai un poema in esametri ispirato all’uva, i cui chicchi paragonai a perle o sfere d’oro, né ricordo altro di quei versi, credo siano finiti in qualche cassetto e poi dispersi. Durante le mie escursioni cercavo di capire come potesse la mente umana elaborare scene irreali o assurde, e mi era venuta la bizzarra idea che fosse possibile riprodurle, non so in che modo.

         La signora mi recapitò un telegramma del professor Weber che ingiungeva di tornare all’istituto poiché dovevo occuparmi di un caso piuttosto singolare che non rientrava nelle competenze del personale generico, perciò presi il primo mezzo per la città e il giorno seguente mi recai al reparto.

         Per prima cosa lessi il resoconto del primario, in sintesi quanto segue. Sei giorni prima era stato rinvenuto in un giardino pubblico un uomo di mezza età, in apparenza privo di sensi. Giaceva riverso, completamente nudo e col corpo cosparso di una sostanza acquosa che a successive analisi risultò essere liquido amniotico. Portato al pronto soccorso e prestate le prime cure parve riprendersi da una specie di torpore, ma non rispondeva alle domande e nemmeno dava l’impressione di capirle. Pensando che si trattasse di un malato mentale e non avendo riscontrato sul corpo ferite o traumi, fu trasferito all’istituto dove lo avevano sottoposto a ulteriori accertamenti senza trovare niente di anormale. Da notare però alcune caratteristiche: carnagione opaca esente da impurità e capelli chiari; tra l’altro si capì che mal sopportava la luce troppo intensa. Si era anche ipotizzato un caso di catatonia, cioè quello stato morboso per cui un paziente non reagisce agli stimoli, ma la congettura risultò poco convincente perché gli occhi di un celeste pallido mandavano a intervalli lampi di intelligenza quasi volessero interrogare; inesplicabile poi la presenza di liquido amniotico, infatti le ricerche in ospedali e strutture sanitarie non approdarono ad alcun esito. Lo nutrirono per flebo e il terzo giorno riuscì a stare in piedi, ma non si muoveva da solo né mostrava qualche emozione.

         Passai diverse ore a consultare tomi di psichiatria, finché mi resi conto che il caso non apparteneva a quel campo e neanche alla fisiologia in genere, perciò accompagnato da un infermiere andai a visitare il soggetto di persona.

         Nel registro l’uomo era designato con la lettera U. per significare identità sconosciuta e per tutto il tempo in cui si svolse la strana vicenda la quinta vocale fu il suo nome. Era sistemato in una stanza speciale senza finestre; sulla parete a destra entrando un grande poster raffigurava con tonalità fra grigio e azzurro la distensiva scena di un lago contornato di vegetazione che si rispecchiava su l’acqua, immagine talmente vivida da sembrare il paesaggio reale visto da una veranda. L’arredamento comprendeva due sedie, un tavolino e un piccolo armadio, sagomati in modo da non poter costituire pericolo o essere usati come arma; il letto era situato in una rientranza dalla parte opposta del muro e la luce soffusa proveniva da un pannello inserito nel soffitto.

         Quando l’infermiere aprì la porta U. stava girato di schiena; vestiva la tenuta di degente, un pezzo unico di tela robusta per resistere a eventuali strappi. Pronunciai una frase di saluto, ma non si spostò fino a che lo toccai leggermente sul capo, allora si volse adagio e me lo trovai di fronte. I suoi lineamenti erano di una purezza che chiamerei di statua, quei profili immortalati nel marmo dagli scultori dell’antica Grecia.

         Gli feci cenno di sedersi e obbedì, quindi aveva compreso le mie intenzioni. Pur io mi sedetti, sull’altra sedia, mi posi davanti a lui alla distanza di circa un metro e cominciai la terapia secondo il mio metodo: parlare pacatamente con l’aiuto di gesti. Nel frattempo l’infermiere era uscito restando dietro la porta a controllare da uno spioncino e pronto a intervenire per ogni evenienza.

         Fin dall’inizio si stabilì fra me e U. un rapporto di simpatia; il metodo usato poco alla volta lo riportò a un pieno stato di coscienza; acquistò autonomia nei movimenti e fu in grado di fare alcuni passi nel giardino adiacente l’istituto.

         Una breve digressione. L’infermiere si chiamava Fred; io lo stimavo per le sue doti umane e professionali che ne facevano un prezioso collaboratore. Non più giovane, alto quasi due metri, era dotato di forza notevole. Doveva seguire U. per le necessità quotidiane e anche per tenerlo sotto osservazione. Del giardino dirò che era singolare: sebbene poco esteso, pareva più vasto di quanto fosse in realtà; ombreggiato da alberi frondosi, era incantevole in ogni stagione; lo ornavano alcune sculture di pietra poste lungo i sentieri o nel folto. Tra queste mi soffermavo a contemplare una figura di donna resa opaca dal tempo, e ne provavo un senso di mistero e nostalgia.

 

         Al termine di un mese i progressi di U. risultarono soddisfacenti. Partendo da sedute brevi, mai più di mezz’ora, gli insegnai i nomi delle cose. Indicavo un oggetto che lui poi additava se scandivo il relativo nome. Ma il vero ostacolo era la pronuncia: non riusciva a ripetere esattamente le parole. Perciò mi avvalsi della competenza di un foniatra, persona che sulle prime U. accolse con riluttanza; e finalmente dopo una serie di suoni inarticolati riuscì a proferire la prima parola, anche se non a senso compiuto. Poi mi accorsi che la parola conteneva gli stessi fonemi, ma mescolati: c’era qualcosa che gli impediva di metterli nel giusto ordine. Ci vollero altre due settimane per arrivare a una pronuncia accettabile, pur restando in lui la tendenza a invertire o modificare vocaboli e frasi.

         Le sedute procedevano per il meglio, sebbene a rilento; non avevo ancora posto a U. delle domande personali per scoprire ciò che ricordava del passato e quindi ricostruirlo almeno in parte; prima volevo che fosse sicuro di esprimersi correttamente, perché a volte, pur disponendo in modo logico le parole, ne sbagliava il significato, rendendo difficile poi interpretare la frase.

         Ma verso l’autunno U. ebbe un cambiamento; divenne sempre più taciturno, poi cominciò a rifiutare la consueta passeggiata in giardino. Interrogato al proposito rispose che la luce esterna gli impediva di pensare, preferiva perciò guardare il poster. Fui preso da sconforto; mi pareva che tutti i risultati fin allora ottenuti fossero svaniti, tornando al punto di partenza; unico dato stabile, U. era fisicamente funzionale.

         Raccomandai a Fred di seguirlo più strettamente e osservarlo dallo spioncino; il che fece, riferendomi che U. stava per gran parte del tempo seduto, con lo sguardo fisso al poster. Proposi a U. un cambio di stanza, per un’altra al primo piano con finestra sul giardino, quindi più luminosa, ma a quest’idea manifestò un forte disappunto, che poi si trasformò in rifiuto. Non volli forzarlo e lo lasciai dov’era.

 

         Un primo episodio inesplicabile accadde in novembre. Per alcuni giorni era piovuto a dirotto; il giardino però per me rimaneva affascinante, e mi accorsi che la mia statua preferita, la giovane donna dalle forme perfette, si stava coprendo di muschio nei punti dove si depositava l’acqua piovana. Avevo altri due pazienti da seguire, ma si trattava di casi normali. Le sedute con U. non portavano a nulla: stava di fronte a me, e io evitavo di fargli domande che in qualche modo potessero suscitare reazioni, benché si dimostrasse calmo, perfino apatico; forse stava regredendo.

         Fui destato nel pieno della notte da una telefonata di Fred che era di turno. Disse che U. era scomparso. Ora, la porta della sua camera veniva chiusa a chiave dall’esterno e aperta solo per portargli i pasti. Il fatto era grave. Nel caso di incidenti, saremmo stati responsabili non avendo custodito a dovere un degente. Mi precipitai all’istituto. Fred allargò le braccia, non sapeva capacitarsi di come U. fosse uscito; giurò che la porta era chiusa e prima di spegnere la luce, verso le undici, aveva controllato: U. stava sdraiato sul letto e pareva assopito. Le chiavi erano in due copie; una in dotazione a Fred, quella di riserva in un ripostiglio. “Senti,” gli dissi “se per disattenzione ti è scappato, dillo; troveremo una soluzione.” Ma lui insisté, e lo ritenni sincero. Con una torcia elettrica ci mettemmo a cercare nel giardino, senza esito; tra l’altro era recintato da un muro alto non meno di tre metri: come poteva U. scavalcarlo indossando un indumento che gli impediva certi movimenti?

         Passato lo smarrimento iniziale e dopo l’affannosa ricerca, suggerii a Fred, più emotivo di me, di calmarsi e ragionare. L’istituto era situato in un edificio a due piani. A pianterreno i servizi, il laboratorio per le analisi e la stanza di U. Al primo gli uffici, lo studio medico e tre stanze, di cui due occupate. Le porte venivano chiuse dall’esterno al fine di evitare sorprese. L’ingresso principale (esisteva sul retro un’uscita da aprire in caso di emergenza) di giorno era costantemente vigilato da un addetto, e dopo le nove di sera apribile con una chiave speciale in dotazione a chi faceva la notte, per la occasione Fred. Poiché feci un controllo più accurato delle varie porte senza rilevare nulla di anormale, restava un’unica possibilità: che qualcuno con la copia delle chiavi avesse fatto fuggire U. Ma, per quale motivo?

         La tensione si era un poco allentata. Fred mi convinse a riposare nella camera libera di sopra; lui era di turno e doveva stare sveglio. La stanza era simile alle altre due coi ricoverati affetti da depressione, che per la loro indole non avevano mai dato segni di irrequietezza. Qui, a differenza del piano di sotto, c’era una finestra con inferriata impossibile da rimuovere e arredi essenziali, non utilizzabili per usi impropri. Erano quasi le cinque del mattino, fuori ancora buio. Mi gettai vestito sul letto, e m’addormentai di colpo. Feci un sogno? non saprei. So che venni destato bruscamente da Fred che balbettava frasi concitate. Capii questo: U. si trovava nella sua stanza e dormiva tranquillo.

         La mia reazione fu irritata. Rinfacciai a Fred la sua impulsività, certo che avesse preso un abbaglio. Lui di nuovo mi garantì di aver fatto un sopralluogo verso le tre e U. non c’era. “Forse” replicai sarcastico “riesce ad attraversare i muri.”

         Quel giorno preferii starmene a casa per rilassarmi, dopo aver ingiunto a Fred di non fare menzione ad alcuno di quanto era successo.

 

         Per il mio carattere spesso dubbioso, pensai che doveva esserci una causa per la svista di Fred, certo addebitabile a lui ma dovuta a strane coincidenze, ma non trovai una soluzione razionale. Perciò due giorni appresso chiesi a Fred di portare con qualche scusa U. per mezz’oretta nello studio medico. Fece fatica a convincerlo, finché lo obbligò, accompagnandolo quasi di peso, malgrado le proteste. Poi chiamai un inserviente e feci rimuovere il poster, che era fissato con listelli di legno. Ma una volta tolto restai deluso: dietro c’era un solido muro, quindi non mi rimase che far risistemare il poster.

         Attesi altri giorni senza che avvenisse niente di rilevante. Un degente del primo piano venne dimesso, in previsione che l’azienda ospedaliera ci inviasse un paziente affetto da disturbi della personalità. Avevo sospeso le mie quotidiane visite a U. e mi recai da lui una mattina. C’era un pallido sole invernale. “Sere fa” gli dissi “tu sei uscito dalla stanza.” Negò nel modo più assoluto; era stato sempre lì, a eccezione di quando Fred lo aveva condotto nello studio. “Ascolta,” feci con tono affettuoso “io sono il tuo migliore amico. Fa’ conto di confessarti da un prete. Sai chi è un prete? uno che raccoglie anche i pensieri più intimi, e cerca di aiutare chi gli si confida, ma tiene le confidenze esclusivamente per sé, perché è sotto giuramento, per nessun motivo le può rivelare ad altri. Hai capito?” U. accennò di sì. “Perciò” ripresi “dimmi dove sei andato quella sera.” U. allora tenne un lungo discorso, con frasi tortuose, ma in sostanza capii che lui si rifugiava nel sogno, che non è, come comunemente si crede, un’elaborazione della mente, ma un vero e proprio luogo oltre la realtà fisica, con regole su un piano diverso, non percepibili dai sensi. U. era nato là, e poteva, in determinate condizioni, ritornarci.

         Finsi di credere a ciò che mi aveva detto, pur ponendo dei dubbi, come peraltro era opportuno, più che altro per avere dettagli e spiegazioni; capivo adesso che si trattava di una forma paranoide ai confini con la schizofrenia; dovevo quindi agire con circospezione, far sì che si liberasse da quello che definiva il suo segreto, trovando contraddizioni o punti illogici, in modo da dimostrarglielo, ma procedendo per gradi: una contrapposizione troppo violenta lo avrebbe riportato nel suo mutismo, era fondamentale acquistare la piena fiducia di U.

         Il mio modo, così interessato, destò in lui un desiderio di amicizia. Gli chiesi di descrivermi com’era il luogo del sogno, poiché io ero curioso. Dispongo di appunti al proposito: infatti ero andato annotando alcuni di quei sogni su foglietti, in parte conservati per puro caso. Ne riporto il primo.

 

Entro sempre in quel punto, una periferia che volge verso la città che io chiamo del sonno. È un posto squallido, una specie di tundra, con in mezzo la strada piena di buche con acqua. Ogni tanto passa un bus di colore giallo o arancio, ma non lo prendo perché non si vede chi lo guida. So che alla fine potrei morire. C’è in sospeso per me una sentenza, riportata su un foglio a forma di faccia. Se entro in città incontro discariche e blocchi di materiale simile a pelle umana essiccata, ma là gli orrori non sono più orrori.

 

         In seguito U. fu sempre più disponibile a raccontare i suoi sogni. Non era però facile entrarci, il passaggio avveniva in talune circostanze di cui neppure lui era pienamente consapevole. Per un sogno successivo passò circa un mese. Intanto avevo disposto una certa sorveglianza: chi era di turno doveva con cautela introdursi nella camera e verificare che U. ci fosse. Naturalmente fu sempre trovato. U. me ne parlò poco prima di dettarmi il nuovo sogno. Le sue assenze erano di pochi minuti, il tempo del sogno è diverso da quello della veglia. Presi questa sua dichiarazione come un atto di grande fiducia in me. “Da quella notte che non ti trovarono” risposi, mentendo “il primario ha disposto di conseguenza per non incorrere in fastidi con le autorità.” La mia risposta accrebbe in lui la certezza che non avrei mai svelato ad altri quanto mi stava dicendo: e in realtà così feci.

         All’inizio del nuovo anno Joseph venne assegnato all’istituto, ma neppure a lui feci menzione degli stravaganti sogni di U. Ne parlai come di un soggetto di tipo paranoide, che viveva in un suo mondo fantastico, e secondo me era irrecuperabile; ma nel contempo, non saprei come spiegarlo, cominciai a pensare che in ciò che U. mi andava raccontando ci fosse qualcosa di vero: in che misura mi era, per il momento, impossibile dire.

         Un altro sogno porta la data del 27 aprile (l’anno non è segnato), senza dubbio posteriore al precedente, come si vedrà. Lo trascrivo togliendo le correzioni fatte durante la descrizione di U. che al proposito pareva piuttosto incerto, almeno nella prima parte.

 

Entro sempre in quel punto, l’oscura e fangosa periferia. Stavolta ci sono più cumuli di quel materiale che mi pare mica stratificata, schistosa [da notare come il vocabolario di U. fosse divenuto preciso]. Devo girarci attorno. Sono forme grosso modo rettangolari, si direbbe pressate da qualche macchinario. Procedo spedito, benché da un gruppo di palazzoni mi giunga un richiamo: ho pensato a un familiare. Ero deciso a entrare in città. E infatti arrivo all’ingresso, un vecchio arco un tempo stazione del dazio. Lì sotto ho scorto una fioca luce provenire da un uscio socchiuso, che pareva condurre in alto, e per curiosità mi ci sono avventurato. Ma era apparenza, la gradinata faceva più giravolte, fino a un ampio locale con luce soffusa. Non se ne vedeva il fondo. Era un enorme pavimento di linoleum, lucido, color arancione acceso. Laggiù si confondeva in una nebbiolina. Istintivamente ho provato paura. Non ne so il motivo, forse per un senso di alienazione, come se la città fosse un organismo artificiale, vivo, senza presenze umane. Da un lato mi giunse una voce, il richiamo familiare udito in precedenza, femminile per il tono suadente. Mi invitava a farmi avanti, a prendere qualcosa. E di colpo, poco distante da me, è caduto un oggetto a forma di Y, metà rosso e giallo. Spaventato, sono fuggito. Una fuga cieca, attraverso la periferia. Quando sono giunto alla soglia, alcune forme del materiale schistoso si erano frantumate, e ho dovuto calpestarle.

 

         Fu quando U. concluse la descrizione del suo sogno che mi accorsi di un particolare del quale non sono mai venuto a capo. Erano circa le nove. La donna delle pulizie a volte arrivava che era quasi mezzogiorno. In un angolo, quello vicino al letto, scorsi dei frammenti di color giallo sporco. Mi chinai e ne raccolsi un paio dei più consistenti, provandone al tatto una singolare ripugnanza: erano lisci, leggermente untuosi, e mostravano la consistenza di un materiale a scaglie. Li feci vedere a U. e gli chiesi se per caso avesse raccolto qualcosa nel giardino. Rispose di no, da due o tre giorni non si era mai mosso dalla stanza; né potevo pensare che la donna delle pulizie avesse trascurato il suo compito; di solito era molto scrupolosa. Notai però, nel guardare con più attenzione quei frammenti, che U. era divenuto pallido. Lui, scuotendo il capo, non disse parola; io, con un pezzo di carta ne raccolsi alcuni. “Li getto via” esclamai, ma la mia voce suonava falsa. Li feci analizzare: erano pezzi di pelle umana essiccata. Il giorno dopo sottoposi U. a un esame fisico: il suo corpo risultò integro, i misteriosi frammenti non appartenevano a lui.

         Di altri due o tre sogni, che pure avevo annotato, non trovai più gli appunti, e il loro contenuto mi è troppo vago per proporli; ma ho ritrovato, trascritto sul retro di una busta, l’ultimo sogno. Da quello iniziò l’incredibile fatto che nel giro di qualche giorno ci sconvolse, io e Joseph. Su questo sogno però U. fu alquanto reticente su alcuni particolari.

 

Quando entro là, questa volta, provo una strana nostalgia, di qualcosa che ho perduto e a cui vorrei ritornare: un richiamo sensuale, irresistibile. Mi dirigo subito sotto l’arco per arrivare al pavimento lucido, il cui fondo è offuscato, e, quasi contro la mia volontà, procedo verso la foschia, finché incontro una porta di ferro. La apro: l’interno è arredato in modo bizzarro, ma c’è una figura femminile velata che pare mi stia aspettando. Io, preso da un desiderio folle, mi appresso a lei, ne sono dominato. Lei usa dei rulli muniti di aculei. No, quanto avviene poi non posso dirlo. La felicità è oltre l’essere fisico, ciò che voi chiamate realtà: io devo tornare là, per sempre.

 

         Dopo questa confessione U. si chiuse in un mutismo che nessuna domanda o minaccia valse a infrangere, ma stavolta non reperii nella sua stanza niente di irregolare.

         Il giorno seguente si ammalò: malattia? non saprei come definirla. Rifiutava il cibo, e stava disteso sul letto, con gli occhi fissi in alto. Lo affidai alle cure di Fred che, fattolo spogliare, gli misurò temperatura e pulsazioni.

         Il secondo giorno trovai U. in uno stato di forte deperimento. Avvisai Joseph, che lo visitò, poi scuotendo la testa disse: “Mai visto un peggioramento così rapido; è come se stesse morendo, o piuttosto fosse già morto” parole che risultarono profetiche. La temperatura era notevolmente diminuita e il polso era sceso sotto i quaranta battiti. Che cura poter dare, non sapendo la natura di quel morbo anomalo?

         Nella giornata di venerdì sul capo di U. apparvero chiazze di necrosi, e dal suo corpo iniziò a uscire odore di corruzione. La pelle era divenuta fragile, si rompeva alla più lieve pressione; la testa pareva rimpicciolita, con gli occhi che uscivano dalle orbite; malgrado le nostre continue sollecitazioni, U. non ebbe alcuna reazione.

         Poi Joseph gli applicò alle tempie una specie di encefalografo (termine inesatto, ma non ricordo più il nome di quell’apparecchio) che mostrò una costante e regolare attività cerebrale, come se U. fosse cosciente delle sue funzioni psichiche.

         Durante la notte che precedette la domenica, decisi di restare nella camera di U. per verificare eventuali cambiamenti, tenendo acceso un faretto che proiettava il suo raggio spettrale senza però abbagliare; stavo lì, attento al minimo segno, sennonché a forza di fissare, e a volte ingannato dalla vista, mi addormentai. Fui destato con una scossa e dalla voce di Joseph che diceva: mio Dio, guarda.

         Lì per lì, mezzo insonnolito, feci fatica a mettere a fuoco le immagini. Joseph aveva acceso anche la lampada del soffitto, e ora ciò che stava sul letto appariva chiaro quasi si fosse in pieno giorno; dovetti soffocare un grido di raccapriccio: sul lenzuolo rimaneva soltanto una ripugnante poltiglia che emanava lezzo di cadavere.

         Sia io che Joseph restammo ipnotizzati dal fenomeno, perché il disgustoso liquame si andava riducendo: nel giro di pochi minuti sparì, lasciando sul lenzuolo un alone giallastro; poi pur esso si dissolse, e infine svanì il cattivo odore; la tela del lenzuolo era rimasta pulita, come se mai vi avesse giaciuto un corpo, né riuscii a trovarne la minima traccia.

         Questa incredibile conclusione ci lasciò confusi, finché ripreso il sangue freddo ci rendemmo conto che ciò che avevamo visto era veramente accaduto. Non so quali pensieri passarono per le nostre menti: Joseph, che era molto religioso, si fece il segno della croce; da parte mia ammisi l’esistenza di fenomeni che esulavano da qualsiasi spiegazione scientifica.

         Di comune accordo si firmò un verbale, presentato poi al professor Weber, ove si dichiarava che il degente U. era scomparso in modo inesplicabile, pur avendolo custodito con ogni cura, e insinuando l’idea che qualcuno l’avesse fatto fuggire. Inutile dire che venne aperta un’inchiesta; alla fine noi fummo scagionati da ogni responsabilità, e ovviamente U. non venne mai trovato; circa tre anni dopo il caso fu archiviato.

 

         L’altro giorno ho incontrato per caso Teo, figlio del professor Weber: non lo vedevo più dalla morte di suo padre. È divenuto primario del reparto di chirurgia. Parlando della mia salute, e a proposito del responso dei medici, mi ha dato una speranza. A suo parere si potrebbe tentare un intervento che, se riuscirà, mi darebbe ancora uno o due anni di vita. Però mi chiedo: ne vale la pena? non è meglio accettare la malattia e morire secondo natura? ad ogni modo dovrò incontrarmi con Teo nel suo studio a fine settimana

         Ieri notte ho fatto un sogno. Un lungo un viale alberato. Era autunno, e il fogliame mostrava un colore tra oro e ruggine. Intorno, silenzio assoluto. Percorrendo quel viale ho avuto l’impressione di seguire l’itinerario, verso un oscuro destino, che U. aveva descritto nei suoi sogni. Al mio fianco avevo una giovane donna, di piccola statura, i capelli fluenti, un viso chiaro, avvolto da un’aura spirituale; mi ha stretto le mani, tenendosi a me, e ne ho provato un sentimento intraducibile.

         Forse la felicità esiste solo nei sogni, ma non ce ne siamo mai accorti.

 


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