Pubblicato il 02/01/2026 12:44:16
"Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuto intensamente quanto quelli che crediamo di aver perduto senza viverti i giorni trascorsi in compagnia di un libro molto caro". In questo modo, Marcel Proust apre quella che inizialmente nasceva come introduzione alla versione francese di Sesame and Lilies di John Ruskin, ma che noi conosciamo come "Sulla lettura". Leggendo queste parole, si rende manifesta l'idea che la lettura, fin dal seme della giovinezza, sia una procedura di reminiscenza, non tanto distante da quanto intendesse Platone. Ciò che ci lasciano i libri sono le immagini del luogo, l'orario e il giorno in cui ci siamo fatti accompagnare da questi formidabili interlocutori. Essi, nondimeno, sono molto di più: "La lettura è una forma di amicizia [...] Con i libri non sono necessarie cortesie. Sono amici con i quali trascorriamo la serata solo se davvero lo desideriamo. E loro, almeno, spesso li lasciamo con rimpianto. Quando poi li abbiamo lasciati, niente pensieri di quelli che avvelenano l'amicizia[...]". Non c'è imbarazzo, perché i libri non hanno nessuna intenzione di giudicarci, né vergogna, poiché il pudore e la viltà interagiscono solo tra i rapporti umani, e i libri non dimenticheranno mai chi siamo stati. È vero, non parlano i libri, ma questo silenzio non è coercitivo, non reca traccia dei nostri difetti e segreti abissali. Dunque, perché bisogna imparare a leggere? Questo interrogativo assale ogni intellettuale nella storia del pensiero. Persino Goethe soleva dire che, dopo anni e anni spesi nella lettura, non era certo che avesse davvero compreso adeguatamente i meccanismi di una "buona" lettura. Non ci si deve persuadere dell'idea che la lettura consista in una forma estetica, nello sfogliare le pagine, sottolineando proposizioni e parole per accumulare delle nozioni o acquisendo abilità linguistiche. Nulla di tutto questo: la lettura è un'esperienza foriera di verità, rivelante, disvelante. Verosimilmente, equivalente al concetto heideggeriano della Lichtung, la lettura illumina la coscienza del lettore affinché possa divenire "visibile" un contenuto che, senza di essa, risulterebbe "intelligibile" – nascosto, criptato. La saggezza di un buon libro risiede precipuamente nel diradare il chiaroscuro dell'esistenza. Pertanto, l'autore non architetta verità precostituite, sarà piuttosto il lettore a usufruire di quegli argomenti come se fossero lenti d'ingrandimento verso la scoperta della voce interiore. È una nitida operazione socratica. La lettura non si riduce ad un'immagine speculare del soggetto, ove costui rifletta sul testo la propria persona; anziché limitare gli orizzonti epistemici, si configura come un'ermeneutica del soggetto: egli, interpretando i concetti trattati, forgia sé stesso perpetuamente. Immersi in una foresta buia, costretti a vagare nei confini dell'irrazionalità, cogliamo l'esperienza della verità dal suo rendersi manifesta, giacché non più nascosta. Le parole, come le storie narrate, dei grandi romanzi non hanno un valore esclusivamente evasivo; esse risvegliano in noi, nella solitudine, un potere, uno stimolo intellettuale che sedimenta il nostro spirito. In tal modo, acquistano precocemente la valenza di catalizzatori, facendo emergere dal fondo della psiche emozioni, desideri e speranze. Così, l'intensità di quelle giornate passate sui libri diventano non tanto un atto piacevole, uno sterile ozio letterario fine a sé stesso, quanto piuttosto una ricerca del sé, una scoperta che rientra in quell'ambito della filosofia che, studiosi come Pierre Hadot e Michel Foucault, denominano come Cultura di sé. Consumare passivamente le idee altrui sarà uno sforzo vano, fintantoché si continuerà a ragionare in termini nozionistici. Progredendo nelle letture, possiederemo piena facoltà, avremo gli strumenti per affrontare la monotona banalità del tran tran esistenziale. Da questa prospettiva, leggere buoni libri significa comunicare con i migliori uomini del passato, e, abbattendo le mura monolitiche del tempo, ci scopriamo "Nani sulle spalle dei giganti". La frase di Bernanrdo di Chartes meglio descrive la "nobile semplicità" e la "quieta grandezza" della conoscenza umanistica. Proust, peraltro, ci parla dei limiti intrinseci della lettura: "La lettura è la soglia della vita spirituale, può introdurci in essa ma non costituirla". Nietzsche nella considerazione inattuale nota come "Sull'utilità e il danno della storia per la vita" avvertiva lo stesso pericolo: la visione della storia rischia di accecare l'esistenza dell'uomo, relegandolo pedissequamente nella preservazione di idoli, dogmi e idee, sacrificando la conduzione attiva di sé. Ugualmente, alla lettura è preclusa la possibilità di assumere i connotati di un bigotto feticismo, in quanto essa non dovrà sostituire il primato immanente della vita; invece, sarà propedeutica alla vita stessa, formando l'io interiore, dapprima celato, educando ad una corretta percezione della realtà e, tanto più, raffinando il gusto per le arti. Infatti: "Diventa tuttavia pericoloso quando, invece di ridestarci alla vita personale dello spirito, la lettura tende a sostituirvisi". Orbene, la verità resterà impigliata nelle pagine bianche, occultata nell'inchiostro, esulando da un'effettiva realizzazione pratica. In ultima analisi, aderendo all'invito privilegiato di buone letture, il cervello non incontrerà resistenze, cibandosi di cose pregiate, curando altresì i mali provocati dalla pigrizia intellettuale. L'intervento attivo della lettura ridesta, suscita un moto tempestoso per l'animo, e così, accedendo in noi stessi: "La sua funzione nella nostra vita sarà salutare".
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