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il Contrattualismo, lo Stato di Natura e Thomas Hobbes

Argomento: Filosofia

di Simone Tinari
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Pubblicato il 12/01/2026 15:20:52

La filosofia politica dell’età moderna, anziché svilupparsi sulla scia del modello classico che vedeva l’ordine politico finalizzato al bene della comunità, pensa ad un modello contrattualista.                       

I contrattualisti si pongono il problema di come legittimare l’ordine statale.
Cosa ci lega ad esso? Perché aderire a un tale carattere vincolante che valga per tutti?
Questo modello inedito tentò di dare una risposta che è alla base della filosofia politica: in che modo i cittadini sono tenuti a dare il loro assenso laddove si presenta un’organizzazione di tipo statuale?
Il metodo del contratto si poggia su un esperimento mentale; cioè essi si chiedono che tipo di ordine politico si darebbero gli individui se vivessero in una condizione prepolitica e prestatale, donde non esistono rapporti di subordinazione gerarchica (ossia classi) e gli individui vivano in sostanziale uguaglianza.
Gli individui, dunque, partirebbero da uno stato prepolitico, unanimemente definito  "stato di natura".
Da questo punto di partenza, essi devono organizzare la loro convivenza pacifica.
L’ordine politico legittimo è quello che verrà giustificato dall’assenso razionale di questi individui liberi ed eguali.
In sintesi, i contrattualisti non hanno prove scientifiche di come siano andate le cose, giacché cercano sic et simpliciter di rispondere alla domanda su come dovrebbe essere organizzato l’ordine politico.
Secondo i contrattualisti, gli individui deciderebbero spontaneamente di dar vita allo stato in una condizione prepolitica.
L’istituzione degli organi statali è giustificato dal consenso razionale di tutti i singoli.
Partendo dall’ipotesi dello stato di natura, quali istituzioni sarebbero legittime?
L’ordine legittimo sarà solo quello che nello stato di natura verrà accolto dall’assenso dei membri.
Il primo contrattualista degno di nota è Thomas Hobbes.
Nei suoi testi principali, come il De Cive e il Leviatano, espone la sua analisi sullo stato di natura partendo dal presupposto che in natura vi sia il cosiddetto diritto di natura, condensato nella formula latina ius omnium in omnia: gli individui vivono in condizioni di totale libertà, possono assecondare senza inibizioni i propri desideri.
Non esistono rapporti di subordinazione naturale, e le apparenti differenze tra gli esseri umani non hanno valore di per sé.
Ne consegue che, in virtù di questo diritto su tutte le cose di cui dispongono tutti, nessuno può salvaguardare sé stesso, in quanto il pericolo a cui si è esposti è sempre imminente.
Esiste piuttosto la ragione strumentale e volitiva, la quale impone che chiunque faccia unicamente i propri interessi.
Non esiste morale, poiché essa sorge con la nascita delle leggi all’interno dell’ordine politico.
Insomma, com’è noto, questa condizione produce la guerra di tutti contro tutti – bellum omnium contra omnes.
Secondo Hobbes, questo è tutt’altro che una benedizione, difatti rende la vita umana breve, misera e solitaria.
La soluzione che il filosofo traccia nel Leviatano risiede primariamente nella legge di natura: essa concerne il comando che gli uomini si danno vicendevolmente. Pertanto, bisogna astenersi da tutti quei comportamenti lesivi che mettono a repentaglio la vita del singolo nello stato di natura, producendo una guerra perpetua.
La pacifica convivenza, sintetizzata nel primo enunciato della legge di natura, pax quaerenda est, non è sufficiente.
Finché non si esce davvero dallo stato di natura, i comandi razionali della morale creata dalle leggi di natura non sono vincolanti.
Anzi, potrebbe sorgere in qualsiasi momento la preservazione del proprio essere per mere ragioni di prudenza: è necessario attaccare per primi e difendersi, rompere il patto quando meglio conviene.
Questo è perfettamente comprensibile quando manca il potere di un ordine pubblico, e dove ciascuno pensa soltanto a salvaguardare sé stesso.
Affinché non si venga annientati, una pace solida può essere realizzata spogliandosi dei propri diritti, trasferendoli ad un’autorità sovrana che, essendo super partes, decida sui diritti e sui doveri di ognuno.
In tal modo, sotto l’imperio del sovrano chiunque potrà vivere al sicuro secondo un ordinamento di giustizia, almeno secondo Hobbes.
Il patto non coinvolge il sovrano poiché intercorre solo tra gli individui contraenti, perciò vi è un unico beneficiario.
Il sovrano che detiene il potere è assoluto, non ha nessun obbligo nei confronti dei cittadini.
Orbene, egli non è limitato dal contratto, la legge che circola è ciò di cui dispone lui stesso, ed è quindi sciolto da ogni legge – legibus solutus.
Ribellarsi al sovrano equivarrebbe a ribellarsi contro sé stessi.
Leggendo Hobbes, ci si accorge che il valore di un governo, quale esso sia, va misurato in base alla sua capacità di garantire la salute del popolo – salus populi.
Nella sua prospettiva, il governo di uno solo risponde meglio a questo fine, e ne auspica la realizzazione.


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