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Hans Jonas: Dio dopo Auschwitz

Argomento: Filosofia

di Simone Tinari
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Pubblicato il 05/02/2026 18:09:15

Hans Jonas, filosofo di matrice ebraica, allievo di Martin Heidegger e Rudolf Bultmann, nel 1984, pronunciò il discorso noto come "Il concetto di Dio dopo Auschwitz" in occasione del premio Rabbi Leopold Lucas all'università di Tubinga.

Jonas, visse esperienze significative durante l'Olocausto, benché ne fece solo le veci, considerando che, come molti altri intellettuali della sua epoca, fu costretto a emigrare fuori dalla Germania.

Si arruolò nell'esercito britannico, nella brigata ebraica "Jewish Brigade Group" e contribuì alla liberazione dell'Italia. 

In un discorso sul razzismo tenuto a Udine, il 30 gennaio 1993, in occasione del Premio Nonino, raccontò alcune di queste importanti esperienze; Jonas si mostrò da sempre caloroso soprattutto verso gli italiani.

Orbene, Jonas sostenne che la teologia dovesse considerare Dio come un "Dio nascosto"; sembrano esserci riecheggi con l'apofatismo, quella branca della teologia negativa che sosteneva che si può parlare dell'essenza divina soltanto affermando ciò che essa non è. 

Gli accadimenti del genocidio, perpetrati dai totalitarismi nazi-fascisti, porta alla luce una domanda che risente di un'epoca in cui vengono meno le certezze; onde basi solide congetturate dal progresso, ma anche dalla filosofia e dalla religione, risentono di quella sentenza di Adorno: "Tutta la cultura è spazzatura dopo Auschwitz". 

Come è possibile, dunque, conciliare Dio dopo tale evento drammatico? La coscienza dell'uomo è chiamata direttamente alle più ardue questioni etiche, forse insormontabili                  

Il centro della questione è proprio questo: Quale Dio ha potuto permettere tutto questo? E posto che sia così, di quale Dio stiamo parlando? 

Dio per Jonas è un trittico formato da bontà, onnipotenza e comprensibilità, ma questa triade crolla, inevitabilmente dopo la strage disumana vissuta dalle vittime nei campi di concentramento. 

Se Dio è buono e onnipotente, non si spiega quello che è successo; resta un enigma non solo irrazionale, ma anche razionale, giacchè non si puo concepire come possa aver dissentito ad esporsi dinanzi a tutto ciò.   

Nel caso in cui, invece, Dio sia onnipotente e comprensibile, allora non resta che un'unica soluzione: Dio non è buono, dacchè egli ha permesso deliberatamente tutto questo. Infine, se Dio è pensabile nelle condizioni di bontà e comprensibilità, allora significa che Dio non è onnipotente. Dissolta questa triade, ovvero Dio stesso, cosa resta? A fortiori, un Dio debole, sofferente, impotente... È un Dio che, più che non curarsi delle azioni umane, non può agire a sua discrezione.

Dio si nasconde e, per cosi dire, non è un mago.

Jonas conclude che «Concedendo all'uomo la libertà, Dio ha rinunziato alla sua potenza»: ciò significa che Dio ha rinunciato liberamente alla propria potenza.

L'ultimo attributo di Dio è il suo essere potenza, ma dopo ciò, non può tutto. Questo si spiega perfettamente poiché, concedendo totale libertà e responsabilità all'uomo, ha fatto un passo indietro. 

In conclusione, secondo Hans Jonas, Dio non c'entra con l'olocausto, non ha salvato gli uomini dai campi di concentramento perché non ha potuto.

Dio ha rinunciato a rivelarsi apertamente, ponendo la responsabilità dell'etica e della giustizia nelle mani umane. 

Dio rappresenta un enigma trascendentale, non immanente, e la nostra responsabilità etica è radicata nell'azione umana e nella cura – Sorge – del mondo.

Ciò detto, Auschwitz per il fedele ebreo rimette in discussione il concetto di Dio che ci è stato tramandato dalla tradizione più che millenaria.

Una realtà assolutamente nuova e inedita, che bisogna sempre affrontare con tutto l'impatto che comporta una simile dilaniazione spirituale.

Auschwitz è un evento cosmico-storico – un eone per utilizzare le parole di Jonas– che chiude un ciclo di storia dell'uomo e ne apre inevitabilmente un'altra: più controversa, sensibilmente kafkiana.

Orbene, rappresenta uno spartiacque tra la storia sacra-teista e quella profana della tecnica.

Verosimilmente, ci sono affinità con la "Gaia Scienza" di Friedrich Nietzsche.

L'uomo folle – nell'aforisma 125 – annuncia la "Morte di Dio" che, come scrisse lui stesso, incarna la decadenza di un epoca storica lunghissima, "Il più grande evento dei tempi moderni, che comincia a gettare le sue prime ombre sull'Europa".

Questo evento è il preludio – per certi aspetti, poiché Jonas richiama in causa Dio per ripensare il concetto stesso di essenza divina, e non come il folle nietzschiano per rendere nota la sua morte – di quello che sarebbe accaduto ad Auschwitz decenni dopo.

Dio, dinanzi al male, si è rivelato impotente, e da ciò risorge quel timore sintetizzato da numerosi filosofi e teologi dal seguente dilemma:  

"Si Deus est, unde malum?".

Jonas invoca la responsabilità morale dell'uomo di fronte alle proprie azioni. Riconoscere il proprio simile come il proprio dissimile, e viceversa. Si tratta di dare importanza all'altro da sé, come si mostra costui in tutta l'ambivalenza del suo poter-essere.


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