Nella sua opera più celebre, “La pedagogia degli oppressi" (1968), Paulo Freire affronta come tematica principale l’interpretazione della realtà come dinamica oppressione–liberazione.
L'opera in sé rammenta un altro importante testo pubblicato nel 1961, a cura di Frantz Fanon: "I dannati della terra".
Secondo Freire, l’alfabetizzazione è l’unico mezzo, non solo per imparare a leggere e scrivere, come condizione fondamentale per la partecipazione politica e la cosciente liberazione dell’oppresso.
La dialettica oppresso–oppressore ricorda quella hegeliana: l’oppresso, acquistando umanità attraverso la propria liberazione, restituisce umanità anche al proprio oppressore, liberando anch'esso.
Freire individua 2 concezioni educative contrapposte che presentano assonanze con quelle sviluppate da Lucien Labertonnhiére.
Quella depositaria conserva e riproduce l’assetto sociale, separando l’educatore e l’educando, ma anche le persone, i gruppi e le classi sociali attraverso i rapporti di potere. C’è chi detiene il sapere e chi no; chi è destinato ad accedervi e chi non accedervi in alcun modo.
Questa educazione è lo specchio delle forme di oppressione che pagano gran parte della popolazione in una condizione di miseria e subalternità.
L'educazione problematizzante è il presupposto della liberazione, produce consapevolezza critica, passando attraverso una relazione autentica con chi vive educando (diluendo al tempo stesso il potere dell'educatore), attraverso "contenuti generatori" che, carichi di senso, aprono al dialogo e al mondo, interrompendo i vincoli innescati dalla dialettica oppresso-oppressore.
Si educa per essere di più, per alzare la testa e trovare consapevolmente il proprio posto nel mondo; desiderare un mondo diverso. Le parole generatrici (Freire parla soprattutto di immagini, poiché avendo a che fare con gente povera e non istruita, le immagini avevano un impatto più immediato) permettono di avviare un processo di coscientizzazione ed educazione da parte dell’educando–analfabeta relativamente alla sua condizione di oppresso.
Attraverso temi che generano vasto dibattito e, conseguentemente, un progressivo processo di alfabetizzazione, si approda alla liberazione che non avviene mai in solitudine. Infatti, tutta la comunità nel suo insieme si affranca dalla sua condizione prendendo coscienza dei meccanismi ingiusti a cui sono passivamente-attivamente coinvolti.
L’educazione liberatrice non si limita a trasmettere conoscenze e nozioni ai discenti, ma consente loro di acquisirle perché è un atto di conoscenza. Peraltro, deve prevenire il rischio che la dinamica oppresso-oppressore resti invariata; difatti, l'oppresso stesso può divenire oppressore e viceversa.
“Chi insegna apprende, chi apprende insegna”: s'insegna e si apprende la conoscenza già esistente (lo status quo), ma si lavora all’elaborazione della conoscenza che ancora non esiste (potenzialmente un nuovo ordine di cose).
Sebbene non ortodossa, l'influenza marxista di Freire, assieme allo spirito derivante dalla teologia della liberazione cristiana, ebbe una risonanza estesa nella pedagogia (soprattutto critica), tanto da costituire un punto di riferimento.
Come sinossi finale, l'approccio di Freire è finalizzato ad un'educazione non neutrale, emancipativa e decostruzionista. Pertanto, interdisciplinaria, decoloniale, politica e rivoluzionaria.
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