Al di là del già dato, già pensato, già vissuto e dunque di un “eterno ritorno” in cui involontariamente ci troviamo, sarebbe lecito tentare di porsi in un “non ancora” al di fuori delle presunzioni restrittive imposte dalla hybris della coscienza e dal modello di civiltà che ha costruito e di cui è rimasta prigioniera, non ultimo un modello unicamente razionale di pensare. Se l'operazione non riuscisse, bisognerebbe tentare per lo meno di trovare un antidoto.
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, p. 52).
Dunque la letteratura, o l'arte in generale, come antidoto. Usando le parole di Brodskij, la letteratura e la poesia sono “uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo” (ibidem, pp. 61-62).
L’arte scardina, con la sua intuizione simbolica del “non ancora”, vecchi ordini affannati e la ragione massificata che li sostiene viene messa in crisi.
Ciò che è entrato in crisi è l’immagine totalizzante che connetteva le esperienze socio-culturali in un che di pieno e armonico. Il superordine della razionalità tradizionale si è rivelato a un certo momento un codice in stato di usura. Null’altro che un sistema di convenzioni secondo le quali ci era stato ordinato di guardare. (A.G. Gargani, a cura di, Crisi della ragione, Einaudi, Torino, 1979, pp. 42-43).
Nel 1979, quando Gargani scriveva queste parole, si palesava effettivamente un movimento capace di prefigurare una diversa visione del mondo sorretta dal così detto “pensiero debole” che sembrava favorire una ricerca di senso non più incatenato alle proposizioni riconosciute insensate del vecchio ordine. Questa intuizione permetteva a Gargani di affermare che “ci emancipiamo dall’immagine servile della storia come svolgimento di una linea retta di eventi verso un termine finale, perché la storia si svolge sì, ma secondo una linea curva che ricade su se stessa, senza far intravedere il luogo aperto finale in cui ogni cosa andrà a posto.
Significati, norme, valori, forme di sapere vengono a disporsi entro le linee concentriche di una realtà e di un’esperienza più vicine, dirette e accessibili. Di qui il riavvicinamento significativo, che si è prodotto nel nostro tempo, “delle forme del sapere e del linguaggio a ciò che ci circonda, alle circostanze della vita comune, alle situazioni dell’esperienza quotidiana, al mondo che noi stessi siamo” (ibidem, p. 45).
Si trattava tuttavia di un dibattito ristretto a pochi studiosi che non ha mai coinvolto altre sfere della società dove, paradossalmente, il pensiero si è sempre più “indebolito”, tanto da cedere spazio a un non-pensiero che subdolamente ci avvolge e trascina verso vecchie forme a-significative dell’esistere, come qualunquismo, lassismo, edonismo, populismo e ogni altra forma di “ismo”, portatrici della fascinazione mortale della massa, e dove la famiglia ha continuato a svolgere sempre di più il suo effetto “disimpegnante”.
Paradossalmente disimpegnati dal pensare, per voler pensare in un unico modo, e spersi in un diffuso non sentire che ci consegna alle "passioni tristi" di Spinoza, forse l'arte sarebbe davvero un "non ancora" praticabile, se non altro per il suo simbolismo diffuso, spesso rasentante l'irrazionale puro, e comunque per l'innegabile tentativo di ordinare in una forma possibile anche l'incomprensibile evasività dell'Altro.
Chi volesse provare a lasciare la terra ferma del già sentito, già pensato, potrebbe allora intraprendere la via del viandante (Nietzsche) alla ricerca di un pensiero diverso, lasciandosi immergere nella circolarità della storia senza un pre-pensato punto di arrivo.
Si potrebbe allora immaginare di scrivere a un amante, non sapendo dove questi si trovi, né lo scrivente stesso. Si potrebbe, dunque, immaginare di scrivere; senza attesa di risposta. E tuttavia, tentare.
Non so se ti scrivo, né a chi, o se questa è una lettera. Nebbia dintorno: secoli. Io non so più se sono.
Una grande distanza mi incatena e l’insoluto bussa, ma non ho più una porta. Forse siamo ancora nel tuo giardino, mentre la casa alle nostre spalle brilla come una lucciola di sera. E noi la notte.
Tutto è diverso qui, tutto sormonta, e i miei pensieri hanno un’altra fonte. Che non so mia e tuttavia presente, lontana dal passato cui aderivo, ma instabile, indifesa. Mi manchi, come le tue rovine. Forse non siamo mai, non siamo ancora. Né stati.
Il paese è diventato piovoso, come aveva intuito Baudelaire e la modernità ci asfissia come un estraneo stolto circondante. Lacera, con le lacerazioni che comporta, ma nessuno risolve.
Senza di te scompaiono le voci e la natura tace. Nella città: stridore. Acuto, come un rumore muto e tutto è uguale a tutto senza dire. Non so cosa siamo diventati.
Heidegger afferma che si muore di noia nell’uniforme identico che torna, ma è influenzato da Nietzsche. Io mi riduco a goccia quando piove. L’urto è duro.
Leggevo sere fa:
L’angoscia, come la noia da cui essa deriva, è ‘l’essenziale impossibilità di una possibile determinazione’. Questo è per Heidegger lo spaesamento assoluto. E dunque ‘tutte le cose e noi stessi naufraghiamo in uno stato di indifferenza’ […] Le cose, noi stessi, ci si mostrano soltanto nell’atto di scomparire, nell’atto dell’allontanamento. E questo eclissarsi manifesta il nulla’. Infatti, l’inferno della ciarla, la chiacchiera insensata, rivela, nella sua insensatezza, proprio il vuoto che essa vorrebbe nascondere. L’angoscia non comprende il nulla: il nulla si manifesta nell’angoscia così come l’essente in quanto totalità si manifesta nello spaesamento. L’angoscia che regna nel ‘paese piovoso’ non ammette fuga (Franco Rella, Miti e figure del moderno, Pratiche Editrice, Parma, 1981, p. 62).
Io sto nel naufragio.
Anni fa, è venuto un signore da Vienna, uno di quella setta di Giudei che Tito non è riuscito a sterminare. Dice che tutto è dentro e quello che ritorna siamo noi nella nostra incapacità di conoscere. Arcaismi, dice, privi di coscienza.
L’universo è nel tempo dentro l’uomo, ma se restiamo nel divaricato eternamente inutile rappreso, nulla si compie, meno che mai noi stessi.
Parla di mente inconscia, una regione estranea ma presente, tipo… raffigurati l’Ade! Ombre di noi che vagano noi stessi: tornano e tutto resta uguale.
Non è luogo d’altrove: siamo noi l’incomprensione, tutto quello che sfugge. In esso non c’è conciliazione e la coscienza evita terrori. È una base senza base, un fondo senza terra, privo di tempo, luogo, poesia. Molti vi hanno scorto le fonti della vita, quanto meno dell’arte, ma senza ascolto esso è luogo di morte.
Il nulla interno, l’essere che non c’è e tuttavia si muove, manifesta, parla. È invisibile: lo si può scorgere solo dagli effetti. Dunque precarietà senza sostanza; e preme, accosta, svia, lancia languori; quando ti ammala parla. Siamo un linguaggio diviso che la coscienza stenta a riconoscere; attribuisce ad altro senza noi.
Ripensavo, sere fa, ai nostri dialoghi e alle contraddizioni che esprimevi. Leggevo, quando leggevo… ah, leggi tu!
Ma questo ‘andersdenken’ è il pensiero della parzialità, della precarietà, dei linguaggi che non dicono mai tutto e che spingono ad una analisi interminabile, che può essere decisa soltanto dalla prassi, all’interno di una costruzione storica, in una ‘formazione di compromesso’. Ed è proprio questa ‘parzialità’ che permette al sapere dell’inconscio di far parlare e di rappresentare il soggetto come tensione, come spazio di contraddizioni, come una costellazione in cui corpo e spirito non si annullano in una unità superiore mirabilmente conciliata, ma piuttosto parlano il linguaggio, esso stesso complesso e plurale, della ‘figura’. La figura, che come diceva Musil, oscilla tra i due mondi senza cancellarne la differenza, ma piuttosto rendendola rappresentabile (F. Rella, op. cit., p. 92).
Qui, nella stagnazione, nulla si rappresenta, come in un “mal di mare in terra ferma”. (F. Kafka, Racconti, Mondadori, Milano, 1970). E dintorno l’assente.
Come diceva Nietzsche, occorre “costringere il proprio caos a diventare forma”. (F. Nietzsche, Opere, vol. VIII, 3, pp. 85-86). Ma quale forma? Troppe visioni intorno senza conciliazione. Forse, le forme dovrebbero essere molteplici danzanti, come lucciole, come quando esisteva il parlare: uno sforzo di esistere.
Piove, anima mia, piove lontano e tutto sembra avvolto. La ciarla, l’illusione… Il firmamento, a volte.
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