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Itaca dove

Argomento: Società

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 02/06/2026 21:50:48

Senza alcuna ragione, almeno in apparenza, oggi mi sono posto una domanda: perché tornare a Itaca? E Itaca cos’è, Itaca dove? Cosa rappresenta?

Perché intraprendere un viaggio così lungo, resistere a ogni tentazione, lusinga, seduzione e infine rifiutare un destino perenne, simili a animali o semidei privi di tempo? Dunque la stasi; quella stasi senza tempo dell’inconscio che non è altro che la nostra non superata animalità.

Stasi che sa di eterno; perché dire di no, quale il richiamo irrinunciabile, ineludibile, inscindibile da ciò che veramente siamo. Dunque noi stessi: dove stiamo tornando?

Dopo il macello lungo qualcosa chiama altrove. Troia è distrutta; con essa si estingue la nostra sete di distruzione; resta solo un rimpianto. Dopo aver soddisfatto quella sete, sentiamo di non volerne più. Il macello è concluso e senza nessun senso; una conquista che non porta a nulla.

Dunque vuoti di sete e di senso, qualcosa chiama altrove. Ma è finita veramente? Itaca ieri e oggi: la sete si ripete.

I Troiani non sono morti tutti nella distruzione della loro città; alcuni sono fuggiti, altri sono stati deportati. Dove i Troiani oggi? Me li figura a Gaza, in Palestina, in Ucraina e in ogni altro scenario di distruzione dove chi non muore o fugge sarà inesorabilmente deportato. Me li figuro anche in Israele, Troiani un tempo e oggi Micenei.

Gli Americani non sono stati mai nulla e nulla diventeranno. I Russi hanno smarrito se stessi e non ne resta altro che vestigia di letteratura. I Cinesi, schiavi del loro numero, hanno perduto il senso umano e si sono trasformati in una fabbrica automatizzata. Vendono cianfrusaglie e perdizioni, Gli Europei sono sperduti in un sogno vecchio, cavalcato ancora da antichi monarchi, un sogno che non diventerà mai realtà. Dove, pertanto, Itaca?

Oggi non vedo un viaggio: il ritorno è lontano. Lontane le grida dei morti, dei fantasmi, della casa. Dove Itaca allora e cosa non rappresenta più? Cerchiamone ancora una visione.

 

Novalis, nel suo romanzo Enrico di Ofterdingen, immagina che il protagonista chieda alla misteriosa fanciulla che gli è apparsa in una foresta, accanto a un’antica rupe: “Dove dunque stiamo andando?” “Sempre verso casa” è la risposta.

Se Itaca è una casa, essa è allora un incontro, perché è il luogo da cui ci siamo allontanati, da cui ci siamo estraniati e a cui stiamo tentando di tornare. Cosa ostacola il ritorno?

Musil definisce l’essere “un delirio di molti” e nel rapporto non vede altro che “dissociazione”. Non si tratta di nichilismo ma di base di ricerca. D’altra parte, tornando per un istante al nostro presente “delirante e dissociato”, non varrebbe la pena denunciarlo e tentare di capirne l‘origine?

Eros è motore del mondo Thanatos la sua fine. Spesso il desiderio inclina verso la morte; a volte neppure quello. Eros è allora muto.

In tale silenzio, si può persino trovarsi nei panni di un personaggio incompiuto di Svevo che, allo scoccare della mezzanotte di una certa notte, scopre di non aver nulla da chiedere a Mefistofele perché non ha nulla da desiderare. Scopre allora che l’infelicità più profonda non è nel non riuscire a raggiungere la felicità ma nel non desiderare di raggiungerla. Una perdita irreparabile, come quella di ogni valore. Senza valori la vita non ha senso e la Morte dilaga. Un’Odissea senza Itaca, come sapeva Kafka (Il Castello).

In La Nostra Anima, Savinio pone il suo personaggio, Nivasio Dolcemare” di fronte a Psiche. La trova in una sordida cantina, incatenata in un angolo circondata da rifiuti ed escrementi. Si trova lì dopo aver scoperto che il suo amante, Eros, è soltanto un Fallo.

La nostra primitività, animalità, semplice meccanismo di riproduzione, chimica priva di sentimento, soddisfazione unilaterale che cancella la realtà dell’altro. La vita perde ogni significato, profondità, valenza, riducendosi ad attimo senza senso. Senza valore è il mondo che scompare e l’indicibile diventa possibile. Il Nulla, dove distruggere è forma: del Nulla, appunto.

 

“Su ogni piano – morale, ideologico, politico – la nostra esistenza è caratterizzata da quest’autonomia selvaggia dei singoli soggetti liberi e irrelati, i quali non vogliono riconoscersi in alcun valore che trascenda la loro immediatezza e si neutralizzano reciprocamente nell’elisione dei loro furibondi e sfrenati impulsi che cozzano l’uno contro l’altro…

È la nostra epoca prevista da Musil nella quale l’essere non è che “un delirio di molti” e il rapporto tra gli uomini è costituito dalla “dissociazione”” (Claudio Magris, Itaca e Oltre”).

 

Pulsioni, conflitti, contraddizioni; forse enormi che ci dilaniano. Itaca: una speranza.

Prigioniera del Nulla a cui la abbiamo incatenata, Itaca al fondo è la nostra anima.

Quell’anima che non ha cessato di chiamarci, attenderci, tessere la tela della nostra vita e disfarla di notte per concederci il tempo di tornare.

A cosa ha resistito quell’anima? All’arroganza, alla lusinga del potere, alla violenza della promessa di qualcosa di nuovo che tale non sarebbe mai stato ma solo ripetizione dell’uguale privo di senso e di significato.

Anche l’anima ha dovuto resistere a lusinghe, seduzioni, violenze ed evitare, con la tenacia della conoscenza, di essere travolta dalla stasi e dalla sua consolidata infermità.

L’anima che ci chiama e che dà vita al fondo non è altro che la nostra vita. Ma proprio per questo, quando l’approdo sarà compiuto e il ricongiungimento conquistato, dovremo averne coscienza e liberarla dall’incapacità di esistere.

Dovremo scoprire che non esiste approdo e che il viaggio non finisce mai, tranne che quando finisce.

L’etica del viandante, immaginata da Nietzsche, forse è la vera essenza del viaggio. Un viaggio di cui non si conosce la meta, che andrà scoperta passo dopo passo nell’attribuzione dei significati che la vita ci suggerirà per dare senso al mondo e al nostro esistere. Un viaggio senza approdo: la strada conduce nell’oblio.


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