Nota dell’autore
Per contributo minimo a un orrore immenso, ho aggiunto alcune righe a riflessioni già rese note qualche tempo fa. Con un link a un articolo di chi è stato sul campo. Bisognerebbe farlo circolare per fare un po’ di spazio alla coscienza nell’oblio senza nome cui ci condanna il nostro essere inconsci.
Sono stato a Gaza, ma non sono tornato. Tornare da Gaza vuol dire sopravvivere. Non fisicamente. Sopravvivere non fisicamente è difficile.
Andare a Gaza vuol dire un’immersione. Nell’aspetto concreto del Nulla, dove trovi quello che il Nulla incarna quando ti senti di non esistere.
Vuol dire anche provare quello che il Nulla prova: dolore, inesistenza, ininfluenza, sopraffazione, svuotamento e un senso forsennato del desistere.
A Gaza ci sono stato quando ho desistito.
Desistere vuol dire non avere nemmeno più pietà.
Le donne di Gaza hanno volti invisibili. Nascoste dall'inferno, sognano.
Gli uomini stanno schiena contro schiena, come fanno le ombre.
Gaza è un errore. Meglio: la conseguenza di un errore. L’errore è la manifestazione più frequente dell’umano. Questo vuol dire che l’umano è tutte le cose di cui ho parlato prima. Vuol dire anche non parlarne.
Quando sono stato a Gaza mi sono sentito in collera. Gaza è collera. La collera è un sentimento che impedisce di provare sentimenti, come i sassi che trovi per le strade. I sassi non provano nulla.
L’umano e il disumano: il disumano è umano.
Gaza vuol dire un colpo nella testa. Un proiettile conficcato nel cervello, chirurgicamente, con precisione, da fucili chirurgici manovrati da “medici/cecchini” capaci di spogliarti della vita. Vuol dire bambini, Gaza: morti.
Lo sterminio è un ospedale in cui si muore: se elimini i bambini scomparirà la vita. Un ospedale, Gaza, gestito da assassini, dove la cura consiste nel morire. Gli altri, quelli veri – medici e ospedali, dico – sono ridotti all’inutilità. Privati di qualsiasi strumento possono solo constatare quello che non vorrebbero vedere: le forme variegate della morte.
Gaza è allora morte, dove le donne che non sono diversamente dal donare vita, risultano storpiate dal silenzio. Urlano, sommessamente: addio.
Gli uomini stanno dove si conserva quello che occorre almeno a ricordare. Stanno di riserva gli uomini: riserve d’odio.
Gaza è allora accumulo di dolore e di odio.
Preparano fucili immaginari, immaginarie bombe, sottrazioni. Di vita in campo avverso ma non sanno che in campo avverso non c’è più la vita. Fasci di morti, lì, soltanto cose, che l’anima è rimasta nell’Europa del ’39, tra la neve e il nulla del fumo che saliva dai camini. Quel fumo poi è fuggito in Israele, s’è raddensato, spara.
Gaza è soltanto fumo, di bombe e di fantasmi. E noi che non abbiamo più un pensiero, un sentimento o un’anima, viviamo una finzione di osservanza a ideali presunti, capaci di lenire colpe grandi e di evanescenze ataviche dove sediamo immobili, osserviamo, deploriamo, aspettando che intervenga almeno Dio, un Dio pietoso che possa spargere per lo meno oblio.
Ma a Gaza persino Dio è vendicativo; sì, come quando si vestiva d’altri nomi e coltivava eserciti.
Noi che non siamo Dio e non siamo altro che osservatori prossimi a finire, lanciamo dubbi fondi nella sera e ci chiediamo: cosa posso fare? La mia risposta è niente, al di là di diffondere e parlare.
Chi vuole potrà leggere.
https://www.europeanpressprize.com/article/what-the-wounds-are-telling-us/
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