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Hotel Artemis

Argomento: Cultura

di Giovanni Baldaccini
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Pubblicato il 15/06/2026 17:15:40

 

Più tardi: luna verde devasta conoscenze.

Riflessi, probabilmente, ma Caravaggio non stava sulla luna.

Ne sa qualcosa Paolo di Tarso. Disarcionato, attende spiegazioni. Un lampo, una caduta, una visione. Tuttavia resta verde. Come è possibile?

Forse un segnale… qualcosa di diverso nel cervello…? Ah, santo cielo, distinguere è distante. Avvicinarsi un po’.

Mi viene in mente un vecchio film con Tyrone Power e Rita Hayworth: “Sangue e Arena”. Un fumettone americano davvero pessimo, perfetto rappresentante dalla barbarie ingenua degli Americani di allora. Oggi è rimasta solo la barbarie. Lei cantava una canzone “Verde luna”; sarà per quello?

Oggi sulla luna ci andiamo con Artemis, capsula semispaziale e fondo buio.

Artemis, allora: associo ad altro film: “Hotel Artemis”, con Jodie Foster. Un film ottimo.

Si narra di un ricovero per criminali dove una anziana infermiera prestava cure a qualsiasi delinquente ne avesse bisogno, assistita da un guardiano fedelissimo.

Ne arrivano molti in una notte tragica, mentre in città si svolge una sommossa. Molteplici i morti.

Non si muore da soli: i morti ti vengono a trovare. Loro sono soli; non ti lasciano solo. Parlano con Dio.

Ci parlavo da bambino, ma quelle erano preghiere. Ci parlo da vecchio: non molto diverso.

Si annega, anche, la morte nel dolore. Quella annaspa. Dice:”Così mi uccidi!”

A volte mi chiedo se sono morto. Non ne ho idea, ma poi intuisco che ho cominciato a farlo quando ho lasciato Roma.

L’ho lasciata perché non ci potevo più stare. Non ci potevo più stare perché un pensionato non può stare da nessuna parte. Sono venuto qui, a nessuna parte.

Nessuna parte è un paese che non c’è. Non c’è perché un posto così insignificante non è possibile che esista.

Un paese piccolo. Qui nel finito occorre l’infinito. Infinito equivale a dispersione: un dolore disperso.

Leggo libri. Tutta la storia di Roma. Da capo e poi da capo. Leggo me.

A volte qualche film. Leggo, guardo film. Non so dove sia il tempo.

L’altra sera ho ri-visto “Scoprendo Forrester”, splendido film con Sean Connery in cui si racconta la storia di uno scrittore agorafobico che ha rifiutato il mondo.

Chiuso perennemente in casa; asserragliato, direi. Ci si commuove, ci si immedesima anche. Io più che rifiutare sono stato rifiutato, ma forse è stato reciproco.

Alla fine lui ci torna dove è nato: per morire. L’esilio non è facile da dire.

Vivere in un hotel? Sarebbe vago, ma in fondo se non ci opponiamo siamo tutti criminali.

A un certo punto, la folla inferocita fa irruzione nell’hotel-clinica inseguendo una poliziotta che risulta avere un rapporto non chiarito con l’infermiera.  Appesa ad un muro viene tirata su. Non servirà.

Arriva anche il capo di tutti i capi, fondatore del ricovero. Ferito nella sommossa non sopravviverà, ma il figlio farà irruzione con la sua banda. Muoiono tutti. Anche qui.

La vecchia infermiera riesce a fuggire. Transita per strade secondarie evitando la folla in rivolta. Con la sua valigetta; piccola; esule. Ma tornerà: non si lascia una vita.

Io l’ho lasciata dove sono nato.

Qui la sera è silenzio. Il mio pensiero è Madre. DIce: “Fammi vivere”.

 

Chi sono Forrester e l’Infermiera e quali modalità di esistere rappresentano? Per saperlo occorrerà stanarli.

 

Claudio Magris, scrivendo di alcuni racconti di Broch, riuniti sotto il titolo de ”Gli Incolpevoli”, scrive che “Broch analizza nelle sue opere l’eclissi di un valore centrale, che dia un senso alla vita e

sul quale si possa fondare una civiltà, egli raffigura il sonnambulismo dell’individuo contemporaneo che si muove, spettrale e alienato, nelle relazioni sempre più vuote e astratte, defraudato di ogni realtà concreta e significativa, governato da una razionalizzazione formale che cela, sotto la sua impeccabile simmetria protocollare, l’abisso dell’irrazionale” (C. Magris, Itaca e Oltre”.

O Kafka, braccato dal Sistema che è ovunque, che gli ingiunge di uniformarsi o di morire. Dunque, nell’identità del risultato, nega ogni scelta.

Nascondersi, allora, se mai è possibile. E resistere, fin dove si può.

 

Forrester ha scritto un unico libro in cui ha rinchiuso il mondo. Poi ha rinchiuso se stesso in un appartamento del Bronx da cui non esce mai e nessuno può entrare. Non è facile entrare: Forrester sorveglia.

Sorveglia che nessuno entri: se accadesse sarebbe perduto. Quale il pericolo? Il mondo che ha rinchiuso. Il suo è un estremo tentativo di sopravvivenza, perché Forrester è unico, irreversibile, irripetibile, mentre il mondo trasforma il singolare in un plurale anonimo fatto di volti senza identità se non quella fittizia di una massa che tutto rende uguale e indistinguibile. Per il mondo conta solo la specie; il singolo scompare. Alieno ad ogni sistema diverso dalla propria identità, Forrester tenta come può di resistere, sapendo perfettamente che non ci riuscirà. Dovrà morire e per farlo uscirà dall’appartamento per tornare dove un giorno è nato e il mondo è Madre.

Come è Madre l’Infermiera, dei diseredati, dei disadattati, degli esclusi, dei profughi, dei superstiti di un naufragio fatto di resistenza e ribellione per evitare di essere inglobati dove tutto scompare.

Folli probabilmente, se la pazzia è un diverso dall’uguale uniforme senza forma che il sistema propone e spesso impone, a pena di morire suola sedia e forme uguali.

L’Infermiera resiste, come i feriti che le chiedono soccorso. Resiste, alle ferite proprie e dei suoi figli. Figli, che l’Infermiera è Madre e dunque è cura.

Tutto scomparirà mentre la folla devasta il senza senso della vita. Devasta, la folla; l’Infermiera resiste in nome di una vita che scompare.

Come chi scrive, dal suo ultimo eremo, lontano da dove.

 

 


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