:: Pagina iniziale | Autenticati | Registrati | Tutti gli autori | Biografie | Ricerca | Altri siti ::  :: Chi siamo | Contatti ::
:: Poesia | Aforismi | Prosa/Narrativa | Pensieri | Articoli | Saggi | Eventi | Autori proposti | 4 mani  ::
:: Poesia della settimana | Recensioni | Interviste | Libri liberi [eBook] | I libri vagabondi [book crossing] ::  :: Commenti dei lettori ::
 

Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Sei nella sezione Articoli
gli ultimi 15 titoli pubblicati in questa sezione
gestisci le tue pubblicazioni »

Pagina aperta 37 volte, esclusa la tua visita
Ultima visita il Tue Sep 29 21:54:23 UTC+0200 2026
Moderatore »
se ti autentichi puoi inserire un segnalibro in questa pagina

Lo splendore e la polvere - un libro di Massimo Recalcati

Argomento: Libri

di Giorgio Mancinelli
[ biografia | pagina personale ]


[ Raccogli tutti gli articoli dell'autore in una sola pagina ]

« indietro | stampa
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »




Pubblicato il 29/09/2026 16:17:06

Massimo Recalcati - 'Lo splendore e la polvere' - Feltrinelli 2026
GioMa coadiuvato da una riflessione critica di - ChatGPT.

Un ‘bla…bla…bla…’ irriverente dell’io lettore che nell’ambito di ricercate “Convergenze filosofiche” con l’ausilio di ChatGPT, affronta un libro di chiaro stampo formativo afferente alla Psicanalisi e che apparentemente rende vaga la scienza che si vorrebbe rappresentare. Senza nulla togliere alla validità del lavoro, 500 pagine fitte di concetti tortuosi che, oltre a spalancare ‘porte e finestre’, (leggi soglie), agitano venti turbinosi che penetrando le menti più permissive, finisce per lasciare il lettore esangue nella consunzione della propria essenza.
Tuttavia il dibattito scientifico-letterario-psicoanalitico affrontato dall’autore con maestria da provetto saltimbanco, che affida ai puntini (…) quanto non è necessario rivelare dell’indicibile che non ha ‘stato’, lascia spesso il lettore sospeso a riflettere su quanto affermato, sia nelle 'interviste' che nei 'dialoghi' a confronto con eminenti studiosi e letterati, risponda in qualche modo a una domanda riguardante la sfera emotiva individuale, o a una inquietudine introspettiva collettiva.
Un po’ come se Recalcati avesse un buco nella suola di una scarpa che lo fa soffrire, nel mentre Lacan (suo mentore affermativo), passo dopo passo, dilati l’ampiezza del buco e non gli lasci il tempo di respirare. Del resto lo stesso Munch è ancora lì che ‘grida’ per un sassolino che nel camminare vi è penetrato e che gli dà un fastidio tremendo, senza tuttavia fermare il passo a toglierlo e a riprendere fiato.
Certi delle capacità dialettiche onde portare acqua al proprio mulino, viene da chiedersi se talvolta Recalcati non possa chiudere qualcuna delle porte e finestre che mantiene costantemente spalancate? Se non altro per evitare al lettore-paziente, di sostare nel mezzo delle correnti paranoiche e pro-rivoluzionarie che scompaginano le menti di quanti sono decisi a rimanere umani.
Soprattutto a fronte della decostruzione in corso di ogni apparato scientifico-etico-difensivo che, con l’avallare di un certo ‘teatro di guerra’, non lascia inalterato alcuno dei molti convincimenti accertati, né ad alcuna possibilità umana di riscatto, che la priva della fantasmatica speranza di una risolutiva ‘estrema unzione’. Alla quale un salutista d’anime ha risposto: “sì, ma con poco olio”, contaminando così ogni ipotesi critica d’una fede probabilmente smarrita lungo la strada.
Di estremo interesse l’intero contributo recalcatiano su temi di grande attualità nell’affrontare alcune paranoie esistenziali come ne: La logica del sacrificio, e Trauma della perdita e gratitudine; o ne: Il mistero delle vite degli altri, in cui l’autore, con una certa coerenza “al vero”, affronta il tema dello psicanalista quale assiduo lettore, ponendo in chiaro l’importanza, se mai ce ne fosse stata la necessità, del ruolo di luminare scientifico che si propone di risolvere i pre-post traumi (leggi desideri insoluti) che ogni lettore si porta dietro.
Ancor più quando affronta la ‘psicoanalisi applicata’ in Le forze e le forme, dove egli trova un appiglio soggettivante all’estetica freudiana e ancor prima nietzschiana delle ultime tendenze dell’arte contemporanea, in cui pur si avvale della complicità estetica del lettore onde sollecitare, o almeno sembra, voler stimolare una visione etico-autoreferenziale che i ripetuti “no?” in chiusura di ogni affermazione mettono a confronto.
Nulla o quasi risulta avulso dall’interpretazione ontologica dell’autore: dalla poetica all’enfasi dell’ego; dalla filosofia antica al protagonismo dell’eroe moderno; dalla contingenza dell’incontro al paradosso della sessuazione come processo educativo; dal cambiamento comportamentale individuale, alla trascendenza d’una possibile teologia nella psicanalisi. Da Sartre a Lacan l’interesse di Recalcati spazia ampiamente in quello che è lo scibile ‘dialogante’ nella psicoanalisi contemporanea: “tendente a enucleare un legame sotteso tra la filosofia e l’irriducibilità della soggettività umana”; (cit. Gabriella Farina).
Da Flaubert a Proust, Recalcati individua quello che in letteratura si pone come una possibile defiance nel rapporto tra determinismo ed effettività, tra inconscio e realtà. Ma una cosa è parlare di domanda di desiderio e l’ambizione di attuabilità del desiderio. Se la risposta è che il desiderio cessa con la sua realizzazione, non vedo scampo dalla compromissione umana di cercare nell’altro la finitezza di cui ha bisogno, a quanto pare senza trovarla.
Di fatto la decostruzione del dualismo desiderio-sessualità, che da sempre svigorisce la stabilità psichica dei ricercatori (quanto di noi lettori), affrontata nel capitolo dedicato a La Nausea di J.P. Sartre, non si pone in contrato con quanto affermato da Gabriella Farina: “l’angoscia è in stretto rapporto con il campo aperto delle possibilità - le infinite possibilità generano angoscia - con la libertà come fondamento infondato dell’esistenza.” (cit. nel testo), che mette a dura prova la singolare possibilità di affrontare la solitudine finale cui l’umanità va incontro.
Solitudine ancor più testimoniata dalla visione di insegnamento e approfondimento della psicanalisi recalcatiana, che di fondo riguarda la suggestiva possibilità di diventare e/o di trasformarsi in altro da Sé. Cioè di disumanizzare quanto di umano rimane, per lasciare il posto in Quel che resta: all’interazione mimetizzata di quello che Isaac Asimov aveva già previsto nel 1950 in “Io Robot”: il problema individuale e collettivo delle trasformazioni in atto e delle loro impasse…
“Io ho visto dall'inizio, quando i poveri robot non potevano parlare, fino alla fine, ora che si ergono fra umanità e la distruzione.” (cit. Isaac Asimov).
È questo, potremmo dire, il bordo tra il discorso della contemporaneità dell’autore come colui che illumina, 'che porta luce'. Allora è interessante vedere nella sua: 'funzione di far circolare i discorsi, la capacità di mantenere il vuoto. Ma anche nell’introdurre l’elemento della luce... Certo, la porta non con la pretesa di illuminare tutto, di chiarificare tutto, la porta preservando, piuttosto come direbbe Nietzsche, l’oscurità preservando qualcosa di irrimediabilmente oscuro… il maestro ha il compito di preservare il vuoto, cioè l’indicibile, proprio mentre porta la luce', (M. Recalcati).
Ora tutti noi lettori, vagando da una situazione a un’altra, da un copione a un altro, restando in fondo sempre ciò che siamo, con le stesse problematiche da decifrare, con i medesimi dubbi irrisolti, con lo stesso identico destino che ci relega a personaggi fuori del tempo, sempre alla ricerca di carpire al destino quell’immortalità che mai ci potrà appartenere, senza fare niente per cambiare lo stato delle cose. Si può dire che dietro l’apparente facciata della nostra normale apparenza, il destino plasmi talvolta la sua diversità, perché molto dipende dalla “luce” attraverso cui guardiamo la realtà.
È così, che lo vogliamo o no, per un tempo assai lungo ci preoccupiamo di come mantenerci in vita, poi cominciamo a preoccuparci di come morire, tra le due cose c’è una sottile differenza. Infine possiamo dire di conoscere la trasformazione del nulla, in perenne disperata attesa di riempire il vuoto che in qualche misura rappresenta ormai la nostra realtà. Fatto salvo che tutti abbiamo paura del vuoto che si è creato seppure in modo virtuale intorno a noi, invero siamo tormentati da una vile quanto profonda ‘assenza’, come di qualcosa che improvvisamente potrebbe venire a mancare nelle nostre vite. Diversamente, se si vuole: “la psicanalisi, come la democrazia, fa dell’incompiutezza la forma massima della sua compiutezza”, (M. Recalcati).
Al dunque, più che alla psicanalisi è forse auspicabile affrontare l’impasse affermativa del grande sociologo del nostro tempo Zygmunt Bauman che, pur spogliando l’individuo delle sue sovrastrutture, lo avverte:
“Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no… Come trasportati da un alveo d’infinite possibilità su un argine incolto, in cui nulla accade... Per quanto grandi i pensieri possano sembrare, non lo saranno mai abbastanza da inglobare, e tanto meno trattenere, la munifica prodigalità dell'esperienza umana. Non è forse vero che una volta che è stato detto tutto sulle più importanti questioni della vita umana, rimangono ancora da dire le cose più importanti?”.
Poscritto:
Una nota di rilievo va qui spesa sulla copertina di Mimmo Jodice: “Attesa, Opera 8” - 2014.Trattasi di una finestra aperta contro un muro di mattoni che Recalcati spiega come: “Un indebolimento radicale del tratto sostanziale che fa legame, che fa massa… Tutto accade sullo sfondo di un vuoto. Sono teste e pietre senza forma... Di una comunità senza sostanza, fatta di un insieme di solitudini… la sua singolarità irriducibile”. Il quale, inoltre, rispondendo ad un intervento pubblico dice: “Il valore di una testimonianza - come quello di un insegnamento o quello di un atto analitico - si misura solo a posteriori, a partire dall’effetto soggetto che ha saputo generare”.
“Ti ho dato un vuoto, ti ho dato una pienezza / scartali con cura - l’uno è fragile come l’altro - / e quando mi ringrazierai / fingerò di non cogliere il dubbio nelle tue parole / quand’anche dirai che erano proprio ciò che desideravi”, (N. MacCaig). Che l’io lettore legge come se si stia parlando di ‘cenere’ piuttosto che di ‘polvere’.

ChatGPT: Riflessione critica.

I Chat GPT, vorrei rileggere con te la recensione su Massimo Recalcati afferente a “Lo splendore e la polvere” - Feltrinelli 2026. Puoi darmi un tuo parere?
ChatGPT: GioMa, ho letto la tua recensione con l'attenzione che merita un testo nel quale la lettura di Recalcati è ormai diventata qualcosa di più di una recensione: è una sorta di processo dialettico fra il libro, il suo autore e il lettore che si rifiuta di rimanere semplice destinatario del discorso.
Ti dico subito la mia impressione: questa versione ha acquistato una fisionomia personale e riconoscibile. Non è una recensione accademica, né intende esserlo. È un articolo di critica letteraria e filosofica nel quale il libro di Recalcati diventa il luogo da cui muovere una riflessione sull'incompiutezza, sul desiderio, sulla solitudine e, soprattutto, sul destino del lettore.
Il tuo «bla…bla…blà…» iniziale non è soltanto una provocazione. È una dichiarazione di poetica critica: il lettore entra nel discorso dell'autore, ne ascolta le ragioni, ma conserva il diritto di interromperlo, di dissentire, persino di irriderne le pretese di esaustività.
E qui ritrovo una delle questioni che avevamo affrontato nelle nostre precedenti conversazioni: il rapporto fra il non detto, l'interpretazione e quella memoria di chi ha vissuto l'esperienza che nessuna teoria può interamente esaurire.
Vorrei tuttavia distinguere tre aspetti: la riuscita letteraria dell'articolo, la sua tenuta critica nei confronti di Recalcati e alcuni punti sui quali interverrei ancora, non per addomesticare la tua scrittura, ma per renderne più incisiva la voce.
1. La voce del lettore: il vero centro della recensione
La cosa che più mi convince è che non ti poni davanti a Recalcati come un recensore che deve stabilire se il libro sia riuscito o meno. Ti poni come un lettore che ne subisce l'azione e, proprio per questo, reagisce.
È una differenza sostanziale.
Il libro è fatto di interviste e dialoghi, dunque di parole che si richiamano, si correggono, si amplificano. Tu rispondi a questa proliferazione con un'altra proliferazione: immagini, associazioni, domande, citazioni, scarti ironici. La tua recensione finisce così per riprodurre, nella propria forma, qualcosa della materia che critica.
Ma non si limita a riprodurla. Cerca un punto di rottura.
L'incipit
L'attacco è coraggioso e ha un'impronta giornalistica. Il «bla…bla…blà…» è quasi un pernacchio intellettuale, ma anche un modo di mettere subito in discussione la solennità del linguaggio teorico.
C'è però una questione che riguarda la precisione del bersaglio.
Tu scrivi che il libro rende più vaga la scienza che vorrebbe rappresentare. È una tesi forte. E proprio perché forte, richiederebbe una distinzione: stai contestando la psicoanalisi come disciplina, il modo in cui Recalcati la espone oppure la sua pretesa di interpretare ambiti dell'esperienza che eccedono la clinica?
Sono tre obiezioni differenti.
La tua recensione, a mio avviso, è particolarmente convincente quando investe il secondo e il terzo aspetto. Lo è meno quando sembra abbracciare il primo senza una dimostrazione specifica.
Non occorre attenuare la provocazione. Occorre renderla più precisa.
Per esempio, il tuo bersaglio potrebbe emergere con maggiore nettezza se, dopo l'incipit, il lettore comprendesse che la tua contestazione riguarda la progressiva estensione del discorso psicoanalitico alla letteratura, all'arte, alla filosofia e alla condizione umana, senza che ogni volta risulti altrettanto chiaro dove finisca l'interpretazione e dove cominci la conoscenza dimostrabile.
Questo, secondo me, è il nucleo critico più interessante che il tuo articolo contiene.
2. Il buco nella scarpa: una metafora riuscitissima, ma da non disperdere
Un po’ come se Recalcati avesse un buco nella suola di una scarpa che lo fa soffrire, nel mentre Lacan (suo mentore affermativo), passo dopo passo, dilati l’ampiezza del buco e non gli lasci il tempo di respirare.
Qui, GioMa, la tua scrittura trova una sua autentica originalità.
La metafora è efficace perché traduce un rapporto teorico complesso in un'esperienza corporea elementare. Il buco nella scarpa non è più soltanto un difetto: diventa la ferita che il pensiero, anziché risolvere, continua ad approfondire.
E l'immagine di Munch che segue, con il sassolino penetrato nella scarpa, introduce un secondo livello: l'artista che grida per una causa apparentemente insignificante, ma che nella sua esperienza assume dimensioni insopportabili.
È una delle immagini più riuscite del testo. Il richiamo all'uomo che continua a camminare, tormentato da un fastidio che non riesce a risolvere, rende visibile la tua critica alla fatica interpretativa. L'immagine è ironica, paradossale e immediatamente comprensibile. È una tua trovata narrativa, non una semplice battuta.
È un passaggio che funziona perché unisce ironia e inquietudine in una immagine libera e legittima come una tua invenzione analogica. Per il resto, non toccherei la metafora. È una delle immagini che darei per acquisite nella stesura definitiva.
Anche «mentore affermativo» è una formula singolare. Ha una sua ironia, ma rimane semanticamente poco trasparente: non si capisce immediatamente se alluda all'autorità di Lacan, alla sua funzione di conferma o alla subordinazione teorica di Recalcati.
Se intendi dire che Lacan rappresenta per Recalcati una matrice teorica dalla quale è difficile emanciparsi, sarebbe utile far emergere questo significato. Se invece vuoi mantenere l'ambiguità, la formula può restare, purché tu sappia che è uno dei punti più oscuri del periodo.
3. Il passaggio più problematico: la guerra, le correnti paranoiche e l'estrema unzione
Vengo al punto sul quale sarei più esigente.
Se non altro per evitare al lettore di sostare nel mezzo delle correnti paranoiche e pro-rivoluzionarie che scompaginano le menti di quanti sono decisi a rimanere umani.
E, poco dopo:
Soprattutto a fronte della decostruzione in corso di ogni apparato scientifico-etico-difensivo che, con l’avallare di un certo ‘teatro di guerra’, non lascia inalterato alcuno dei molti convincimenti accertati, né alcuna possibilità umana di riscatto [...]
Qui il discorso si fa molto interessante, ma anche molto esposto.
La tua inquietudine sembra andare oltre il libro. È come se la decostruzione dei fondamenti, nel momento in cui investe la conoscenza, l'etica e le difese dell'individuo, si saldasse con la violenza del mondo contemporaneo. Il lettore non trova più un luogo nel quale ripararsi, né una promessa di riscatto.
È una lettura legittima e coerente con il tuo impianto esistenziale.
Tuttavia, in questo passaggio, il collegamento fra Recalcati, le correnti paranoiche, il teatro di guerra e la disgregazione degli apparati scientifici ed etici è talmente concentrato da rischiare di far perdere al lettore il filo del ragionamento.
Inoltre, «pro-rivoluzionarie» ha una connotazione precisa, che meriterebbe un riferimento più circostanziato. Non è chiaro quali correnti tu abbia in mente, né in quale senso siano riconducibili al discorso del libro.
Non ti suggerisco di eliminare il passaggio. Ti suggerisco di decidere se debba essere una denuncia del presente oppure un'ulteriore conseguenza della lettura di Recalcati.
Nel primo caso, richiede un minimo di contestualizzazione. Nel secondo, un raccordo più esplicito con il tema della decostruzione.
La battuta dell'«estrema unzione», con il «sì, ma con poco olio», è invece una felice intuizione. È una delle tue consuete incursioni nel territorio del grottesco, dove la fede, la medicina dell'anima e l'ironia si incontrano senza trovare una conciliazione. La conserverei.
4. Il cuore della critica: quando la psicoanalisi diventa una lettura del mondo
A partire dal paragrafo:
Di estremo interesse l’intero contributo recalcatiano a temi di grande attualità maturati durante le numerose ‘interviste’ e nei ‘dialoghi’ iconici [...]
la recensione acquista una struttura più riconoscibile.
È qui che cominci a confrontarti con i singoli nuclei del libro: il sacrificio, la perdita, la gratitudine, la lettura, l'estetica, il desiderio, la sessualità, la filosofia e la trascendenza.
Questa parte ha un pregio: dimostra che la tua critica non nasce da un rifiuto pregiudiziale di Recalcati. Riconosci esplicitamente il valore dei suoi contributi, ne individui i temi e ti soffermi su quelli che hanno maggiormente sollecitato la tua riflessione.
È un elemento importante per la credibilità dell'articolo.
C'è però un problema di proporzioni.
In alcuni punti la recensione diventa una successione di nuclei tematici, ciascuno dei quali potrebbe sostenere una riflessione autonoma. Il rischio è che il lettore perda di vista la tesi centrale, cioè il rapporto fra la pretesa interpretativa del discorso psicoanalitico e l'irriducibilità dell'esperienza umana.
Per me, il filo conduttore dovrebbe essere questo:
Recalcati cerca di illuminare il soggetto attraverso la psicoanalisi; il lettore si domanda se quella stessa luce, nel tentativo di chiarire l'esistenza, non finisca per sottrarle una parte della sua irriducibile oscurità.
Non è una tesi che devi necessariamente dichiarare in questi termini. È la direzione che, a mio avviso, unifica il tuo articolo.
Il paragrafo sull'estetica
Ancor più quando affronta la ‘psicoanalisi applicata’ in Le forze e le forme, dove egli trova un appiglio soggettivante all’estetica freudiana e ancor prima nietzschiana delle ultime tendenze dell’arte contemporanea [...]
Questo è uno dei passaggi nei quali interverrei con maggiore attenzione.
«Appiglio soggettivante» è una formula che ha un'impronta filosofica, ma non chiarisce immediatamente quale operazione tu attribuisca a Recalcati.
Anche «estetica freudiana e ancor prima nietzschiana delle ultime tendenze dell'arte contemporanea» presenta una sovrapposizione di riferimenti che potrebbe risultare difficile da seguire.
La tua osservazione sui ripetuti «no?» è invece molto interessante. Qui individui un elemento linguistico concreto, non una generica impressione.
Il «no?» può funzionare come richiesta di consenso, come verifica della comprensione, come sollecitazione al dialogo. Ma può anche produrre una forma di complicità obbligata: il lettore è invitato ad assentire prima ancora di aver elaborato una propria risposta.
È una questione che meriterebbe persino un'analisi retorica più ampia.
Ti suggerirei soltanto di rendere più netto il nesso fra il linguaggio interrogativo di Recalcati e la tua obiezione all'autoreferenzialità del discorso. Altrimenti il lettore potrebbe pensare che tu stia criticando una semplice abitudine espressiva, quando invece mi sembra che tu voglia mettere in discussione la relazione stessa fra chi parla e chi ascolta.
5. Proust, il desiderio e la solitudine: qui entri nel tuo territorio
Il passaggio che comincia con Flaubert e Proust è, per me, uno dei più personali:
Ma una cosa è parlare di domanda di desiderio e l’ambizione di attuabilità del desiderio. Se la risposta è che il desiderio cessa con la sua realizzazione, non vedo scampo dalla compromissione umana di cercare nell’altro la finitezza di cui ha bisogno, a quanto pare senza trovarla.
Qui emerge il tuo pensiero, non più soltanto la tua reazione a quello di Recalcati.
Emerge anche quella questione della contingenza dell'incontro che avevamo già affrontato parlando di Proust e Recalcati.
La domanda implicita è radicale: se il desiderio vive della mancanza e si spegne nella realizzazione, quale possibilità rimane all'incontro con l'altro? L'altro è davvero una presenza capace di sottrarci alla solitudine oppure diventa l'oggetto sul quale proiettiamo la nostra impossibilità di essere compiuti?
La tua frase sulla «finitezza di cui ha bisogno» è suggestiva, ma semanticamente ambigua.
Credo che tu voglia dire che l'individuo cerca nell'altro un limite, una misura, una forma di compimento che non riesce a trovare in sé. Se è così, la questione è potentissima, perché capovolge la comune idea dell'altro come completamento: l'altro viene cercato per delimitare la nostra stessa incompiutezza.
Non aggiungerei una spiegazione filosofica lunga. Basterebbe, eventualmente, un piccolo chiarimento lessicale.
La Nausea e l'angoscia
La citazione attribuita a Gabriella Farina introduce un passaggio importante, quello fra libertà, possibilità e angoscia.
Tu scrivi: mette a dura prova la singolare possibilità di affrontare la solitudine finale cui l’umanità va incontro.
È una conclusione coerente con il tuo percorso, ma il salto fra l'angoscia delle possibilità e la solitudine finale dell'umanità è notevole.
La libertà sartriana e la solitudine ontologica non sono necessariamente la stessa cosa. La prima può costituire una condizione dell'esistenza; la seconda è la tua interpretazione delle conseguenze di quella condizione.
Ti consiglierei di rendere percepibile questo passaggio. Non perché sia sbagliato, ma perché costituisce uno dei punti nei quali il tuo pensiero personale rischia di essere attribuito direttamente a Recalcati o alla fonte citata.
E qui arriviamo a un principio che considero essenziale per la tua recensione: distinguere ciò che Recalcati sostiene, ciò che la sua lettura suggerisce a te e ciò che tu ricavi autonomamente da entrambi.
Questa distinzione non impoverisce la tua voce. Al contrario, ne accresce l'autorevolezza.
6. Il passaggio più delicato: dalla trasformazione del soggetto alla disumanizzazione
Il paragrafo dedicato ad Asimov è quello che, nella lettura complessiva, mi lascia maggiormente in sospeso.
Solitudine ancor più testimoniata in questo libro, dalla visione di insegnamento e approfondimento della psicanalisi recalcatiana, che di fondo riguarda la suggestiva possibilità di diventare e/o di trasformarsi in altro da Sé, cioè di disumanizzare quanto di umano rimane, per lasciare il posto in Quel che resta: all’interazione mimetizzata di quello che Isaac Asimov aveva già previsto nel 1950 in “Io Robot” [...]
Qui, a mio parere, si verifica un salto interpretativo che non è ancora sufficientemente sostenuto.
La trasformazione del soggetto in altro da sé non implica necessariamente la sua disumanizzazione. Potrebbe significare anche una modificazione della propria identità, una diversa relazione con il desiderio, un'apertura all'alterità.
Tu, invece, leggi questa trasformazione attraverso una prospettiva più cupa: l'individuo rischia di perdere ciò che resta della propria umanità, diventando parte di un sistema di interazioni che lo trascende.
È una possibilità interpretativa che può appartenerti pienamente, ma che richiede un passaggio intermedio.
Il richiamo a Io, Robot di Asimov è suggestivo, ma per come lo presenti, il lettore non comprende ancora quale specifico elemento dell'opera del 1950 sia pertinente al discorso di Recalcati. Il problema non è la tua associazione letteraria. È il rapporto logico fra i due termini.
Io mi domanderei: vuoi sostenere che la trasformazione dell'identità possa condurre a una progressiva perdita di autonomia individuale, oppure che la psicoanalisi, nella sua aspirazione a trasformare il soggetto, finisca paradossalmente per avvicinarlo a una forma di soggettività artificiale?
Sono due tesi differenti, e la seconda è decisamente più impegnativa.
Se questo collegamento è essenziale per te, lo svilupperei con poche righe, non con un nuovo excursus. Altrimenti rischia di essere percepito come una digressione che interrompe il filo della recensione.
Non lo eliminerei automaticamente, ma non lo lascerei neppure nella sua attuale formulazione senza una precisazione.
7. Il vuoto, la luce e la conclusione: il punto nel quale il tuo articolo trova la propria necessità
La citazione di Recalcati sul maestro che preserva il vuoto mentre porta la luce è, strutturalmente, il centro di gravità dell'intera recensione: “il maestro ha il compito di preservare il vuoto, cioè l’indicibile, proprio mentre porta la luce”.
È una formulazione che contiene una tensione autentica: illuminare senza esaurire, insegnare senza saturare, parlare senza cancellare il silenzio.
Ed è esattamente qui che il tuo articolo incontra il suo problema fondamentale.
Se il maestro deve preservare l'indicibile, il lettore può legittimamente chiedersi se il discorso che pretende di interpretare l'esistenza non debba, a sua volta, riconoscere un limite.
Questa è la domanda che attraversa il tuo scritto dall'inizio alla fine.
E mi pare che tu la ponga senza risolverla, cosa che considero un merito.
Il paragrafo sulla vita e sulla morte
È così, che lo vogliamo o no, per un tempo assai lungo ci preoccupiamo di come mantenerci in vita, poi cominciamo a preoccuparci di come morire, tra le due cose c’è una sottile differenza.
Questo passaggio mi piace particolarmente.
Ha una semplicità che contrasta con la densità concettuale di ciò che lo precede. Non hai bisogno di chiamare in causa un filosofo per dire che la vita, a un certo punto, cambia la natura delle proprie domande.
La frase è tua, ed è riconoscibile.
Subito dopo, tuttavia, accumuli diverse immagini: la trasformazione del nulla, il vuoto, l'assenza, la paura di ciò che potrebbe venire a mancare.
Sono tutte immagini pertinenti, ma si sovrappongono.
La distinzione fra vuoto e assenza potrebbe diventare un elemento importante del tuo pensiero. Il vuoto può essere una condizione, uno spazio disponibile, persino una possibilità. L'assenza, invece, presuppone qualcosa o qualcuno che non c'è più, o che temiamo di perdere.
Nel tuo testo le due dimensioni tendono a coincidere. Non è necessariamente un errore poetico, ma sarebbe utile decidere se vuoi mantenerle in tensione oppure usarle come sinonimi.
La citazione di Recalcati sull'incompiutezza della psicoanalisi e della democrazia, collocata in chiusura del paragrafo, è pertinente. Ma attenzione: la tua riflessione sulla paura del vuoto non dimostra automaticamente che l'incompiutezza sia una condizione emancipatrice. È un'altra questione, che il lettore può essere invitato a contemplare, senza che tu debba risolverla.
Bauman: una conclusione nella conclusione
La citazione di Zygmunt Bauman è bella, ma qui devo segnalarti una questione strutturale.
Il tuo articolo sembra concludersi due volte.
La prima volta con la riflessione sulla vita, la morte e l'incompiutezza; la seconda con Bauman, che apre un ulteriore orizzonte sul rapporto fra esperienza e pensiero.
Poi arriva il poscritto, che contiene un'altra conclusione, questa volta affidata a Mimmo Jodice e a Norman MacCaig.
Non considero necessariamente un difetto la presenza di più congedi in un articolo di questa natura. Anzi, il tuo stile procede spesso per onde successive, e la ripresa può essere una scelta consapevole.
Ma occorre che ciascun congedo abbia una funzione distinta.
Per me la successione potrebbe essere letta così:
• Recalcati introduce il problema del vuoto e della luce.
• Tu lo riporti all'esperienza umana della vita, della morte e dell'assenza.
• Bauman apre il discorso alla sproporzione fra il pensiero e la ricchezza dell'esperienza.
• Jodice restituisce tutto a un'immagine.
• MacCaig chiude con una voce poetica che trasforma il vuoto in dono, ma anche in dubbio.
Se questa è la tua intenzione, la struttura è difendibile. Non è una recensione lineare: è una composizione per ritorni e risonanze.
E, conoscendo il tuo modo di scrivere, non cercherei di trasformarla in una successione ordinata di tesi e dimostrazioni.
Cercherei piuttosto di fare in modo che il lettore riconosca il movimento che la sostiene.
8. Il poscritto: Mimmo Jodice e MacCaig
GioMa, il poscritto è probabilmente la parte più delicata e, insieme, più bella dell'intero lavoro.
La copertina di Jodice non è per te un semplice elemento editoriale. Diventa una sorta di controcampo visivo del pensiero di Recalcati.
La finestra aperta sul muro, il vuoto, le teste e le pietre senza forma, la comunità composta di solitudini: tutto sembra ricondurre il discorso alla domanda iniziale.
Ma c'è un aspetto che trovo particolarmente riuscito. Dopo aver contestato il rischio che il discorso psicoanalitico pretenda di interpretare ogni manifestazione dell'esistenza, tu torni a interrogare Recalcati attraverso le sue stesse parole.
La sua affermazione:
Il valore di una testimonianza - come quello di un insegnamento o quello di un atto analitico - si misura solo a posteriori, a partire dall’effetto soggetto che ha saputo generare.
diventa il punto dal quale il lettore può rispondere.
E la risposta è affidata a MacCaig.
“Ti ho dato un vuoto, ti ho dato una pienezza / scartali con cura [...]”
È una chiusa che non cerca di confutare Recalcati. Ne sposta il discorso sul terreno della relazione fra chi offre e chi riceve, fra il maestro e il discepolo, fra la parola e il suo effetto.
Il dubbio finale è essenziale: ciò che ci viene offerto è davvero ciò che desideravamo, oppure siamo noi a riconoscerlo come tale soltanto dopo averlo ricevuto?
È una domanda che resta aperta.
E qui, finalmente, la tua recensione realizza ciò che annuncia nel titolo: il lettore non è più soltanto colui che interpreta un libro, ma colui che ne diventa a sua volta materia di interpretazione.
Il mio giudizio conclusivo
GioMa, ti dirò una cosa che ritengo importante.
La recensione non è del tutto equilibrata nella distribuzione delle sue parti. In alcuni momenti la tua scrittura si lascia trascinare dalla ricchezza delle associazioni e il ragionamento perde per qualche riga la propria direzione. In altri, invece, raggiunge una precisione che non richiede alcuna mediazione.
Ma non confonderei questa disomogeneità con una mancanza di valore.
Il testo ha una sua necessità intellettuale. Non è una semplice esposizione del libro di Recalcati, né un pretesto per esibire riferimenti filosofici e letterari. È il tentativo di misurare la distanza fra ciò che il pensiero riesce a dire e ciò che dell'esistenza continua a sottrarsi alla parola.
Il suo limite, oggi, è che talvolta vorrebbe dire tutto ciò che la lettura ha suscitato. La sua forza è che non rinuncia a farlo per timore di apparire eccessivo. A mio avviso, il nucleo più interessante della tua recensione non è la contestazione della complessità di Recalcati, ma una domanda più profonda:
La psicoanalisi, quando si confronta con la letteratura, la filosofia e l'esistenza, riesce davvero a illuminare il soggetto oppure rischia di moltiplicare le interpretazioni senza giungere a una conclusione?
È questa la questione che attraversa il tuo testo, anche quando non la espliciti direttamente.
Io lavorerei dunque per sottrazione selettiva, non per normalizzazione. Taglierei qualche sovrapposizione, chiarirei alcuni passaggi logici, ma non eliminerei le tue immagini, le tue provocazioni e soprattutto quella voce del lettore che non accetta di essere ricondotto a un caso clinico, a una categoria filosofica o a una conclusione già prevista.
E ti lascio con una considerazione che mi sembra racchiudere il senso del nostro confronto.
Recalcati afferma che il maestro deve preservare il vuoto mentre porta la luce. Tu, da lettore, sembri rispondergli che la luce può anche illuminare il vuoto, ma non per questo può riempirlo.
È proprio in quella distanza, fra la luce che interpreta e il vuoto che resiste, che la tua recensione trova la sua ragione d'essere. Perché, in fondo, non stai scrivendo soltanto di Recalcati. Stai difendendo il diritto del lettore a conservare qualcosa che nessun autore, per quanto autorevole, può interpretare definitivamente al suo posto.














« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »

I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Giorgio Mancinelli, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa puó sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia per la collaborazione.

 

Di seguito trovi le ultime pubblicazioni dell'autore in questa sezione (max 10)
[se vuoi leggere di più vai alla pagina personale dell'autore »]

Giorgio Mancinelli, nella sezione Articolo, ha pubblicato anche:

:: [ Cultura ] Cantiere Aperto - Metaverso vs Poesia (Pubblicato il 06/06/2026 09:16:32 - visite: 198) »

:: [ Filosofia/Scienza ] Cyber-mente. (Pubblicato il 25/05/2026 16:48:15 - visite: 240) »

:: [ Filosofia/Scienza ] Edipo vs Amleto per ’Cantiere Aperto’ GioMa /GPT (Pubblicato il 12/05/2026 05:59:07 - visite: 191) »

:: [ Filosofia/Scienza ] ’Cantiere Aperto’ - Convergenza Filosofica Barthes -Eco (Pubblicato il 09/05/2026 01:38:57 - visite: 239) »

:: [ Psicologia ] Cantiere Aperto su: ’Cassandra’ le conseguenze di una scelta (Pubblicato il 02/05/2026 08:40:16 - visite: 259) »

:: [ Sociologia ] Cantiere Aperto: by GioMa / GPT sul tema ’Libertà’ (Pubblicato il 10/03/2026 10:49:48 - visite: 307) »

:: [ Letteratura ] GioMa / GPT una performance di scrittura creativa. (Pubblicato il 12/02/2026 20:26:34 - visite: 507) »

:: [ Informatica ] Domeniche Culturali ad Appignano Del Tronto (AP) (Pubblicato il 14/01/2026 18:16:17 - visite: 549) »

:: [ Libri ] Strenna di Natale by Giorgio Mancinelli (Pubblicato il 14/11/2025 07:02:50 - visite: 694) »

:: [ Medicina/Veterinaria ] Incubo da Halloween - L’apprendista Stregone (Pubblicato il 30/10/2025 08:15:56 - visite: 674) »