Le basi del capire
Anassimandro era un uomo imprevedibile; questo ci dice Giorgio Colli (G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1977). Egli indossava una maschera e si presentava come un'apparizione, spaventando i suoi ascoltatori con discorsi tipo: “Da dove le cose hanno la loro nascita, qui esse trovano anche la loro distruzione, secondo necessità: pagano infatti le une e le altre il fio per l'ingiustizia secondo l'ordine del tempo”.
Affermazione oscura. Cos'è, infatti, questa “ingiustizia” che dovremo scontare? Molti, nel corso dei secoli, hanno provato a rispondere, ma purtroppo di Anassimandro ci resta un unico frammento (quello riferito).
Per provare a rispondere, occorre introdurre il concetto di apeiron (interminato) ed affermare allora, con Franco Rella, che “le cose si fondano sull'apeiron, sull'interminato, sulla non-cosa. Diventando cose, giungendo all'essere come cose, provocano una lacerazione nell'infinito interminato del possibile da cui esse si generano, e questa lacerazione è contraddizione e ingiustizia” (F. Rella, Le soglie dell'ombra, Mimesis, Milano, 2018).
Sembra allora che l'ingiustizia-contraddizione generi una lacerazione nel tessuto perfetto dell'infinito interminato e questa contraddizione è ciò che definiamo Essere. Di essa pagheremo il fio tornando nel Nulla.
Tuttavia non basta; ciò che qui interessa è il concetto di contraddizione. L'indeterminato è nulla, ma per determinare, cioè essere, occorre la contraddizione tra il niente della Cosa (Lacan) e il molteplice contraddittorio dell'esistere. Da questa contraddizione di base nascono tutte le contraddizioni e nascono nel momento in cui vengono ad esistenza e per il fatto stesso di esistere.
“Dunque in ogni rapporto troviamo l'intero e il non intero, il convergere e il divergere, l'intonato e lo stonato, così che “da tutte le cose l'uno e dall'uno tutte le cose (Eraclito, DK, 10)2 (F. Rella, op. cit.).
Eraclito non si ferma qui. L'opposizione posta da Anassimandro tra l'apeiron e le cose viene per così dire introiettata e si sposta all'interno dell'anima umana. L'uomo è il portatore di ogni opposizione, è Essere e Nulla. La contraddizione tra interminato e limitato è allora nell'uomo, è allo steso tempo l'uomo è il limite di cui è portatore.
“Per quanto viaggerai i confini (psyches peirata) dell'anima, non potrai scoprirli, tanto è profondo il logos che le è proprio (DK, 113)”.
Dunque, la conoscenza che ci permette di essere è allo stesso tempo limite: dalla contraddizione non si esce, almeno fino a Parmenide.
Parmenide, infatti azzera la contraddizione dall'Essere cancellando il Nulla. Egli afferma che del Nulla non si può nemmeno parlare in quanto non esiste: l'Essere è solo ciò che è. L'opera di annullamento della contraddizione sarà compiuta da Platone che, affermando l'assoluto del Logos, nega esistenza ad ogni altra possibilità dell'esistere. Per Platone, “ciò che si oppone al Logos non è che una determinazione linguistica negativa che contrassegna la forma del diverso” (F. Rella, op. cit.). Questo vuol dire che l'uomo è solo Logos e la contraddizione non esiste.
A questo punto l'hybris della coscienza razionale appare nel mondo fondando l'unilateralità di ogni assoluto. Religione e politica, cioè le “passioni” dimenticate, in nome delle quali e dell'ideale di cui sono portatrici si sono compiute le peggiori nefandezze della storia per affermare la “verità” dell'idea, ne sono l'espressione più netta. Questa posizione ideale si protrarrà per tutta l'età classica e il Medio Evo, con il solo tentennamento di Agostino.
L'arte classica ne è massima espressione, fino al Rinascimento, quando Michelangelo, con le sue Pietà, porrà il pathos come elemento proprio del divino consegnandolo alla storia, e nei “Prigioni”, dove il Nulla della “cosa” della materia si sforza di affermare di esistere. Occorrerà aspettare Caravaggio perché la contraddizione si riaffacci nel mondo con tutta la potenza delle sue rappresentazioni “blasfeme” che trasportano il divino all'interno della sofferenza umana e del limite della morte, instaurando così la dissonanza del moderno.
La dissonanza del moderno
Facendo un salto nel tempo, Baudelaire individua la contraddizione nel moderno caotico della città. “Baudelaire eleva questo principio della dissonanza a principio ontologico dell'arte e della bellezza che è propria dell'arte stessa: l'opera esprime l'eterno e il fugace insieme, incorpora lo stridore delle città rumorose e al contempo si eleva al di sopra di esse trasformando questo rumore nella voce di una verità segreta” (F, Rella, op, cit).
Le voci del moderno e il suo “rumore” sono molteplici. Se si pratica l'ascolto, si intenderanno le voci della scienza che svela la materia caotica ordinandola in leggi comprensibili. La voce dell'arte, che offre senso all'indistinto e crea forme dal nulla. Un linguaggio, e dove il mondo parla l'uomo esiste.
Ma allo stesso tempo non esiste, persino nelle forme dell'arte. Ad esempio, nella musica, il barocco, con la sua perfezione armonica, è platonico, nel senso in cui estremizza al massimo livello un solo aspetto del possibile (l'armonia) negando altre forme espressive meno evidenti. Occorrerà il novecento per riaffermare l'elemento indispensabile della “dissonanza”. Come in letteratura bisognerà aspettare l'espressionismo tedesco e Joyce per infrangere le forme classiche della narrazione.
Come la parola è conseguenza del pensiero che innova, la chiacchiera è conseguenza del non pensare. L'inerte è noia e la noia provoca angoscia.
L'angoscia, come la noia da cui deriva, è per Heidegger “l'essenziale impossibilità di una possibile determinazione” (Essere e tempo).
“E dunque tutte le cose e noi stessi naufraghiamo in uno stato di indifferenza... Le cose, noi stessi, ci si mostrano soltanto nell'atto di scomparire, nell'atto dell'allontanamento. E questo eclissarsi manifesta il Nulla” (Ibidem).
Infatti, l'inferno della ciarla, la chiacchiera insensata rivela, nella sua insensatezza, proprio il vuoto che essa vorrebbe nascondere. Nella città che ciarla, nella politica che vaneggia e mente, nel vuoto immateriale dei “social” dilaganti, noi diamo corpo al Nulla che tentiamo vanamente di negare. Come affermava Anassimandro, ne pagheremo il fio. Lo paghiamo nel momento stesso in cui, negando la nostra angoscia, diamo spazio al Non-Essere del Nulla disinnescando la nostra capacità di pensare e di sentire, disperdendoci nel vuoto senza senso della chiacchiera.
Dunque la città di cui parlano Baudelaire, Benjamin e Aragon è il teatro della contraddizione, di quella “dissonanza” che è espressione dell'esistere nella sua totalità. Ma il “paesano” che si aggirava per Parigi oggi non la riconoscerebbe perché la globalizzazione l'ha dispersa. Nell'indistinto, tutto è uguale a tutto e suona con uno stesso suono. Non c'è posto per lo stridore che, pure, esprime l'indispensabile diverso. L'Altro scompare e quel paesano non proverebbe alcuna meraviglia. Persino il non visibile dell'ombra è elevato a Norma e la sua richiesta di esistere ed essere riconosciuto sfuma nell'identico. Questo identico perde così spessore, diversità, contorno e, nella norma di una normalità che uniforma, anche il suono e lo stridore finiscono con lo scomparire in un silenzio che rimanda alla non-cosa della psicosi. Non uso qui questo termine in senso clinico ma nel senso di frattura del reale. Dalla contraddizione non si esce.
Nell’jndistinto che ci rende vani, nella sottomissione a politiche insensate che non vedono che l’interesse della guerra e della sopraffazione del diverso, nella prostrazione a “satrapi” impazziti che ritengono di essere infallibili e negano le contraddizioni della vita e i bisogni che esprime, ne stiamo pagando il fio.
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