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Augusto

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 27/04/2018 11:03:21

AUGUSTO

Le luci della stazione e dei treni in arrivo erano come le porte le finestre di casa. Aveva imparato a conoscerle e, di notte, quando il movimento dei passeggeri finiva, gli tenevano compagnia.
I fari dell’espresso da Stoccarda delle ventiquattro gli accarezzavano le caviglie, la lampada latte raggiante sulla toilette per signora ammiccava suadente e le lettere sul tabellone degli arrivi e delle partenze scorrevano silenziose e composte come le luminarie di Natale.
Natale… Non poteva risparmiarsi il trambusto e le sincronie di confusioni, le occasioni per vedere luccichii colorati e addobbi troneggianti nel grigiore del cemento.
Gli procuravano godimento l’andirivieni delle mille vite tra i binari, l’incrociarsi di membra frenetiche raccolte insieme nella rete del caso, i sorrisi delle ragazze sulle bocche nivee di denti.
Desiderava che una di quelle graziose signorine con la vita strizzata nel cappotto sciancrato e lo sfrigolio dei sogni negli occhi gli si avvicinasse per chiedergli qualcosa, magari un’informazione.
Ma chi avrebbe mai potuto avvicinarsi a lui, alla sua pelle deturpata dai geli notturni?
Esprimevano solo disprezzo o indifferenza gli sguardi della gente che cadevano sulla sua figura torpida e incerta, sulla giacca informe, sulle scarpe macchiate e i pantaloni sdruciti.
Quando era andato per mare anni addietro, nel buio in coperta mentre gli altri dormivano, si era sentito in pace a scrutare le stelle che, tra le sartie, gli indicavano la rotta.
Ma adesso, nell’ospizio di notte, gli venivano strane allucinazioni. E lottava, lottava per non dormire, perché nel dormiveglia gli oggetti potevano prender altre forme: le pediere erano sbarre e, dietro le sbarre c’erano le manifestazioni in piazza, la celere e i lacrimogeni.
Se gli avesse rivolto la parola una graziosa signorina, pensava quella sera, la vigilia di Natale, nella stazione della grande città, tra i lampioni che gettavano gialli lucori e farfuglianti mormorii, lui l’avrebbe condotta a osservare il lucernario di stelle dell’albero: come un bizzarro clown avrebbe accennato a un passo di valzer, avrebbe intonato l’Alleluia.

Aveva studiato dai frati. C’era un bianco salice nel piccolo chiostro, che da solo faceva gli autunni e le primavere, e alla sera la campana del Rosario .
Dai frati aveva studiato la storia degli uomini antichi e la filosofia dei moderni.


Le palpebre pesanti sugli occhi irrorati si erano alzate ad un tratto quel tanto che bastò per fargli scorgere, a venti centimetri dal naso, l’involucro azzurro, prima confuso poi chiarissimo, di un panettone che una mano guantata dello stesso colore gli porgeva.
-Buon Natale, signore! Questo è per lei!- una voce femminile squillante di giovinezza, una sagoma di ragazza con un cappotto lungo incrociato sul petto come un saio.
In quel momento lui pensò all’albergo sul lago e rivide Caterina…
Erano passati tanti anni da quando avevano guardato insieme le capriole di fuoco nel camino. Le zie versavano gocci di grappa nei bicchierini e il padre offriva il merlot.
La sala da pranzo si svuotava e, nel calore della sera sotto le lampade a testuggine, appese al soffitto come nel salone di una nave, le parole si facevano più fitte.
Lui le parlava delle regate. Le metteva tra le mani le parole come primule appena colte e nella vena azzurrina di lei, appena rilevata sulla fronte, pulsavano le emozioni del mondo.
Dopo la disgrazia dei canottieri…di suo padre… non era più andato a mangiare il pesce e la polenta.

La ragazza continuava a parlare. Lui avrebbe voluto dirle del suo colon malato ma taceva fissando con occhi di vetro la leggiadra figura.
Poi sentì una fitta al braccio farsi sempre più acuta e finalmente si svegliò: una giubba blu d’agente ferroviario, aria di stiracchiata sufficienza, gli stava davanti.
Si alzò aggranchito per dirigersi verso il sottopassaggio. Mise il piede destro su un gradino, poi il sinistro, poi ancora il destro finché non notò un foglietto dal vago color rosa carne poggiato ad angolo nell’ombra della scala.
Si accorse che era una grossa banconota.
Istintivamente la raccolse furtivo e trasse un respiro profondo.

Giacca pulita. Gomiti sulla tovaglia bianca. Indistinto brusio di voci. Signori compiti e camerieri servizievoli. Lo chiameranno “signore” e non “capo” con tono di addomesticata diffidenza. Forse qualcuno apprezzerà ancora il suo fare cortese. Accetterà di sentire parlare di Schopenhauer. Lui indagherà negli occhi delle signore.
Sì, più tardi, all’ospizio, taglierà bene la barba e i capelli, godrà di sentirsi risalire dal pozzo.

Continuò a scendere per raggiungere la fermata del metrò: il suo passo più agile e lieve procedeva sul marciapiede grigio dietro le righe gialle.
Sotto il tabellone dove s’intrecciavano le linee della mappa metropolitana, guida alla grande città, stava seduta una donna con una gamba amputata. Sul coperchio di una scatola da scarpe c’era una richiesta d’aiuto per lei e per i figli.
Dal tunnel nero non spuntavano ancora i fari. La gente si accalcava con pacchetti in frettolosa attesa.
Qualcuno lasciò cadere sul cartone delle monete. Il lembo della pelliccia di una signora sfiorò la spalla della donna umiliata sul marciapiedi.
-A Natale spuntano come funghi! Se si volesse fare l’elemosina a tutti, non basterebbe la Banca d’Italia!-
-Alcuni si fanno la casa con le nostre elemosine! Ci sono tanti imbroglioni in giro!-
-Ragazzi giovani si fingono invalidi, invece di andare a lavorare! Vergogna!-
Labbra rosse su visi incipriati muovevano commenti malevoli.
Augusto, per un attimo, pensò alla madre che non aveva mai conosciuto.
Adesso non gli importava più della tovaglia bianca, delle signore dietro i tavoli, del brusio indistinto atmosfera gran ristorante.
Non gli importava di prendere parte alla farsa.
Il treno sotterraneo era arrivato. Si aprivano le portiere con elettronico sincronismo.
Scendevano e salivano.
Augusto si avvicinò rapido alla sconosciuta umiliata e abbandonò sul coperchio della scatola da scarpe il suo ingannevole sogno.
Poi, mise il piede sulla piattaforma grigia e s’immerse leggero nelle luci del metrò.





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