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Il regalo di Natale

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 05/05/2018 14:30:41

IL REGALO DI NATALE


Una incontenibile euforia prendeva il controllore Alessio Tornabuoni, allorché iniziavano le festività natalizie. Ogni anno infatti il ferroviere pensava ai doni e alle novità che aveva in serbo per lui Gesù Bambino e che avrebbero rallegrato la sua esistenza.
Questa disposizione d’animo risaliva all’ infanzia, quando i genitori gli facevano trovare regolarmente sotto l’albero di Natale i pacchi colorati, delizia per gli occhi e per il cuore.
Ricordava i vecchi orsetti finiti in soffitta, la biciclettina che aveva perso tanto smalto rosso, il piccolo piano scordato e privo di una gamba..
Dopo che si era sposato e la sua vita si era arricchita con la nascita del figlio, provvedeva lui, seguendo il giro della ruota, a rallegrare il Natale del pargoletto, depositando sotto l’albero giganteschi pacchi, per rivedere se stesso bambino nell’atto di tuffarsi su tutta quella festa.
Adesso prestava servizio presso le Ferrovie dello Stato e aveva preso il gusto di incrociare tanta gente, in quei fugaci momenti di contatto in cui i biglietti venivano dati, per dirla alla Carducci, al suo secco taglio; sapeva di poter ricevere dai gesti, dalle frasi spezzate e dalle atmosfere, portate dai passeggeri, impulsi nuovi.
E così cercava di intrecciare parvenze di rapporti, informando persone anziane sulle coincidenze e vezzeggiando con battute spiritose i bambini di qualche bella signora.
Del resto, se non avesse svolto il suo mestiere con una certa disponibilità verso il prossimo, si sarebbe condannato ad una vita tediosa, anche perché i turni sul treno erano da caserma.
Sotto Natale, aumentando il numero dei viaggiatori, che erano immersi nell’atmosfera di festa, si sentiva prendere da una gioia effervescente, perché le signore gli rivolgevano la parola più spesso e molti, persino i teenager, gli facevano gli auguri.
Sì, la festa più bella dell’anno arrivava, con la sua ventata di inconfondibile letizia familiare, anche sulle carrozze ferroviarie, tra la limatura di ferro e l’afrore dei sedili, sotto le divise del personale in servizio che mostrava i denti bianchi.
In verità il Natale non era stato sempre foriero di novità piacevoli. Una volta al controllore era capitato di dover spendere più di una parola e far leva su tutta la sua pazienza, per rassicurare i passeggeri, garantendo che era pronto un servizio pullman sostitutivo, dato che qualcuno aveva deciso di stroncare la propria vita sui binari, proprio la vigilia di Natale, e il locomotore non poteva più ripartire.
Cose che capitano. L’avevano detto anche i colleghi. L’entusiasmo del controllore non si era raffreddato. Natale era sempre Natale.

Quell’anno Alessio Tornabuoni, la vigilia , era salito sull’interregionale Milano-Ancona delle quindici per terminare il suo turno alle diciotto, smontando a Bologna. Avrebbe avuto davanti a sé tutto il tempo per acquistare i doni ai grandi magazzini e trascorrere la serata in famiglia a gustare il cappone ripieno e i cappelletti in brodo, in compagnia della madre, del figlio e della moglie,- pardon-, in compagnia della moglie, del figlio e della madre.
Era di buonumore e si pavoneggiava nella divisa di panno verde, in nuova dotazione , che ricordava, neanche a dirlo, il verde dell’abete natalizio e del muschio nel presepe.
Che bello il verde! Il colore della speranza e del riposo.
Molto più bella di quelle giubbe grigio-azzurro, un po’ militaresche, che si indossavano prima.
Quella giacca verde, gallonata, sapeva di negozio con la carta da parati e con il velluto nelle poltrone, sapeva di lussuosa compagnia ferroviaria.
Ad Alessio piaceva, soprattutto perché metteva in risalto il colorito rosato del suo viso tondo, pacifico, sotto la visiera del berretto, sormontata dal cordoncino giallo.
Il viaggio stava procedendo regolarmente. C’era la solita confusione. I vetri appannati creavano un’atmosfera ovattata e nulla importava se i bambini vi scrivevano sopra. Molte valigie giacevano sulle reticelle, da cui sporgevano carte colorate e zampe di peluche.
Si sentivano intense fragranze di tuberosa e di gelsomino, che le signore avevano sparso generosamente sugli abiti e sui cappotti per sentirsi più gradevoli e lanciare qualche frizzante messaggio…
Alla stazione di Piacenza erano salite parecchie persone. Alessio aveva cominciato a controllare i biglietti dei passeggeri, partendo dalle carrozze di testa, per spingersi poi verso quelle di coda, mentre il suo collega avrebbe fatto l’inverso.
In prossimità di Fiorenzuola si trovò quasi al centro del convoglio, esattamente nella quarta carrozza.
La sua attenzione venne subito attratta da una comitiva di cinesi con tanti bambini al seguito, che correvano vociando tra gli scompartimenti, come se si trovassero in un giardino pubblico.
Erano tre famiglie, composte ognuna da padre, madre e relativa prole, tutti piuttosto bassi di statura, come sono in genere le persone di quella nazionalità.
Alessio chiese loro il biglietto e constatò che l’importo pagato non era corrispondente al numero degli utenti. Diede una rapida occhiata indagatrice a quella folla e sbottò con la sua esse emiliana:
-Signori, avete troppi bambini. Dove stanno seduti questi bambini?
Uno dei tre capifamiglia fece capire , impacciato nell’usare la lingua e nel mostrare la propria identità, che occupavano, tutti insieme, tre scompartimenti.
-Troppi, signori: qui per alcuni di questi bambini dovete pagare la tariffa ridotta che non avete pagato, come evidenzia il biglietto!- sentenziò il controllore, che si mise a fare un’indagine anagrafica sui più piccoli, scoprendo approssimativamente che la maggioranza non aveva superato i sei anni.
-Quanti anni ha questo bambino?- chiese poi indicando il più grandicello.
-Nove anni- riuscì a rispondere la stessa persona che aveva parlato prima.
-Allora- fece Alessio - questo bambino deve pagare il biglietto.
Il cinese si fece scuro in faccia e spiegò che in stazione gli avevano detto che, in base all’altezza raggiunta dal piccolo, non era tenuto al pagamento.
-No, signore. Non è possibile . Non possono averle fatto questo discorso. Il biglietto non si paga in base all’altezza, ma in base all’età. Chiaro? Questo bambino ha più di sei anni e deve pagare metà tariffa .
La comitiva si era ammutolita. Le mogli mostravano un’espressione preoccupata e i bambini, che avevano smesso di vociare, se ne stavano seduti silenziosamente sui sedili.
Alessio proseguì: -Adesso io vi faccio il biglietto con la soprattassa e voi pagate se volete essere in regola…Dunque siete diretti a Castelbolognese quindi…
-Noi non pagare. Noi avere già fatto il biglietto in stazione…- lo interruppe il solito capofamiglia.
-Insomma, se volete essere in regola ,dovete pagare!
-Tra poco cederanno- pensava, per farsi coraggio, Alessio che, nel dare un’occhiata in giro, aveva notato voluminosi pacchi regalo -Ma che cosa andranno a fare a Castelbolognese con tutti questi pacchi?
-Noi avere già fatto biglietto in stazione…-
E dai.
-Sì, signore,ma il biglietto non è completo. Non possono averle parlato di altezza. Voi avete un bambino che ha superato i sei anni e quindi, per legge, deve pagare la tariffa ridotta…
Ma era come parlare al muro.
-Oh, insomma - sbottò Alessio, spazientendosi- se non volete pagare, chiamo la Polizia Ferroviaria e alla prossima fermata scendete!
I cinesi si erano chiusi in un ostinato mutismo. Si metteva male.
-Allora, devo chiamare la polizia ferroviaria?
-Come vuoi tu! rispose il cinese candidamente.
-No, non come voglio io! Come volete voi!- s’inferocì Alessio.
Cinesi cocciuti e prepotenti. Con la scusa di essere extracomunitari credevano di avere più diritti degli altri. Dove se ne andavano con tutti quei pacchi? A far Natale a Castelbolognese da comuni capitalisti borghesi! Ma non erano abituati ad andare in bicicletta e a indossare la giubba grigia? Che fine aveva fatto la saggezza di Mao? E gli insegnamenti di Confucio basati sul rispetto dei superiori? Altro che rispetto. Questi non solo si godevano il sistema occidentale, ma avevano anche la pretesa di dettare legge.
Alessio non aveva nessuna intenzione di cedere. Il cinese s’intestardiva? Sarebbe stato più testardo il ferroviere italiano. Ne andava dell’orgoglio personale. Il suo compito era quello di far rispettare le regole. Se non fosse riuscito nell’intento, avrebbe perso la stima per se stesso.
Boia d’un mondo ladro!
Nel frattempo il treno era arrivato a Parma. Alessio scese per accompagnare i passeggeri e per chiedere al collega come doveva regolarsi con quei cinesi.
Il collega fu drastico: -Devono pagare!”
Una volta ripartito l’interregionale, il controllore ritornò alla carica nella carrozza numero otto.
-Signori, pagate o no? Sono ventun euro.
-Noi non pagare. Noi avere già fatto il biglietto in stazione.
Alessio era già uscito dai gangheri. Si sedette per ritrovare le forze che lo stavano lasciando , a causa del nervosismo. Il berretto gli era scivolato di traverso, gocce di sudore gli imperlavano la fronte e la giacca, prima liscia e fresca , adesso era tutta sgualcita.
Altro che regalo di Natale. Quella era una bega bella e buona.
Si guardò intorno, roteando gli occhi per studiare la situazione. Gli altri viaggiatori, pur consapevoli di quanto accadeva, sembravano immersi nella più assoluta indifferenza Erano delle statue polverose, immobili nei loro gesti. C’era chi leggeva, chi si sforzava di dormire, chi guardava dal finestrino, chi teneva gli occhi incollati sul cellulare, chi sgranocchiava patatine. Nessuno aveva voglia di prendere parte a quel noioso incidente che infastidiva tutti .
Che stava guastando la vigilia di Natale al controllore .
Alessio ora si pentiva di aver preso la cosa di petto. Cominciava a pensare che avrebbe potuto ignorare tutto. In fondo quei testardi cinesi sarebbero scesi dopo poche fermate. Nessuno li avrebbe più controllati. Avrebbero abbandonato l’interregionale, felici e vocianti, con i loro pacchi giganteschi e sarebbero andati a far festa secondo programma, attorniati da tutti i loro bambini monelli, beatamente ignari delle difficoltà della vita.
Alessio sarebbe sceso a Bologna sereno, con il cuore vibrante di emozione, al pensiero che il rituale natalizio, dopo un anno, stava per ripetersi.
Invece si era impuntato ed ora si vedeva costretto a chiamare la polizia ferroviaria, spiegare l’accaduto, presenziare ad un’ulteriore discussione, veder scendere forzatamente i malcapitati nella stazione successiva e magari sentirsi riprendere da qualche superiore, perché -in certi casi, è meglio chiudere un occhio-.Inoltre, se avesse raccontato l’episodio alla moglie, che aveva un’ingenua visione delle cose, avrebbe provato anche la sgradevole sensazione di sentirsi chiamare -cattivo-.Insomma, era stato precipitoso e per giunta non poteva più far marcia indietro. Avrebbe dovuto andare fino in fondo per non darla vinta e non perdere la faccia.
Il treno si stava approssimando alla stazione di Modena. Dopo l’ennesimo invito e l’ennesima minaccia,senza alcun risultato,aveva deciso di consumare il sacrificio e così aveva fatto il numero della Polizia con il cellulare:
-Qui è l’operatore Tornabuoni. Sono sull’interregionale 3679, carrozza quattro. Davanti a me ci sono dei signori di nazionalità cinese che non vogliono pagare il biglietto a tariffa ridotta per il figlio che ha superato i sei anni d’età. Io li faccio scendere a Modena . Così se la vedranno con voi… Sì… Va bene…
Intanto il treno era arrivato sul primo binario. Dal finestrino Alessio aveva adocchiato due agenti della Polfer. Si era alzato in piedi per scendere. Era sceso e già risaliva con dietro i due in giubba blu quando, improvvisamente, in cima ai gradini del vagone, tra i passeggeri che aprivano la porta del corridoio, gli si era parata davanti una figuretta di donna smilza che, con una vocetta acuta, chiedeva:
-Lo posso pagare io il biglietto, signore?
Alessio, che si era già rassegnato ad accettare il peso di una giornata nata sotto cattivi auspici, credeva di non aver capito bene, tanto che l’irreale signora si trovò costretta a ripetere:
-Lo posso pagare io il biglietto?
I due poliziotti avevano già fatto dietro front e Alessio, che a poco a poco realizzava, domandò, ancora incredulo, stralunando gli occhi:
-Lo vuol pagare lei?.
-Sì- rispose la signora -Quant’è?
-Sono ventun euro- informò il controllore e la signora gli porse una banconota da cinquanta.
Alessio si mise a scrivere, tenendo un piede sul primo gradino della carrozza e l’altro sul marciapiede della stazione, dove nel frattempo era sceso ancora. Poi avrebbe cercato il resto.
Eccolo il regalo di Natale.
Quella minuscola creatura, sbucata chissà da dove, con i capelli lunghi, le lenti spesse e una vita talmente sottile che -sarebbe bastata una sola mano per stringerla-, come scriveva Salgari quando descriveva Marianna Guillonk , Alessio ricordava di aver letto da ragazzino, nei libri che trovava sotto l’albero, le avventure di Sandokan, gli stava facendo un immenso favore, gli stava salvando la giornata, la serata, le festività natalizie.
Provvida creatura . -Sei forse una dea ? Fortunati tuo padre e tua madre- avrebbe scritto Omero.
Il controllore desiderava ringraziare, riconoscente, ma temeva di svelare il suo essere fragile e allora cominciò a commentare sull’episodio, cercando solidarietà.
-Non possono aver detto che non dovevano pagare per la statura…Si sono impuntati…- e, strappando la copia del biglietto, dava il resto alla signora -Controlli bene…guardi che i soldi ci siano tutti...
La signora sembrava indifferente. Raccoglieva con una mano le monete e le banconote, che il controllore le porgeva, senza verificare l’esattezza del conto fatto. Alessio insisteva perché calcolasse, quasi volesse esprimere la propria riconoscenza con quella piccola premura.
Poi il controllore ritelefonò con il cellulare, per informare che aveva risolto la faccenda -grazie alla signora- e cominciò a riflettere su quel gesto.
Forse la signora voleva essere d’esempio ai propri figli. Alessio aveva intravisto, sbirciando lungo il corridoio, due ragazzini che le somigliavano in uno scompartimento. Magari faceva parte di un’associazione umanitaria ed era una di quelle che non solo raccoglievano fondi per i lebbrosi del Ruanda o per i poveri del Mato Grosso, ma era pronta anche ad aiutare il prossimo, che incontrava ogni giorno, qualunque faccia o carattere avesse.
Oppure quell’eterea signora aveva versato quel denaro per riscattare qualche sbaglio, commesso in gioventù, e guadagnarsi, come si suol dire, il Paradiso. Chi poteva dirlo? Nessuno è immune da colpe e anche quella soave creatura, pensava Alessio, poteva avere le proprie sulla coscienza.
In fondo l’elemosina serve a cancellare i peccati ,secondo il Cristianesimo.
E se invece, osò pensare il ferroviere, l’avesse fatto per lui ? Forse la signora era vedova (non c’era ombra di marito, in giro) oppure divorziata, e il controllore le ricordava qualcuno, magari un perduto amore di gioventù… Può darsi che si sentisse sola e avesse voluto cercare contatti umani, compiendo, per altruistici principi, la classica buona azione…
Insomma Alessio, dopo essere sceso finalmente a Bologna, si perse in un mare di ipotesi intriganti, impulsi nuovi forniti da quell’incontro casuale, consapevole che anche quell’anno Gesù Bambino non si era dimenticato di lui.









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