Mi scopro appena; e tre, quattro riverberi scintillano.
E’ il segno che la notte si riduce
ad arco.
Scocca
la freccia caustica: pallida luce
che per rincorrere la mano
inciampa nel fantasma del tuo seno.
Non viene per meno
il panorama che cerca agiatezza
crepitando come un ruvido panno
nel vetro del più crudele inganno:
la realtà è incolpevole della lentezza
con cui la solitudine carica la tua leva
Che altro urgeva?
La vita, lo so: accaparrarsi lembi di sete
nella tinozza tracimante del pianeta.
Eppure, all’alba il sole è atono, invisibile cavicchio
cui si appende il cielo e di là vagheggia la tua sintassi al muro.
L’ombra in silenzio è nell’occhio
lanciato sull’intonaco perché un profilo più duro
inanelli le vertebre come un cedro.
A quest’ora è difficile sentirmi allegro
quasi che il giorno sia l’asola
e il bottone che si stacca chieda parola.
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