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🖋 Un ricordo del nostro caro amico e poeta Nicola Romano
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Ring

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 10/07/2018 13:48:55

RING
E’ da un po’ di tempo che non scalina lungo i fianchi della montagna e oggi si sente stranamente in vena. Elettrizzato come un adolescente al suo primo appuntamento. Ha voglia di andare lungo i sentieri ormai puliti, spazzati dal sole chiaro e dal vento di questi giorni. A Nava sì, non più in alto perché il cuore non lo permette. Una passeggiata su per declivi dolci e se la sonnolenza prende, meglio. I residui di neve ovattano l’atmosfera, lasciano cullare i ricordi.
Si è alzato di buon’ora, una colazione leggera. E poi è uscito con le racchette, lo zaino piuma. Poche manciate di minuti in cammino tra le vecchie case, le vie strette, e poi si inizia a salire.. Le gambe tirano, il fiato si fa corto. Ma è bello. E’ come alimentarsi. Le membra sottoposte allo sforzo rispondono bene, il morale è giusto.
Fuori dal centro abitato, sotto i boschi, c’è un rigagnolo d’acqua che scende lungo il sentiero. Lui ha indossato gli anfibi che sono a prova di tutto. Sente qualche tonfo prodotto dagli alberi mentre il percorso si fa erto. Bisogna far forza sulle racchette far scaricare il peso e la fatica.
Silenzio. Un odore di cortecce, di foglie macerate e di umidità. Più freddo sotto i rami nudi che si intrecciano sopra la testa. Ma il movimento scalda, i muscoli si vanno sciogliendo e restituiscono benessere.
Scende una jeep. Il rumore si propaga attraverso i conglomerati di roccia e il terreno. Qualcuno ritorna da una baita col il cane dietro che abbaia e sbatte la testa contro i vetri dell’abitacolo.
Lui ora è sul piano. Respiri lunghi e allargamento di braccia. Guarda i pendii e li ricorda a maggio. Verdi, col fieno ad asciugare e qualche cappello di paglia da donna.
Arriverà fino alla casa di Agnese e poi tornerà indietro per non far tardi. L’hanno restaurata bene la casa col fienile. Le porte sono verdi lavorate al traforo.
Vede delle orme che attraversano la mota del sentiero. Sembrano quelle di una lepre. Vorrebbe seguirle, scoprire la tana dell’animale. Fare così, come faceva da bambino. Ma non c’è tempo. Adesso il tempo stringe di più, si deve stare ai suoi ritmi.
E’ arrivato davanti alla casa di Agnese . E’ chiusa. Vengono solo durante le vacanze. A prendere il sole o a mangiare le castagne. A Natale, solo se le gelate lo permettono.
Si è ritrovato lì, con i colleghi, per le feste di fine anno.
Pasti abbondanti e bevute.
“Un’ unghia di taleggio e una lacrima di sassella”. Invece erano fette larghe e bicchieri colmi.
Lui non faceva mistero del suo piacere per la veritas dentro il vino.
E si lasciava andare a risate di gusto, che quasi non lo riconoscevano.
C’erano i ritagli per alludere alla weltanschauung da uomo di montagna convertito all’amore per i classici e la storia del ‘900. Ma poi era un porsi da consapevole di un’epoca al tramonto.
Guarda l’orologio. Sono le undici. Il tempo giusto per arrivare prima di mezzogiorno.
Dietro front e giù per il sentiero. Con passo deciso, non a rompicollo. Deve far piano se vuol conservare le energie ed evitare che le tibie comincino a dolere.

Ha appena varcato la porta. Lo zaino adagiato sulla cassapanca, assieme al berretto di lana.
-Cesare, sei tu?- la voce pacata di Franca esce dalla cucina.
-Sì. Ho fatto tardi?- domanda.
-No –risponde lei e lo accoglie nel corridoio.
Non ha il tempo di lavarsi le mani che Franca gli dice della telefonata.
-Hanno chiamato dalla scuola-
-Sì? E chi?-
-La vicepreside, pare sia una cosa importante-
-Ma lo sanno che sono completamente a riposo?- lo chiede scherzando e ha voglia di sapere.
E’ presto, non ancora l’una. Prende il telefono e compone il numero che è incollato da anni sulla copertina dell’agenda.
La vicepreside lo informa che hanno organizzato un viaggio in Europa: Salisburgo, Mauthausen, Vienna. Vogliono la sua presenza in qualità di studioso competente e di testimone.
Non sa che dire. Prende tempo mentre il cuore comincia a battere più forte.
Ci deve pensare, ma già sente il richiamo.
Vede gli studenti intorno e i fotogrammi che cominciano a scorrere. Rapidi, rapidissimi. Di anni durati giorni. Di giorni durati mesi. Stretti in una cinghia.

II
-Filippo!- Margherita ha appoggiato la mano sulla sua spalla – vedi che Carlino non vuole indossare il costume!- Filippo ha finito di scaldarsi le mani e si è appena seduto alla tastiera.
- E come facciamo? – le risponde, alzando il viso con l’espressione tirata – dobbiamo provare!
-Parlagli tu, forse ti ascolta-
Filippo tira un respiro lungo. Che avrà Carlino? Perché questi capricci?
Si alza, si avvia verso il palco, vi gira intorno e s’infila nello spogliatoio. Il ragazzo è seduto sul pavimento. Tiene la testa abbassata. Il costume giace vicino ai suoi piedi infilati nei calzini beige.
Filippo si piega sulle ginocchia accanto a lui. Sente la giacca di velluto che tira al centro della schiena, come i pantaloni in corrispondenza dell’inguine.
-Che c’è?- gli chiede a bassa voce.
Quello non lo guarda. Ha l’aria imbronciata.
-Pizzica, è tossico. Hanno messo troppo colore sulle piume!-
-E’ solo per dieci minuti. Il tempo di fare le prove…-
-Eh, ma che odore, prof!-
-Sono solo dieci minuti! Ci stanno aspettando! Alice è già pronta-
Il ragazzo lo guarda. L’espressione è ancora imbronciata. Filippo gli scompiglia i capelli, glieli sistema in una cresta. –Hai portato il gel?- gli chiede guardandolo protettivo.
-Sì, prof.- Filippo gli sorride.
Carlino sembra convincersi. Afferra l’ammasso di piume cucite su una tuta rosa carne e inizia a indossarlo.
Filippo è rimasto sulla porta a guardare.
Carlino è in piedi ricoperto di piumaggio verde e blu e si tura il naso con le mani.
-Non esagerare –gli dice Filippo.
Intanto arriva Margherita seguita da un gruppo di alunni vestiti da uccellini- Dietro le quinte!
-Dov’è Papagena?-
-Eccomi- dice la bambina avvolta nel piumaggio colorato e si mette nella posizione assegnatale.
Tutto è pronto. Si apre il sipario.
Pa pa pa pa . Allegro, in sol maggiore.
Alice e Carlino vocalizzano e mimano. Margherita e Romolo recitano.
Filippo alla tastiera ha trovato l’accordo con i flauti e i corni.
Pa pa pa pa.
Spera che l’arrangiamento faccia presa.
Lo proporranno a Natale. La scenografia è suggestiva. Vi hanno lavorato in équipe.

Le prove sono finite. Filippo è per strada. Prima di rincasare deve andare alla pasticceria Riccobene. La mamma per Natale vorrebbe i baci di dama dentro la scatola di metallo.
Mammà, che te ne fai dei baci di dama stantii?! Vuoi mettere con i nostri babà o con la pastiera?! Vorrebbe dirle Filippo. Ma Anna, la sorella, si è raccomandata. Quando scendi a Natale porta i baci di dama alla mamma. Quelli della scatola di metallo su cui è disegnata Lucia nella barchetta sul lago.
Filippo è da Riccobene. Ha adocchiato la scatola. E’ appoggiata su un ripiano ricoperto di carta vellutata. Chiede se ne esistono di diverse dimensioni. Gliele mostrano. Lui prende la più grande. Una botta di euro, per quel che vale, ma almeno saranno contente.
Esce. E’ per strada, con il pacchetto infiocchettato in una graziosa sportina di carta.
Pensa che le prove sono andate meglio del previsto. Il pezzo è suggestivo e il suo arrangiamento funziona benissimo. Gli hanno già fatto i complimenti.
Si è infilato nella stradina stretta che porta all’appartamento. Ci abita da solo.
E’ davanti al portone d’accesso. Gira la chiave nella toppa, entra nell’atrio, rinchiude il portone alle spalle, sale al secondo piano. Due stanze con il bagno . Il soggiorno-cucina dà su un cavedio interno che assicura la luce. Avrebbe voluto la vista lago ma non ha trovato. Si accontenta dell’affaccio sul retro dell’edificio. Il classico pied à terre. Comodo perché in centro.
Ha comprato il pianoforte elettrico e l’ha posto di fianco alla finestra. Può regolare il suono e non disturbare i vicini. Vi passa molte ore. Ogni tanto si avvicina ai vetri e guarda in giù verso la stradina interna. Gli hanno detto che il bagno pubblico presto verrà chiuso. Per adesso c’è un gran via vai di uomini che quando escono si chiudono la cerniera dei pantaloni.
Ha fatto ingresso nel soggiorno. Appende all’attaccapanni la sportina con il pacchetto infiocchettato e la giacca imbottita. Sono le cinque del pomeriggio. Non ha voglia di correggere i compiti che saranno la solita zuppa di strafalcioni.
Meglio vedere se qualcuno scrive. Si siede al PC e avvia il motore di ricerca. Sì, qualcuno scrive. Giovannella gli manda un invito di partecipazione per una serata a teatro.
Le risponderà più tardi. Poi ci sono le informazioni meteo, la pubblicità della solita compagnia viaggi e la notifica di una fattura.
Sta cliccando per cestinare quando arriva un sms. Anna gli chiede quando scenderà a Salerno. Digita: Tra una settimana con l’Inter City .
Prima di riascoltare Il Flauto Magico, ha deciso di rispondere anche a Giovannella. --Salvo imprevisti dell’ultima ora, sarò davanti al Sociale alle otto e quarantacinque di venerdì.

III
Nevica. Cesare si è alzato alle cinque e mezza per andare nell’orto. Vuole concimare i pomodori come ha visto fare nel film di Olmi, perché siano precoci e belli a primavera.
La moglie si è rigirata nel letto. Fantasie della terza età ha pensato.
-Mi raccomando il pavimento! Non portare dentro neve!- gli ha detto con la voce impastata nel sonno.
Cesare fa piano. Immagina che nell’altra stanza ci sia sempre la figlia che dorme e si ricorda, solo quando l’occhio cade sull’attaccapanni, che ormai vive altrove con la famiglia.
Indossa il soprabito scuro e apre l’uscio. Sotto la gronda che aggetta c’è la carriola . I fiocchi sono fitti e persistenti. La luce della lampada esterna si proietta su un’area piatta ricoperta di neve.
Vi punta lo sguardo.
Forse è la rete metallica che la recinge a dargli l’idea del –campo-.
Vogliono la sua partecipazione in qualità di studioso e testimone.
Sarebbe bello se lo zio fosse ancora al mondo. Potrebbe parlare direttamente della sua esperienza.
Afferra la vanga e scosta la neve in corrispondenza del seminato. Il letame è già pronto dentro la carriola. La neve continua a scendere silenziosa, il cielo è nero di buio.
Gli aveva dedicato due articoli. -Salvato dalla sua bontà-. Titolavano. L’aveva colpito che si fosse preso cura di un compagno e lo tenesse appoggiato a sé durante le selezioni.
-Era caduto nella retata della milizia durante uno sciopero alla fabbrica. Poi caricato su un vagone bestiame di un treno merci piombato-.
Si è chinato per distribuire bene il concime e coprirlo con la paglia e la neve. Ha imparato da un collega che abita in Puglia a tenere l’orto. Gli piace, si rilassa e, quando rientra in casa con le scarpe infangate, i pantaloni sporchi, e raggiunge lo studio per ascoltare Domenico Scarlatti, pensa alla lettera che Machiavelli scriveva a Francesco Vettori. Poi si convince che la vita e la letteratura non sempre coincidono e spesso anzi divergono.
Ha finito. I semi di pomodori possono ingrassare bene sotto la coltre di terriccio e di neve. Rientra. La moglie dorme ancora. Il sonno è passato. Andrà in cucina a preparare il caffè. D’orzo.
-Quando arrivarono al campo, dopo che furono sottoposti alle docce di acqua bollente e gelida, al taglio dei capelli, al marchio sul braccio, venne data loro una brodaglia disgustosa che tutti rifiutarono ma che poi avrebbero rimpianto-.
Le spie verdi si sono accese nella macchina con la cialda. Può premere il pulsante. Il liquido scende nella tazzina. La afferra, si siede al tavolo, aggiunge lo zucchero.
La cucina è impeccabile. Franca la tiene a specchio. C’è sempre un buon odore di sapone di Marsiglia. Anche le tendine profumano di fresco.
Non è il caso di ascoltare Domenico Scarlatti anche a quest’ora. Meglio il notiziario, a volume basso.

IV
La serata è fredda ma il cielo è completamente terso. Capannelli di gente ferma davanti al teatro Sociale in attesa che si aprano i battenti.
Filippo ha già adocchiato Giovannella e Irina. Stanno sotto il lampione con la testa avvolta in una sorta di cuffia scura che pende sulle spalle e incornicia il viso . Giovannella è in pantaloni mentre Irina indossa gonna lunga e stivali. Profumano di Eternity.
Lui si avvicina a Giovannella e le infila il braccio nell’ansa formata dal suo.
-Vedete che sono puntuale?!-
Le avvolge in un sorriso charmant.
-Filippo! Che piacere vederti! –esclama Giovannella- Ci speravamo, sai?!
-Già, perché sei un orso! – conferma Irina- sempre tappato in quel vico!-
-Sì, c’è la mia tana. E ci sto bene… benissimo- allarga i palmi delle mani verso l’alto.
-Ti fa bene uscire qualche volta!- dice Irina.
-Ma lascialo fare – soggiunge Giovannella- lui ha bisogno di cercare le verità come un filosofo e, per far questo, deve stare da solo!
-Stasera è uscito, però – insiste Irina guardando dritta gli altri due – chi lo scrive l’articolo, tu o lui?
-Io, no- afferma subito Filippo – voglio rilassarmi, godermi la serata, senza pensare ad analisi critiche di qualunque genere
-Dovrebbe essere il tuo genere – sottolinea Irina.
-Cosa, Il nipote di Rameau ?-
- E’ filosofico, no?- continua Irina.
-Sì, però stasera mi voglio godere la cosa solo dal punto di vista estetico.
-Non ti preoccupare, Filippo, lo faccio io – rassicura Giovannella – ho già concordato con la redattrice. Non per nulla ho il posto prenotato in barcaccia .
-Sei sempre la mia buona stella.- il tono di Filippo avvolge come un velluto.
-Come va l’attività musicale? – gli domanda Giovannella.
-Mah…spero bene. Domani sera ci sarà la prima. Non è stato facile mettere in piedi Il flauto magico e far recitare anche i ragazzi delle medie.
- Ragazzi delle medie? Che noia! – sbotta Irina.
-Lui oltre a insegnare inglese al mattino si dedica anche a questa attività pomeridiana, lo sai vero?- informa Giovannella rivolgendosi all’amica.
-Lo so, lo so che è un eclettico.
Hanno aperto i battenti del teatro. Il gruppo a poco a poco si assottiglia, scomparendo all’interno dell’edificio che assomiglia alla Scala.
-Sono curiosa di vedere l’interpretazione di Silvio Orlando- Irina sorride arricciando il naso. Stanno facendo ingresso nell’atrio e si è tolta il copricapo pesante. I capelli sono una cascata di riccioli ramati che scendono a pioggia sulle spalle.
-Sicuramente renderà accattivante il personaggio- osserva Filippo.
-Vieni con noi in barcaccia? C’è una poltrona in più, perché Giorgio ha rinunciato-
-No, scusatemi, ma preferisco la platea, altrimenti mi viene il torcicollo.
-Il solito separatista!-
-Così ho la visuale che cerco. Dello spettacolo e delle persone-
-Va bene, allora studiaci!- Giovannella è sempre brillante.
- Ci vediamo alla fine, per i commenti! – dice Filippo.
Si avviano in due direzioni diverse. Filippo ha trovato un posto in seconda fila, a ridosso del palco. Irina e Giovannella siedono nel loro palchetto, contiguo alle quinte, in basso.
Dal posto in platea lui si gira per salutarle, agitando la mano. Le luci rendono marmorei i loro visi. Sembrano due statue in esposizione dentro un balcone.
Giovannella è impiegata in un’agenzia viaggi e scrive articoli per un giornale on line, Irina invece tiene lezioni di danza e dirige un coro di anziani.
Finalmente la luce si spegne e si apre il sipario. Gli attori entrano in scena. Il pezzo musicale è spumeggiante come la recitazione del protagonista.
Filippo si sente coinvolto dalle sue caratteristiche, dallo iato tra la profonda sensibilità estetica e la mancanza di sentimento morale che il personaggio esprime.
Infine tutti battono le mani sul leit motiv dell’epilogo.
Il pubblico si alza lentamente dalle poltrone e sciama verso l’uscita.
Sono fuori a calpestare il porfido dell’arteria principale, quasi del tutto spopolata.
-Belle le tematiche –dice Giovannella che si è rimessa la cuffia come Irina- sull’educazione…se debba inculcare la virtù o condurre alla ricerca della ricchezza, del successo...
-A me è piaciuta la musica…ho idea che la proporrò al mio corpo di ballo- afferma Irina.
-Boh…il tema di fondo è l’adulazione- sostiene Filippo.
-Sì, molto attuale – conviene Irina facendo la bocca stretta.
-Ma secondo voi la virtù conduce alla felicità?- domanda Giovannella.
-No – risponde Filippo- e non perché si preferisce il piacere, ma perché la sofferenza umana è la condizione degli uomini.
-Ah! Come sei leopardiano!- esclama Irina
-Sì: solo la spontaneità di cui godono i bambini e quella di cui godevano gli uomini primitivi rende felici.
- Non farci ridere. Nessuno può sostenere questa posizione anche se chiama in causa i filosofi. Nemmeno tu… Felicità è progresso - afferma Giovannella sicura.
- Touché… d’accordo: gli uomini primitivi erano solo clava e legge del più forte, però quel vivere nature non mi dispiacerebbe…
-Ci prendiamo un drink?- chiede Irina interrompendo.
-Ma dove? Stanno chiudendo tutti i bar!- sbotta Filippo.
I locali fanno tristezza. Le luci all’interno sono smorzate. Se avessero vent’anni non se ne accorgerebbero e darebbero l’assalto al localino più angusto.
Ma adesso è meglio stare dentro il perimetro dei pensieri esistenziali, soppesarli nella propria intimità.
V
Lo aspettano questa sera alla Camera del Commercio. La camicia bianca lo fa sentire ancora scolaretto candido, nonostante l’età, e ha chiesto a Franca di dargli la solita oxford azzurra con il maglione blu.
E’ una serata di fine gennaio. La strada è asciutta. In cielo ci sono le stelle e la macchina fila veloce sotto le gallerie.
Ha raggiunto il parcheggio sotterraneo, già occupato da molte auto. C’è un’inaspettata ressa.
Al primo piano la cellula fotomagnetica fa scorrere le porte a vetri.
Lo accoglie Mario che lui chiama-mio coscritto-.
-Sei qua, Cesare?-
-Sono forse l’ultimo?- gli chiede leggermente ansioso. I baffi bianchi vibrano.
-No, no! Deve ancora arrivare il presidente!_
-Ma la Romegialli c’è già?-
-Sì, è di là con l’assessore-
Cesare fa ingresso nella sala con le poltrone rosse disposte a ventaglio sul dislivello del pavimento.
L’assessore è circondato da altri settantenni che, per ragioni diverse o simili, hanno a che fare con la Giornata della Memoria.
Gli presentano Maria Rosa Romegialli. E’ una donna dall’aspetto fragile. Ha i capelli biondi e nel viso si riconoscono i lineamenti del ragazzo tedesco: fanno pensare al giovane soldato.
-Piacere di conoscerla – la voce di Cesare, che le tende la mano, è grossa.
-Il piacere è mio – risponde la signora – so che anche lei ha avuto uno zio sopravvissuto…
-Ah, qui stasera siamo in tanti a portare un’eredità che ci ha segnati …-
-Ma orgogliosamente…- dice la Romegialli convinta.
-Siamo testimoni che continuano a dar voce…Mi piacerebbe che tra il pubblico ci fossero anche tanti giovani.
-Sì - concorda la signora- non so se l’essere nati lontani da quei fatti sia stato per loro un bene.
-E’ vero – rimarca Cesare- le vecchie generazioni si sono abbeverate a una realtà che potrebbe aver contribuito a dare una consapevolezza maggiore.
E’ arrivato il presidente della provincia. Gli si affollano intorno i vari responsabili dell’iniziativa e gli amministratori.
Adesso Cesare e la Romegialli siedono dietro lo stesso tavolo.
La signora racconta la propria storia di figlia di una sopravvissuta originaria della Valtellina, votata alla lotta partigiana, stuprata da un soldato della milizia mentre veniva condotta nel campo di concentramento di Mauthausen.
Sullo schermo scorrono le immagini. Cesare guarda la fortezza in mezzo ai campi coperti di neve. Il racconto della Romegialli è simile a quello dello zio. “Percorsero una strada in salita tra i boschi prima di arrivare davanti alla recinzione in mattoni sovrastata da torri”… “Diedero loro degli abiti senza tenere conto delle taglie diverse, le scarpe erano spaiate…”” Ogni giorno vedevano corpi di cadaveri ammonticchiati vicino alle baracche, cumoli di ossa che sarebbero state buone, dopo poco tempo, per essere sbriciolate e concimare i giardini …” il fumo che usciva dalle torrette diffondeva un puzzo nauseante…” “Donne e uomini furono impiegati a fare pezzi per le locomotive…”
Poi intervengono alcuni parenti di benefattori che, alla stazione di Milano, accolsero in un ricovero i reduci giunti dai campi.
-Se sono qui a parlare, questa sera, lo devo a una signora che si occupò di mia madre appena scese dal treno. Mia madre mi portava dentro una sporta e io avevo la febbre – dice la Romegialli.
Cesare abbassa la testa e guarda il tavolone lucido di ciliegio, i microfoni e i cavetti. Sa che se parlasse lui in questo momento la sua voce tremerebbe.
Pensa che quando parteciperà alla gita con i ragazzi farà questa domanda: “Come ci si salva dall’orrore del campo di concentramento?”

VI
Il Natale è passato. Sono passati Capodanno e l’Epifania.
Filippo è tornato da Salerno. Il ricordo delle feste va rarefacendosi nell’aria come le note di una fisarmonica che da un po’ di giorni sente e non sente sotto casa.
Mammà ha ricevuto la scatola con i baci di dama.
-Più grandi me li aspettavo! – ha osservato delusa.
-Che ti devo dire mamma!? Così son fatti!-
Zia Delia è venuto a salutarlo e gli ha chiesto come va col suo filù filù. Ha mimato alzando le braccia in modo un po’ grottesco. Anna le ha risposto che non suona il clarinetto ma il pianoforte e, forse, se proprio si vogliono usare le onomatopee per rendere l’idea, è meglio dire papapa.
Filippo ha informato che lo spettacolo messo in scena l’antivigilia di Natale è visibile su youtube, ma zia Delia sostiene che i video fanno perdere la poesia e non li vuole vedere.
Filippo ha telefonato a Elisabetta Clo per farle gli auguri. Lei ha usato un tono leggermente freddo. Perché non può dipendere dai suoi respiri, dai suoi tempi dilatati. Non- può dipendere dalla sua imprevedibilità-.
Una volta gli aveva giurato di amarlo più di ogni altra cosa al mondo e sembrava disposta ad accettare ogni suo lato inconsueto. Ma le manifestazioni dell’amore risentono, si sa, di tanti condizionamenti. A partire dall’umore. Che nelle donne è variabilissimo e Filippo ha smesso di meravigliarsi.
Elisabetta Clo tiene un corso di danza per ragazzine che indossano il tutù bianco e fanno gli esercizi alla sbarra. E’ una ballerina rigorosa, ha un portamento elegante. Alcune volte si è esibita al S. Carlo. Filippo è rimasto colpito dal suo corpo flessuoso, dal suo collo di cigno. La madre è originaria del Sussex e lei parla perfettamente l’inglese al punto che quando la imbarazzano certe situazioni si esprime nella lingua materna.
“I tried to discourage him from going away”. Ha detto alla mamma . Ma non perché lui abita a ottocento chilometri di distanza, che potrebbe anche trasferirsi. Il motivo è che -He always change his mind-.
Filippo le vuol bene, le ruota intorno come una farfalla attratta da una fiammella, ma non può rinunciare ai suoi spazi e lo inquieta un legame definitivo. Cerca lo stato di chi si sente sempre sul punto di incominciare. Ha paura di scoprirsi seduto troppo presto. Ha paura di sentire minate le sue potenzialità da fisime femminili.
-Elisabé, quanto sssi bella! Maronna mia! -
Elisabetta sta uscendo dal portone di casa. Ha capelli neri fluenti all’aria, occhi pervinca e pelle di seta.
-Elisabé, lo sai dove vado in gita scolastica? A Mauthausen.-
-Che tristezza Filì – risponde Elisabetta – I ragazzini lli portate llà?-
-E’ una consuetudine della scuola. Da un po’ di tempo le terze visitano gli ex lager nazisti. L’anno scorso sono andati ad Auschwitz.-
-Ma solo a Mauthausen li portate?-
-No, anche a Salisburgo e a Vienna-
-Meno male Filì. Vienna bellissima è. Ma pure Salisburgo. Ci sta la casa di Mozàrt-
-Sì, e…-
Filippo apre gli occhi. Si era abbioccato sul divano durante la correzione dei compiti. Sempre gli stessi errori : dimenticano i soggetti, dimenticano di mettere la esse alla terza persona singolare del presente indicativo, pospongono l’aggettivo al nome.
Lui sottolinea, cerchia, segna con mille vu che vogliono dire “manca”.
Ore spese in queste amenità fanno desiderare cento altre cose. Il viso di Elisabetta Clo era scivolato tra due fogli protocollo zeppi di errori.
Si è svegliato. -Elisabetta, mo’ i’ sto ca’!-
VII
Deve fare una visita presso il centro Amplifon. La moglie si è fissata. Dice che è sordo. E’ vero. Qualche volta non afferra bene quel che dicono, anche perché è molto distratto, e completa la comprensione osservando il labiale.
Ha preso l’appuntamento e il giorno è arrivato. Franca vuole accompagnarlo. Scendono verso le quattro del pomeriggio. Lui ha dovuto pulire la macchina e mettere ordine nell’abitacolo perché la moglie si vergogna dei vecchi quotidiani arrotolati che giacciono perennemente sui sedili, accanto ai contenitori del latte acquistato nei distributori automatici.
Mentre vanno, Franca lo ispeziona con lo sguardo. Sembra che consideri una cosa rara il fatto che l’udito col passare del tempo si possa indebolire.
Ha idea lei di quanti decibel ha dovuto subire nel corso degli anni dalla tromba scuola? Dai rimbombi della palestra, dal vociare delle classi? Mentre lei si occupava delle pattine per il pavimento a specchio e delle tende di chiffon nella quiete delle stanze?
Tace. Guarda muto davanti a sé la strada che si incurva. Lei ha indosso la pelliccia di foca grigia e profuma di un misto di cipria e acqua di colonia che la fanno signora bella, sapiente dei misteri della toilette.
Sono arrivati. Cesare parcheggia la macchina sotto il campanile quasi a cercare la benedizione. Mentre camminano lungo le strade del centro, le vetrine rimandano la loro immagine riflessa. Sono sempre una bella coppia. Come lo erano da giovani.
Alla confluenza con via Roma c’è un crocchio di gente che attornia dei musicisti.
Hanno barbe lunghe, grigie e il cappello a cilindro. Uno stringe in mano il violino, l’altro il clarinetto. Eseguono musica Klezmer. Cesare ne è attratto. Non li aveva mai visti da queste parti.
La musica Klezmer gli scava dentro. E’ come se lo rimandasse a un passato ancestrale che gli appartiene senza sapere ancora bene come. Un genere tramandato oralmente dagli Ebrei dell’Est europeo, struggente come pochi altri. Stanno eseguendo un brano: un passaggio dalla musica sacra alla musica profana. Si ferma, è rapito.
Li sente amici, parenti. Vorrebbe avvicinarsi al clarinettista e dirgli: -Non ci siamo mai incontrati prima, fratello, ma è come se l’avessimo fatto. A me sembra di conoscerti da sempre e, se dai tuoi occhi esce una lacrima, anch’io ho voglia di piangere con te-.
La moglie lo strattona, lo tira per il braccio.
-Vieni, Cesare, è tardi…-
Cesare è come un bambino che si attarda davanti a uno spettacolo che non si ripeterà. Pensa ai Lautari mentre tengono il violino vicino al viso e cavalcano nelle pianure della Moldova. E alla musica di qualche jazzista che ha assimilato quei suoni. Che sono insieme dolcezza e tristezza e fanno venir voglia di scolare un bicchiere.
Franca preme con la mano sul cappotto del marito all’altezza dei reni. Lui la segue finalmente.
Raggiungono il centro Amplifon. Un locale a piano terra, spoglio e minimalista nella struttura, angusto e triste, che raffredda il cuore.
La visita è breve. Sì, ha bisogno di un apparecchietto acustico. Ce ne sono di invisibili. Occorre solo un po’ di buona volontà e saper accettare.
VIII
Il cellulare ha vibrato nella tasca dei pantaloni mentre Filippo era in bagno a sistemare l’accenno dei baffi. “Perché domenica non andiamo a fare una passeggiata sul lungo lago?” scrive Irina. Lui ha risposto: “Non è una cattiva idea”.
Passeggiare sul lungo lago è sempre rilassante o stimolante soprattutto adesso che è febbraio, le giornate si allungano e il sole scalda di più.
In questo periodo a Filippo capita spesso di svegliarsi presto la mattina con una specie di sfarfallio nello stomaco e un gran desiderio di scendere dal letto e andare a preparare la colazione spinto da chissà quali prospettive di novità.
Gli piacciono gli appuntamenti. Soprattutto quando non li decide lui.
Irina è bella. Ha un’ossatura robusta, mani grandi e solide, pelle chiarissima sotto le lentiggini di rame. S’ingioiella e si profuma come fanno le donne slave che amano un vestiario leggermente appariscente e leggermente retrò.
E’ nata in un villaggio vicino a Praga e pare sia stata abbandonata da un marito manesco che l’ha sposata giovanissima. La bambina, che hanno avuto, adesso è una ragazza di ventiquattro anni che lavora a Milano per la Macintosh.
Il punto di ritrovo convenuto è lo slargo davanti al negozio di scarpe che fa angolo con le due vie principali e occupa quattro vetrine. C’è sempre un andirivieni di gente che mette addosso fervore e prurigine.
Irina arriva puntualissima con un cappotto nero, un misto di lana e astrakan sintetico, sagomato sulla linea dei fianchi che la fa elegante e femminile insieme alla sciarpa grigio perla e alla borsetta in pelle lucida con le catenelle.
Anche Filippo indossa un capo ricercato: una giacca in velluto liscio, marrone, guarnita di un interno che assembla tessuto impermeabile e finiture in pelle.
Sono una bella coppia e insieme sembrano perfetti.
-Dove andiamo?- chiede lui.
-Si era detto sul lungo lago – risponde Irina.
Il sole scintilla sulle cose, il lago è carta argentata e foschia sul fondo che restringe il profilo della costa.
-Che luce meravigliosa!- dice Irina contenta, mentre camminano con passo vivace in direzione del circolo dei canottieri.
-Mi hanno sempre affascinato- dice Filippo alludendo alle canoe e agli omini seduti che affondano i remi nell’acqua.
Il ghiaino sotto le scarpe rende più rumorosi i passi che risuonano concitati ma anche solitari..
Ora sono fermi con le braccia appoggiate sul parapetto davanti al lago immobile.
-Sei contento? – chiede Irina, guardandolo curiosa, dopo una pausa di silenzio.
-Di che cosa?- domanda lui.
-Di essere qui, della vita…que pasa, Filippo?-
-Mah, non si è mai contenti della vita…-
-Non stai con qualcuna?- chiede Irina.
-Niente di definito…
-Non ti piacerebbe stare con qualcuna?-
-Sì e no- dice Filippo.-
-Perché sì e no?-
-Perché è evidente come sarebbe-
-Come sarebbe?-
-All’inizio giornate di passione, messaggi e attese. Poi un noioso replicare e il bisogno di rompere per tornare ad aspettare…
-Perché dici questo?-
-Perché non dura. Non dura mai. E quando finisce si comincia a farsi del male.
-Non è detto –dice Irina che è diventata seria- se non lo si vuole, non succede. Non succede così.
-Anche se non lo si vuole, scattano meccanismi più forti di noi.
Irina lo guarda impensierita. Ha il sorriso annuvolato. Questo bel figlio pieno di humour e intelligenza, che sembra fatto per essere amato, rivela un’interiorità somigliante a un ambiente arido dove crescono solo piante basse, radi cespugli spinosi in mezzo alle petraie.
-Ci vogliono i figli per unire una coppia- dice Irina.
-Sì, forse. Ma se non li si fa nell’età della follia, poi è più difficile-
-Non mi dirai che tu hai passato l’età! -
-Eh… guarda, non lo so. I figli sono una responsabilità che dura in perpetuo
-Però riempiono la vita. Io, se non avessi mia figlia, non saprei come fare. Lei ha colmato i miei vuoti, mi ha aiutato a trovare il senso.
-Può essere. Però, bisogna evitare di considerare i figli come oggetti bensì come soggetti con le loro peculiarità che possono anche contrastare con le nostre.
-Sono dei giudici straordinari, è vero- osserva Irina.
- E interlocutori, che hanno da insegnare – conferma Filippo.
-Sembri desiderare di averne-
- Sono troppo adolescente. Troppo Peter Pan , infrollito dentro il mio mondo…
Irina lo guarda muta. Gli occhi le si appannano. Niente semi tra i cespugli spinosi.
Sorride e divaga con i discorsi. Come ogni donna è brava a recitare fra gli oh e gli ah di meraviglia.
Ma ha già soppesato l’infelicità che deve tener lontana, assieme alle beatificazioni.
Racconta fatti e fa sapere di quante amicizie dispone, di quante prospettive l’attendono. Lei è un soprano e ha in programma qualche esibizione.
Questo per concludere in bellezza la giornata.
IX
Hanno scelto la domenica delle Palme che fa guadagnare un giorno. Poi ci sarà la Settimana Santa per riposare e per riflettere.
Due pullman gran turismo sono davanti alla scuola alle quattro del mattino.
Loro arrivano alla spicciolata. Hanno giacche a vento, valigie e zaini. Nell’oscurità le facce si riconoscono a stento , comprese quelle dei professori. I genitori sostano nel parcheggio, sommessi e muti come di fronte a una prospettiva che reca insidie.
Cesare è già lì, dietro un angolo a osservare. Non ha perso l’abitudine della puntualità. Quanti anni sono passati dalle sveglie antelucane per presenziare le partenze? Adesso fa il conto.
Si sente un palombaro dentro la giacca imbottita , soprattutto per la disposizione interiore. Gli pare di dover ridiscendere sul fondo a cercare qualcosa da riportare a galla. Non sa bene che cosa.
Gli autisti hanno aperto i bagagliai. Masse di schiene piegate a sistemare e qualche imprecazione. Lui stringe la maniglia del trolley: lo poserà per ultimo. Non vuole che si confonda nell’ammasso.
Dal gruppo si distacca la professoressa Marianelli. Viene verso di lui.
-E’ pronto per questa avventura, preside?-
Lo chiama ancora così, spinta da una sorta di obbligo deferente.
-Ci credi? Sono vecchio e stanco ma questo momento, che vivo come un amarcord, è ancora capace di emozionarmi.
-I ragazzi sono stati preparati e catechizzati. Gli autisti… i più disponibili della società autolinee cui facciamo riferimento da anni – dice la Marianelli.
-Ma sì, stai tranquilla! Non c’è bisogno di fare gli scongiuri…
Strizza gli occhi e mostra il suo sorriso accattivante che la Marianelli conosce.
Hanno sistemato i bagagli e preso posto nei sedili.
La vicepreside tiene il microfono in mano per fare le raccomandazioni: -mettere le cartacce dentro i cestini, non disturbare l’autista, ascoltare gli insegnanti..-
Sono pronti. Si parte.
Cesare si è seduto dietro l’autista.
L’ha nelle orecchie da tempi che si perdono nella memoria. Quel brusio confuso, che non dice nulla e però accompagna e fa compagnia. E quel senso dell’affido. Più di quaranta vite che dipendono e attendono.
Il pullman va. Fila sul velluto degli ammortizzatori. L’autostrada è dritta, piana, sempre uguale a se stessa. Le autostrade sono sempre uguali.
Albeggia, le cose vanno riprendendo i loro colori naturali, il cielo è terso. C’è una coda di corriere e camion fermi. E’ fermo anche il loro mezzo.
Qualche ragazzo chiede la sosta per andare alla toilette. Fra poco arriveranno in un autogrill, gli dicono. Obbligatorio fermarsi ogni due ore.
Cesare guarda indietro in direzione del corridoio. Gambe e braccia che si incrociano. Gli è mancata la preghiera di accompagnamento. Lui ha in mente le gite oratoriali e quelle che faceva da studente. Ma adesso non s’usa più. Sono tempi di relativismo e deriva. Si affida mentalmente all’angelo custode e alla Madonna sapendo che la festa dell’Annunciazione è vicina.
X
Sono arrivati a Innsbruck. I due pullman hanno parcheggiato in un viale che da’ in un’area di sosta. La Marianelli sfodera il proprio inglese con una vigilessa della città, che spiega quanto dista il centro e che cosa possono vedere.
I poli d’attrazione sono il tettuccio d’oro e il cenotafio di Massimiliano I nella Hofkirche.
Adesso le quattro classi si sono fuse e il gruppo sciama numeroso in direzione mentre si leva un vento freddo e fastidioso e tutti si abbottonano le giacche.
Cesare si è messo in coda. Dice che ha bisogno di camminare piano, di abituarsi all’aria nuova.
Il -tettuccio d’oro -è quasi deludente. Le guide lo descrivono con dovizia di particolari, ma il balcone coperto dà l’idea di un elemento nel complesso insignificante anche se brilla sotto il sole.
Più scenografiche invece risultano le ventotto statue gigantesche del cenotafio all’interno della -chiesa di corte-. I ragazzi ne rimangono colpiti.
Cesare ha voglia di sedersi su una panchina e di consumare il panino oppure di fermarsi in un negozio e guardare quelle giacche tirolesi di lana spessa da accompagnare a un cappello di feltro.
Ecco, hanno trovato una piazzetta con le panchine accostate ai muri. Gli insegnanti vogliono andare a comprare il panino. Lui ne ha due nello zaino e rimarrà con i ragazzi. Adesso si sente un buon papà che ha portato i figli in Tirolo durante una gita domenicale. Sorride di gusto e gli viene quell’espressione da anziano, un po’ confuso, un po’ euforico.
Filippo ha raggiunto Paola Avveduti. Si sono conosciuti a un corso di scenografia. Paola sa come realizzare fondali di uno spettacolo utilizzando materiale di riciclo.
-Come si sta sul tuo pullman?- gli chiede Paola.
-Come sul tuo-
-Schiamazzano i ragazzi?-
-Direi che nel complesso sono stati abbastanza calmi-
-Io cerco un locale in cui vendono i bretzel-
-Sì, può andar bene- risponde Filippo sistemandosi la sciarpa- tanto per quattro giorni bisogna rassegnarsi.
-Al vitto?- chiede Paola scostandosi il ciuffo scuro dalla fronte.
-E all’alloggio-
-Non ti piace l’ostello?-
-Non mi piace il baccano-
L’Avveduti lo guarda perplessa. Sembra porsi una domanda.
Intanto la Marianelli ha fatto segno da sotto il cartello di un locale dove vendono bretzel, wurstel e sandwich. Gli altri la raggiungono.
I bretzel hanno l’aspetto di pani duri. Filippo e Paola ne prendono uno a testa da accompagnare con lo speck.
Quando ritornano nella piazzetta i ragazzi stanno tirando quattro calci a un pallone sgonfio. Cesare se lo fa passare. Forse Innsbruck rimarrà nei loro ricordi per questo.
XI
Il viaggio è ripreso. Mancano quattrocento chilometri a Vienna.
Filippo guarda i messaggi sul cellulare. Anna gli chiede come sta andando la gita. Bene, tutto regolare. Irina lo informa che interpreterà Donna Elvira nel Don Giovanni. “Mi spiace non poter presenziare, ma ti penserò” le risponde. Elisabetta gli domanda se scenderà a Pasqua perché le piacerebbe partecipare a un concerto con lui.
“Al novanta per cento sì” le scrive di rimando. Meglio tenersi sul distaccato per accrescere in lei il desiderio di vederlo.
Provano e confermano i fatti che se uno si mostra innamorato, perde la propria attrattiva. L’amore deve recare in sé quella dimensione dell’impossibilità capace di renderlo ideale e perciò sublime. Filippo ha letto la biografia di Casanova e qualche lezione sa metterla in pratica.
Intanto guarda davanti a sé la strada lunga, inframmezzata da segnaletica in lingua tedesca, mentre l’autista mantiene una marcia di sicurezza con l’occhio sul navigatore.
Adesso le ore vanno vissute nella compressione del respiro e dei muscoli, nella pazienza dell’attendere. I viaggi all’estero servono a conoscere gli altri e se stessi e Filippo non si pente di aver dato la propria disponibilità ad accompagnare la classe, al posto dell’insegnante di lettere della sua sezione. Oltre a lui e al professore di musica, sul pullman ci sono la docente di matematica, Svanoletti, una signora un po’ anziana che ha qualche problema di vista, e la professoressa Artusi, insegnante di tecnica, che vanta una discreta conoscenza dei luoghi dell’Olocausto.
Filippo è un sostenitore della valenza formativa delle gite. Si è trovato a difendere queste iniziative in collegio docenti, sostenuto dalla Marianelli che è persona di notevole sensibilità, contro il parere di alcuni colleghi allarmati dalla prospettiva di eventuali disgrazie e scoraggiati dal carico di responsabilità.

XII
E’ sera. I pullman sono nella cintura periferica della capitale. Dai finestrini si intravvedono eleganti edifici illuminati dal chiarore dei lampioni. Il locale prenotato per la cena è all’interno del Ring . Si chiama Camelot e si presenta come un’enorme stanza con tutti gli attributi dell’epoca medievale.
Scudi e spade alle pareti, armature e tavoloni rustici ricordano il leggendario mondo dei cavalieri.
Il servizio è rapido. Portano pasta al pomodoro, quarti di pollo con kartoffeln e poi il dessert. Gli insegnanti, prima di addentare le porzioni, controllano che tutti si siano accomodati ai loro posti.
C’è un baccano d’inferno prodotto da più di ottanta voci. Cesare crede di avere un po’ di nausea e di non sopportare la cappa di caldo che gli preme addosso. Gli gira la testa mentre guarda la scacchiera delle piastrelle bianche e rosse su cui cade qualche forchetta o coltello.
Pensa a questo luogo non vero che attira i consumatori. Più che in una finta stanza medievale preferirebbe trovarsi nei locali di una caserma con i pastrani grigioverdi appesi alle pareti. Sarebbero più autentici. Ma se lo dicesse, lo prenderebbero in giro anche se bonariamente.
Spera che venga al più presto il momento di uscire. E’ il primo a sgattaiolare in strada nel freddo della serata dopo gli auviedersehen auviedersehen.
Sono all’ostello fuori dal ring. Occorrono tempi lunghi per la sistemazione. Lui si è offerto come interprete. Ha studiato il tedesco da autodidatta, appoggiando per anni sul cruscotto della macchina e sul comodino della camera da letto frasi e strutture da mandare a memoria.
Alla reception un impiegato distribuisce braccialetti di carta. La Marianelli gli presenta il voucher. Viene spiegato in che piani si trovano le zimmer e come sono ripartite tra i maschi e le femmine. C’è un’ulteriore ragionata compilazione di moduli. Ci si aspetterebbe la distribuzione di lenzuola e coperte, invece i letti sono già fatti.
Per gruppetti i ragazzi salgono le scale e spariscono nelle camere con il solito schiamazzo. A nulla serve ventilare lo spauracchio degli uomini della security che fanno la ronda. Ormai si è capito che tutto è subordinato al business e anche la severità austriaca non esiste più.
Sono galvanizzati dal viaggio e pieni di energie. Occorre una camminata stancante perché possano prendere sonno. Gli insegnanti decidono di uscire per raggiungere la Stephansdom, nel cuore della città.
Adesso la comitiva avanza lungo le strade di Vienna con i professori in testa in coda e al centro. La cattedrale non è illuminata e contrasta con la mondanità del resto. Le professoresse commentano sullo stile gotico . Carlino vuol fare un selfie accanto a Filippo davanti al monumento del Graben, ma il prof gli dice che a Salisburgo scatteranno tante foto insieme.

XIII
La sveglia ha suonato alle sette. Il tempo di vestirsi e scendere nella mensa del seminterrato dove già alcuni alunni e insegnanti si aggirano con i vassoi in mano e le facce assonnate perché non hanno riposato bene. Lo spazio è ampio, l’offerta assortita. Ci sono cereali, affettati, marmellata, burro, pane abbrustolito, the, caffè lungo, latte, succhi di frutta.
La Marianelli ha già consumato la sua colazione e sta facendo il giro delle stanze per assicurarsi che tutti abbiano sentito la sveglia e si stiano preparando.
Nel locale c’è il solito acciottolio di stoviglie, rumore di forchette e brusio. Ma anche atmosfera frizzantina dell’inizio giornata nei bocconi che mettono in circolo calorie, negli zaini che vengono richiusi.
Alle 8 e 30 lo squadrone è di nuovo sui pullman per il giro turistico della città. Una delle due guide, contattate dall’agenzia, assomiglia vagamente a Romy Schneider. Si chiama Veronika, ha studiato in Italia e conosce molto bene la lingua. Comincia col dare indicazioni generali sulla regione austriaca, poi spiega il perché della ubicazione decentrata della capitale, i progetti di ampliamento della città, il numero delle linee metropolitane.
Il pullman procede lento per permettere di guardare a destra e a sinistra i palazzi che si affacciano sul viale di cinta fatto costruire da Franz Joseph al posto delle mura.
Veronika orienta l’attenzione verso la cattedrale commissionata dall’imperatore, edificata in stile gotico secondo i dettami dello storicismo.
Enumera gli edifici voluti dalla famiglia imperiale, dal Theresianum alla Favorita, accenna al Palazzo dell’Opera. Le immagini del film Amadeus scorrono nella mente di qualcuno.
Arriva il momento di scendere e tutti sono felici. Hanno voglia di sgranchirsi le gambe, di calarsi
tra la folla che parla una lingua dai suoni diversi. Mentre camminano per raggiungere il Graben, si imbattono in un cavallo Lipizzano condotto nelle scuderie della Scuola di Equitazione .
Il Graben è presto attraversato. Descritta la colonna eretta in onore della scampata peste. A mezzogiorno le guide si allontanano per il pranzo. Cesare ha già adocchiato il negozio dove comperare le cartoline ma prima bisogna mettere qualcosa nello stomaco. Ci sono chioschetti che vendono wusterl e salsicce oltre ai soliti Mc Donald. E’ una soluzione che non dispiace.
Alla Marianelli non vanno proprio quei salsicciotti disgustosi che trasudano grasso: pensa di cercare un locale dove si possa mangiare un toast.
Filippo ha deciso di accompagnarla.
-Mi sembra che tutto proceda bene- afferma la vicepreside mentre si incammina lungo una via centrale.
-Senza cantar vittoria, direi proprio di sì- risponde Filippo.
Le si è affiancato cortese, il portamento elegante. Lei è una lady distinta con un tre quarti di soprabito fumo di Londra, e i pantaloni abbinati. Sempre impeccabile, nonostante le esigenze di comodità che la situazione richiede.
-Mi piace condividere il panino con gli altri, ma non sopporto l’odore di quegli insaccati- spiega facendo oscillare lievemente la testa bionda.
-Anche a me non piacciono- dice Filippo con tono vagamente tranquillizzante.
-Andiamo in fretta e poi torniamo- la Marianelli teme di lasciare il gruppo sguarnito di controllo.
-Do you have a toast?- Non lo hanno già pronto, lo devono preparare. Nel piccolo locale c’è un panino a forma di tartaruga che giace , ultimo e stantio, in un vassoio.
-All right- , hanno deciso di aspettare.
Una commessa si avvicina con la macchinetta elettronica per riscuotere - four euro and fifty- cadauno e battere lo scontrino. Finalmente i sacchetti vengono confezionati. Mangiano per strada.
- Speriamo che il tempo si mantenga sereno. Io penso a domani. Mi scuote l’idea di andare a Mauthausen. Mi chiedo se non sia prematuro metterli davanti a queste realtà…
- La formazione passa attraverso l’esperienza- risponde Filippo- non è prematuro: avranno modo di far sedimentare e verrà il giorno in cui ripescare nella memoria-
-Spero che l’intervento dell’ex preside Valenti risulti efficace- afferma la Marianelli.
-Tu lo conosci da tanto?-
-Da una vita praticamente. Mi ha insegnato che ai ragazzi bisogna dedicare tutto di se stessi, e che non ci si deve mai accontentare.
Filippo nota l’espressione ammirata della Marianelli e gli pare di cogliere la portata di un sentimento di stima.
L’appuntamento è davanti all’Albertina. Sono tutti pronti e vispi. Hanno fatto cento selfie e osservano una carrozza ferma all’angolo con un postiglione vestito come nell’Ottocento.
Si parte per Schonbrunn, la residenza di campagna degli Asburgo che dista neanche un tiro di schioppo da quella della città .
Considerando la distanza esigua, vi giungono nel giro di diversi minuti cioè il tempo permesso dai sensi unici.
E’ grande, enorme, attorniata da un parco in cui si sprofonda, si naviga e si sale.
Si attardano nei pressi degli edifici di servizio. Le guide devono fare i biglietti. C’è una polvere sottile che sale dalla spianata e un solicello di marzo che indora. Il gruppo si sparpaglia e sosta fermo nel tempo e nello spazio. Cesare ha visto la buchetta delle lettere e si è precipitato a infilarvi le cartoline perché vengano recapitate con il timbro di Vienna.
Filippo sceglie inquadrature per la digitale.
Le guide sono pronte.
Adesso li attende la storia di una famiglia imperiale raccontata da una guida che si è segnata di fantasie giovanili. Come tutte le ragazze, come la stessa Marianelli, Veronika ha sognato la vita tra quelle mura ,quei balli, quei saloni . Tra quei regnanti abbigliati come nelle fiabe.
-Suo padre non aveva figli maschi e aveva disposto con la Pragmatica Sanzione che lo scettro passasse a lei, a Maria Teresa: l’augusta sovrana che aveva voluto il catasto e l’istruzione per tutti i bambini dell’Impero, zingari compresi.- Maria Teresa, la madre di Maria Antonietta e di altri quindici figli, la sovrana illuminata dei libri di storia.
Nella sala da pranzo i tovaglioli sono disposti a forma di giglio sulla tavola apparecchiata. Ci sono manichini vestiti da guardie con caratteristiche somatiche e abiti diversi perché provengono da tutte le parti dell’impero. Un quadro presenta il carosello di alcune nobildonne che festeggiano una vittoria : mentre cavalcano impugnano la sciabola sguainata e mozzano il capo ai mori di cartapesta. C’è la sala cinese blu con la carta di riso nei parati. E lo studio dove Franz Joseph riceveva fin dalle cinque del mattino tutti coloro che desideravano parlare con l’Imperatore.
La visita finisce. Al bookshop Filippo compra due cartoline per Elisabetta. Una con il salottino cinese, l’altra con il- bacio di Klimt.
E’ indeciso se mandargliele in busta chiusa o consegnargliele personalmente a Pasqua. Ci penserà.
Paola Avveduti ha in testa il palazzo della Secessione e il Belvedere. Vuole mostrare le opposizioni al revivalismo. Per questo scopo ha investito molte energie proponendo alle classi tante attività.
La visita al Belvedere è fissata per la sera del terzo giorno accanto a quella del Prater.
Si è messo a piovigginare ma, dopo cena, bisogna uscire per la solita scorrazzata liberatoria. Pamela di 3^C non sta bene. Ha gli occhi lucidi, scotta, e dice che vuol coricarsi subito nella sua camera senza cenare. La Marianelli le prende il polso. I battiti sono veloci, qualche linea di febbre c’è. E’ una ragazzina con i capelli rossi, simpatica e determinata. Ha un’espressione avvilita e voglia di informare la mamma. La Marianelli le dice che starà con lei mentre i suoi compagni usciranno in passeggiata.
Cesare è leggermente contrariato. Non conosce gli altri insegnanti e deve abbozzare. La Marianelli è il volto amico, il ricordo di quegli anni, l’interlocutrice testimone.
Alcuni dicono che la ragazzina può stare benissimo da sola, che riposerà in camera dopo l’aspirina, ma la vicepreside è irremovibile: darà il proprio ombrello all’insegnante di musica che ne è sprovvisto .
Anche Filippo avverte un filo di disappunto. Alessandra è la scuola, il carico istituzionale. E’ il mese di settembre, l’inizio delle lezioni, la spinta, la forza, il vertice della piramide.
Quando lui prese servizio nell’istituto, la prima volta, camminava con le stampelle per una banale storta. Lei gli venne incontro sulla gradinata e gli chiese : “Si è fatto male?” con un tono così dolce e gentile, una soavità d’altri tempi che lui credeva perduta. Ne rimase colpito e pensò a un mondo popolato da persone così.
Filippo ride e scherza con le colleghe più informali ma apprezza molto la serietà, l’educazione e il garbo della Marianelli.
Se Irina fosse così, se avesse quel tratto -tanto gentile e tanto onesto- , forse la incoraggerebbe. Ma di certo le sue sono solo le scuse di un misantropo. Lui ha capito che la solitudine è un privilegio. Che una vita ricca di libero pensiero è una compagna inarrivabile.

XIV
Cesare ci ha pensato tutta la notte. Mentre dormiva con un solo occhio chiuso e sentiva dalla sua singola correre e vociare nel corridoio. Ha pensato a quel che deve dire. Del campo, dello zio, della solidarietà. Ha pensato che non è facile trovare le parole adatte per i ragazzini e che non gli riesce di liberarsi di quella sua impostazione da settantenne un po’ austero, un po’ sentenzioso.
Stamattina sul pullman si sente come Primo Levi quando ritorna ad Auschwitz . Irrigidito e turbato, come se il reduce fosse lui, come se lo zio gli avesse lasciato la sua impronta indelebile.
I ragazzi sono stranamente silenziosi. Guardano dal finestrino i boschi e le montagne, il corso del Danubio che si intravvede in lontananza. Occorre un paio d’ore per arrivare. Il cielo è plumbeo.
Lui ha fotografato nella mente la pianta rettangolare della fortezza, la “porta mongola” dell’ingresso al lager.
Vuol parlare delle centoventotto mila vittime. Dei forni costruiti con una bocca molto piccola, dimensionata a contenere i cadaveri scheletrici. Della spersonalizzazione dei prigionieri, che cessavano di essere uomini per diventare semplicemente degli –stucke-, dei pezzi, identificati semplicemente con i loro numeri tatuati. Del ricambio rapido e continuo secondo il piano di annientamento.
La guida che li accoglie all’ingresso ha un copricapo a figure geometriche da cui sfuggono ciuffi di capelli grigi che lo fanno somigliare a Moni Ovadia.
E’ un tipo taciturno, riflessivo e pensoso che procede con brevi considerazioni, domande e silenzi.
L’atmosfera all’interno è fatta di devozione e rispetto come in un cimitero.
E’ questa guida che ruba la domanda a Cesare . “Come ci si salva dal campo di concentramento?”
I ragazzi guardano smarriti. Non sanno. Come ci si può salvare dal campo di concentramento? Non ci si salva. Se non per la fortuna, per il caso.
Ma la guida trasmette la convinzione delle sue certezze, l’eredità raccolta.
Ci si salva con la solidarietà. Nonostante nella “fabbrica della morte” di Mauthausen venissero attuate torture e soppressioni continue, si era stabilita tra molti prigionieri una tacita alleanza. Così alcuni riuscivano a trafugare le provviste dai magazzini per darle ai compagni. Allo zio di Cesare qualcuno fece avere un cucchiaio per portare alla bocca la zuppa dalla gamella. Qualcuno aveva insegnato a cuocere le patate con la calce e l’orina e a curare la dissenteria con il carbone della legnaia. Qualcuno aveva imparato a tenere il posto sul tavolaccio al compagno che nella notte era andato alle latrine. Qualcuno regalava ciò che possedeva quando sentiva prossima la fine.
Cesare adesso ricorda anche il racconto della Romegialli: le compagne e i compagni che aiutarono la madre a salvarsi.
E’ il momento di visitare le baracche. Quelle grandi, destinate ai kapò, si ergono su un basamento al centro del campo. Le docce erogatrici di ziklon b sono un locale stretto e basso con tanti tubi arrugginiti posizionati sull’ esterno del muro. Fanno impressione perché il loro uso è evidenziato da una documentazione informativa affissa alle pareti.
E’ finita: si esce.
Cesare non può fare a meno di concedersi una sigaretta. Quattro boccate di fumo servono a deglutire meglio .
Si va a mangiare in un locale del centro più vicino. Pioviggina e fa freddo. Per fortuna nulla smorza la vivacità e la voglia di vivere dei ragazzi.
Il pomeriggio è dedicato a una passeggiata in libertà per le vie di Vienna, sotto un cielo schiarito. Una delle mete è il complesso di case popolari progettate dall’architetto Hundertwasser. Sono cinquanta appartamenti assegnati alle persone meno abbienti della città. Paola Avveduti è convinta che quelle facciate dipinte a colori vivaci e decorate con ceramiche colorate siano in sintonia con i gusti dei preadolescenti . Spiega uno dei concetti chiave dell’artista : tutto ciò che si espande in orizzontale appartiene alla natura, tutto ciò che si innalza al cielo, all’uomo. Indica i giardini pensili che portano il verde in ogni abitazione. Cita Gaudì.
Ma i ragazzi non sembrano particolarmente entusiasti e dimostrano di preferire la grandiosità di Schonbrunn o degli altri palazzi asburgici.
Chi li capisce è bravo, pensa l’Avveduti.
Sono tre giorni che chiedono di poter acquistare souvenir. Finalmente si possono fermare in un paio di negozietti non lontani dalle Hundertwasserhaus e far man bassa di T-shirt, ninnoli, bracciali, collanine e anelli.
Anche gli insegnanti sono in pausa.
Filippo continua a rispondere al cellulare alla mamma che gli chiede com’è il tempo e ad Anna che segnala un guasto allo scaldabagno del suo appartamento e l’impossibilità di raggiungere l’idraulico. Filippo ha il numero dell’idraulico. Cercherà di trovarlo.
-Se avete finito di comperare, possiamo cominciare ad avviarci verso il pullman- dice ripetutamente la professoressa Artusi.
Finalmente sono sul pullman, diretti al Belvedere. Si è fatto tardi. E’ buio. La residenza, bellissima, è illuminata ad effetto.
Impiegano un po’ di tempo per individuare l’ingresso giusto in questo duo di palazzi contrapposti.
Suggestiva è l’atmosfera serale, suggestivo il digradare dei giardini, suggestivi i tanti passi sul ghiaino degli interminabili viali, suggestivi i cancelli in ferro battuto.
Paola già sente l’accelerata cardiaca. Ma presto la sorpresa è deludente: il padiglione superiore, che raccoglie le opere dei secessionisti, non è visitabile. Eppure le guide lo davano sempre aperto.
La Marianelli si morde il labbro, stizzita. Non se lo aspettava. Lei propone di sopperire con la visita al Belvedere Inferiore, ma l’Avveduti sostiene che le collezioni d’arte del Medio Evo o dell’Ottocento annoiano i ragazzi.
Non rimane che il Prater ma anche quello, data l’ora, non è visitabile. E poi piove. E’ il terzo giorno. Sono stanchi.
Tornano a piedi all’ostello. Stessa strada ,stessi incroci, stesso cavalcavia.
Nell’ampia mensa gli insegnanti tentano una cena più conviviale del solito, ma qualche alunno reclama attenzione. Pamela sta meglio, ma ha preso un’altra aspirina, Angelo è rosso e trema di freddo.
La Svanoletti fa ascoltare i valzer con lo smartphone e l’amplificatore. Si aspetta che i ragazzi apprezzino, che gli inservienti dicano gut , ma la cosa passa inosservata.
Sono corpi dispersi nella grande sala che si muovono come pesci in un acquario.
-Meno male che domani è l’ultimo giorno!- afferma qualcuno.
Paola Avveduti ha il muso lungo: quell’oro di Klimt è stato un inganno come nei sogni.
-I più dispiaciuti siamo noi, siete voi! -ribadisce Cesare- a loro interessa stare insieme in un luogo diverso da quello abituale!
-Adesso devono solo far sedimentare- sostiene la Marianelli.
-Ai nostri tempi non facevamo gite del genere alle medie – dice la Svanoletti allusiva- ma oggi , se non ci si lamenta, non si sta bene.
-Cerchiamo di mandarli a riposare presto, questa sera. Saranno stanchi!- asserisce l’Artusi.
-Sì, sono stanchi – conclude la Marianelli – siamo un po’ stanchi tutti.
Cesare si è già ritirato in camera a preparare la valigia. Filippo ha informato Anna che è riuscito a trovare l’idraulico: le ha assicurato che nel giro di ventiquattrore andrà a riparare il guasto dello scaldabagno.
La Marianelli, l’Artusi e la Bonafè hanno fatto tre giri di ronda e intendono ritirarsi in camera perché crollano di stanchezza.
Quelli della security hanno sedato gli ultimi fuochi d’artificio cioè il baccano delle camere.
Sono le tre di notte e tutto sembra tranquillo.

Alle quattro e cinquanta il sistema d’allarme suona impazzito. Cesare è già sveglio. Si alza di scatto, indossa soprabito e scarpe e si precipita fuori dalla stanza. Pochi secondi dopo, altri insegnanti sono nel corridoio. Hanno il pigiama sotto le giacche, ciabatte ai piedi e capelli ritti sulla testa.
L’Avveduti comincia a bussare alla porta delle camere.
-Ragazzi, uscite ! Dobbiamo scendere!-
E’ comparsa la Marianelli. La vestaglia lunga, color tortora. Il viso bianco come la cera.
Alcuni ospiti dell’ostello attraversano veloci il corridoio.
-Was ist passiert? -What happened?- Chiede Cesare. Non lo sanno, si stringono nelle spalle.
Forse c’è un incendio. Ma dove?
La Marianelli si sente morire. Che qualche alunno abbia combinato una bravata l’ultima notte di soggiorno a Vienna? Già, ora le sembra di ricordare che Sebastian parlava di petardi… Sì, i petardi. Hanno la mania di questi petardi. Ne esistono di diversi tipi. Ogni tanto li fanno esplodere nel cortile della scuola…ma le idee son confuse, non sa trovare il bandolo… Dopo tante raccomandazioni… E adesso? Bisogna mettere in pratica le istruzioni apprese al corso per la sicurezza. Se è un incendio e c’è del fumo meglio camminare accosciati. Ma nessun ospite che passa si è messo in questa posizione. Nessuno lo sta facendo. Intanto il fischio acuto del dispositivo d’allarme sembra inarrestabile. Da tutto l’ostello viene un fragoroso vociare. Le classi sono distribuite nei diversi piani e bisogna salire le scale interne e affrontare la ressa che scende, anche se molti si sono buttati verso l’uscita di sicurezza.
Filippo è alla porta della camera di Carlino. -Apri!- ordina con un tono che sa di calma border line.
Il pomello della maniglia gira, il ragazzo è sulla soglia.
-Prof, non trovo le scarpe!- gli dice pallido come un cencio.
Filippo entra nella camera e guarda in tutti gli angoli. Si china per vedere sotto il letto e sotto il comodino. Niente, solo un ammasso di valigie aperte e di zaini in cui si inciampa.
-Non ne hai un altro paio? -chiede.
-No – dice il ragazzo-ho solo quelle.
-Non hai le ciabatte? -insiste Filippo notando i calzini ai piedi di Carlino.
-Non trovo neanche quelle!
Filippo si porta le mani alle tempie.
I compagni gli hanno fatto uno scherzo. Hanno nascosto le sue scarpe nella stanza attigua, ma nella confusione se ne sono dimenticati e stanno già scendendo.
Per fortuna Alice sa e l’ha confidato alla professoressa Avveduti la quale ha risalito affannosamente le scale antincendio per riferire. Giunge trafelata e sudata.
Fortunatamente la porta della - stanza attigua- è rimasta socchiusa : le scarpe sono in bagno attaccate con mille nodi al rubinetto della doccia. L’Avveduti inizia a sciogliere i nodi imponendosi calma per non sbagliare. Le scarpe vengono recuperate.
Filippo adesso sta pensando che i colleghi, quando sono allarmisti riguardo alle gite, non hanno tutti i torti. Non vorrebbe, ma trova che la tensione è devastante.
Con Carlino e l’Avveduti si dirige finalmente verso l’uscita di sicurezza. L’ostello è enorme, c’è una marea di gente che travolge.
Cesare ha affiancato la Marianelli: in questo momento si sente il capitano della nave. Uscirà per ultimo accanto alla responsabile della scuola. E’ suo dovere.
Alcuni hanno già superato l’uscita. L’insegnante di musica e Stefania Bonafè sono nel piazzale sotto un unico paracqua con alcuni ragazzi intorno e tanti altri alloggianti seminati ovunque. Molti non hanno l’ombrello e si riparano alla meno peggio con i cappucci o a ridosso degli alberi.
E’ arrivata anche la Svanoletti che sembra zoppicare. Ha un ombrellino minuscolo, colorato, acquistato nel negozietto vicino alle Hundertwasserhaus.
Nel giro di pochi minuti si sono raccolti tutti all’esterno, sotto la pioggia. Mancano solo la Marianelli, Cesare, Pamela di 3^ C e due maschi di 3^A.
-Li avete visti?- chiede l’Avveduti ai compagni.
-No, prof!
-Sì, erano dietro di noi.
Tutti guardano verso l’edificio, quasi in cerca di un segno che spieghi. Qualcuno forse si aspetta di vedere le fiamme divampare o di udire lo scoppio di un’esplosione.
Finalmente si ode la sirena dell’autobotte dei vigili del fuoco. Arriva sparata e si inchioda davanti all’ingresso. Escono bardati e sembrano pronti ad attivare gli idranti. Ma poi c’è come una sospensione di tutto. Il dispositivo d’allarme è stato bloccato, le sirene spente come i lampeggianti. La Marianelli non è ancora comparsa e neanche Cesare. C’è un gran confabulare tra gente che si muove a onde, un passaparola che finalmente arriva.
In breve: si è trattato semplicemente di un falso allarme. Qualcuno, non si sa chi e non si saprà, verso mattino ha urtato il quadro elettrico direttamente collegato con la centrale dei vigili del fuoco e l’intervento è scattato immediatamente.
Efficienza di un sistema antinfortunistico capace di far rischiare l’infarto.
Adesso si tratta solo di rientrare ordinatamente nelle proprie camere.
Alcuni salgono sghignazzando. Molti sono zuppi. Domani forse qualcuno avrà la febbre.

XV
Sono scesi puntuali alle sette e trenta per la colazione. Cesare ha pensato in cauda venenum ma, tutto sommato, poteva andare peggio. E, se non ci fosse qualcuno che forse si buscherà un malanno, ci sarebbe pure da ridere.
La Marianelli ha tirato un sospiro di sollievo. Anche se ha notato i mugugni dei colleghi, può pensare che è andato tutto bene e, in quanto alla prospettiva di possibili influenze, sa che hanno
pellacce dure. Al massimo avranno preso un raffreddore. Sono degli sportivi, abituati a partite di calcio, gare di sci e atletica. La Marianelli ha sempre arricciato il naso per le assenze dovute alle competizioni, ha tentato anche di ridurne l’incidenza, ma adesso si ritrova a dover rendere grazie al benedetto sport.
I bagagli occupano tutta la hall. Il tempo degli auviedershen e sono finalmente sul pullman, in viaggio di ritorno con tappa a Salisburgo per la visita alla casa di Mozart.
Filippo ha distribuito ai due autisti il CD dello spettacolo di Natale. Ascolteranno “Il flauto magico” e vedranno l’esibizione dei compagni in “Papageno e Papagena”. Un po’ di pubblicità non guasta- pensa- dopo tanta fatica, anche se lui non ama le autocelebrazioni.
Ne manderà una copia pure a Irina. Può darsi che ne tragga ispirazione per la sua scuola di danza. Una copia naturalmente a Elisabetta.
E’ risollevato. Si ritorna a casa. E’ stanco di mangiar panini, di passare la notte tra la veglia e il sonno. Anche Cesare sta pensando la stessa cosa , mentre osserva l’esibizione degli alunni nel monitor del pullman gran tour.
Salisburgo è una graziosa cittadina tra i monti, piccola, in confronto a Vienna. Vi si coglie un’atmosfera tranquilla.
La casa natale di Mozart è presto raggiunta nella Getreidegasse n. 9 e ci si deve mettere in fila per ritirare i biglietti d’ ingresso.
-Allora lei ha curato l’arrangiamento e la messa in scena di una parte de Il flauto magico!- osserva Cesare, rivolgendosi a Filippo, mentre aspettano.
-Sì, i soliti problemi dietro le quinte ma alla fine pare che non sia andata male!
-Sono sempre attività vincenti … e poi la musica unisce”- prosegue l’ex preside, tirando una boccata di fumo da una sigaretta- “Ha studiato in conservatorio?
-A Napoli… al “San Pietro”.
-Io adoro un artista napoletano… Domenico Scarlatti!
-Ah, sì, una copiosa produzione!
-Già, -risponde Cesare- gli si attribuiscono 555 sonate! Funfhundertfunfudfunfzig…
-Ah, ah, ah!- ride Filippo .
-E’ divertente il tedesco per i suoni! – afferma Cesare – ma, comunque, tornando all’argomento, c’è qualcuno che dice che nella musica di Domenico Scarlatti si può ravvisare il flusso di coscienza…-
-Sì, è un autore molto sensibile, antesignano - conviene Filippo – e di transizione tra barocco e classicismo, apprezzato anche dai Romantici.
-Un anticipatore di Debussy- sostiene Cesare.
-Ci sono tanti autori importanti nel 600 e nel 700! A me piacciono anche Vivaldi e Corelli, per parlare degli italiani.
-Beh, la musica contrappuntistica è un’arte combinatoria molto affascinante!
-A dire il vero, apprezzo anche la musica del 900 – sostiene Filippo- nonostante serva un po’ di vocabolario per farla intendere.
-Certo, è un linguaggio che risente di tutti i cambiamenti del secolo
-La melodia diventa imprevedibile e frammentaria…
-Sta parlando di Schonberg?-
- La musica dissonante non è facile da comprendere, me ne rendo conto.
-E’ stato preside per un lungo periodo?- chiede Filippo.
-Quattordici anni, tanti quanto le stazioni della via Crucis!-
-Immagino sia stato impegnativo…
Cesare abbassa lo sguardo attraversato da un lampo di pudore.
-Direi di sì, direi proprio di sì…
Adesso la coda va muovendosi e accede alle sale del palazzo museo in cui sono custoditi oggetti, dagli strumenti musicali alle lettere…
Quindi sono tutti fuori sotto una tenda, che ripara dal sole, ad acquistare dei tramezzini con prosciutto, e insalata . Alcuni si buttano a comprare altri souvenir.
Infine ricomincia il viaggio di ritorno.
Cesare ha preso posto sul pullman nel sedile dietro l’autista. E’ felice di poter naufragare in libertà tra i pensieri, sempre presenti nel tornio della mente.
La Marianelli va considerando la stesura dell’articolo per il giornalino scolastico. S’intitolerà: Dentro il ring. Le piace l’idea perché si presta a più interpretazioni.
Anche Filippo è soddisfatto. Può dare stura ai sogni tenendo il viso rivolto verso il finestrino mentre la professoressa Artusi si sgola sul fondo per richiamare quelli più vivaci.
Lui ha reclinato il capo contro la spalliera e ha preso sonno.
E gli è balzato davanti il volto di Irina, il rame dei capelli, la bocca aperta negli oh di meraviglia. Irina che cammina sul lungo lago e gli chiede se vuol stare con lei. E lui risponde che sì, gli piacerebbe, ma poi lei non deve aver pretese, perché lui ha bisogno dei suoi spazi, dei suoi tempi per cercare i sensi più profondi. E Irina gli sbatte davanti i capelli di rame che sono diventati lunghissimi e sembrano una massa d’oro come i quadri di Klimt e gli dice che esprime i non sensi. E allora lui si sente spinto dal desiderio di schernirla, di dire che non gli importa nulla di lei, che il suo mondo d’affetti è già completo così.
Nel sogno pensa che è una fortuna potersi dividere tra due realtà, far sapere all’una il compenso dell’altra e fugare in entrambe il sospetto del suo vuoto, evitando il vincolo.
Il pullman ha fatto una brusca frenata e si è svegliato. La vista e i pensieri sono annebbiati. Ha preso il cellulare per mandare un messaggio a Elisabetta.
“Prenota il biglietto anche per me, se decidi di andare al concerto. Arrivo”.
Cesare guarda le cime delle Alpi che si intravvedono in lontananza.
Si è fatta sera e sono nei pressi di Vipiteno. Scendono per una cena leggera in autogrill.
I ragazzi si aggirano tra gli scaffali e afferrano merendine, pop corn, biscotti, caramelle e bibite. Gli insegnanti vedono di scegliere tra i ciotoloni di verdura e porzioni di cannelloni o tranci di pizza. Alla fine si sono seduti tutti attorno a un tavolo di cristallo e affondano viso e forchette dentro i ciotoloni di verdura ad eccezione della Marianelli che preferisce consumare un cappuccio in piedi .
Sono silenziosi, sembrano quasi dispiaciuti perché sta per finire un’esperienza che li ha uniti. Filippo adesso si sente particolarmente vispo e va soppesando le chance con Irina. Se si farà risentire, la inviterà nel suo appartamento.
Vuol proprio esplorare quel corpo di venere, accarezzare i capelli di rame, parlarle col linguaggio primordiale che ha sempre dato piacere e felicità agli uomini a partire da quelli primitivi. In fondo da un po’ di tempo si sottopone a una astensione che per molti risulterebbe inaccettabile.
Poi si vedrà. Del resto è avvisata. Lui è tipo che non vuol legarsi e glielo ha fatto capire e non dovrà rinfacciargli niente. Sono grandi, vaccinati e consapevoli. Quindi dipende solo da lei.
Elisabetta capirà. Le donne capiscono sempre quando amano.
Sorride tra di sé mentre vanno uscendo dal locale.
Sono sul pullman. Stanno facendo l’appello. L’ultimo.
Cesare è già seduto al suo posto. Ha in mente di ripercorrere i sentieri della montagna e di rivedere con gli amici alpini l’andito nel quale si rifugiarono quei partigiani, poi scoperti dalla milizia fascista, di cui tanto si parlò .
Così quando, a conclusione del percorso didattico , lo inviteranno nella sua ex scuola arricchirà il suo intervento di testimone a conoscenza dei fatti.







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