Dico anch’io che è meglio un solo fuoco
che darsi alla cenere dopo un lungo gioco
assistito dai coinquilini a scena muta
mentre ti avvolge il buio già ossuto.
Il piroscafo scelse la notte prima della sera
per consegnarsi alla passione della bufera
(che è poi quella di ridurre
il senso dei natanti a ferri della costiera).
Neppure mi prendeva per la mano
che l’ombra s’allungava più lontano:
un’ombra strana, liberata dall’insano
rotolio degli occhi fino al piano
della strada, oltre le barche,
meglio della caccia dei gabbiani.
derubati, quanto me, da un amo finanche.
Piegato su me stesso, la barca cintata
dal parabordo affannato, che voleva uscirne,
che voleva prima fermarsi poi trafiggersi
il respiro cardinale nella bussola del dolore vano
(perchè a che serve il mare se è già vissuto?)
come: a che serve che io le sussurri inudito:
barca cantata in una notte sorda, definitiva,
chiamata barca nel tremore del cielo occidentale
zattera iniziata dallo spirito falegname al fondo amato
arca incessante con il seno universale sul ventre temerario,
piena dell’audacia dei porti: uno solo stimato,
con due bracci ininterrotti e due fari come occhi,
sorgenti a me perché sorgesse l’orizzonte,
traghetto sornione come un ponte, come i valichi,
barca pane, barca vino, barca rito della prima parola
- foglia rimasta nella mezzeria dell’aria
mentre l’albero si abbatte sulla plancia contratta,
caravella che scorge da lontano il vezzeggiativo
e da lontano chiama santini: figlio, dall’altro mondo
non perdo il tuo approdo incerto, nè l’ormeggio tenero,
scialuppa in tutto, scialuppa per tutto: scialuppa ovunque,
bastimento oltre il velo della foschia, pappagorgia dei nembi
sotto il mento del cosmo, di ogni dio adiposo,
nave con le scapole alate, coi fianchi volanti di marmo
sulla sua acqua inavvertibile (come galleggia sulla terra!),
battello ora reliquia dell’infinito,
carico delle stesse reliquie infinite
nell’infinita mappa finita a memoria,
cargo di cellule sfiammate eppure ascese a luce;
nave per tutte queste rotte: madre rotta, ora.
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