Il libeccio spiaggia le cartilagini del verbo.
Parlo al vento e quello ha tra le mani i ricci,
li apre o, forse, soddisfa i resti, tira su col naso
il golfo e una nassa ariosa cala nei polmoni.
In mente il verso nuota come una seppia
(a strappi, ubriaco, eppure sinuoso: questo
perchè anche la seppia è di parola). Può bastare?
No! Sarà che ho visto un saltafango camminare
in un documentario. La lingua pare lasci
orme che scompaiono: non sempre,
qualche profondo segno resta. Il pesce
con fatica indossa l’aria, ma porta
in mano l’onda che non spetta alla sabbia.
Che idea, la sabbia! Sembra avere una densità
coerente alle maglie aderenti al busto del mare.
Quanto ci ha preso la rete? Suvvia! Scrolli
alla fontana i granelli incollati alle caviglie
poi le spazza l’africo con la sua saggina, non io.
Io tolgo via la costa con un gesto spazientito!
E le coste cadono sul riso dei frangenti: lame,
proprio per ciò vanno a fondo. Fino a questa
non poesia, quasi al tramonto: l’ovest, non tu,
o certe volte tu, io e l’ovest, con il rumore
del vento, dimentichiamo sulla tastiera la notte.
Su su su. Tira col naso il bagnasciuga, aprile
è fresco ancora. Il perioftalmo mi ha portato qui:
ex pesce, primitivo degli uomini galleggianti
nello spazio. Prossimo allo zero assoluto, la mente
vaga per mettere a fuoco la distanza del naufragio.
E già cantileno piccolezze che la risacca cancella,
come le orme e le voci delle torri di avvistamento
alla deriva. Sono consanguineo delle claveline
e non patirò del distacco dalle radici. Guarda
amico, la lingua, che appena l’onda si alza affonda,
sale nel libeccio ed ha sapore sipido, scivola
su questo foglio a luci bianche o spente
(vento che, si dice, può sfogliare pagine
ma non legge le note). Ribalta libri e spume
sui granelli - questo schermo è in effetti l’ultima
spiaggia ancora libera. Il respiro, invece,
che di mestiere fa la vita, riconosce
la semplicità dei segni vivi
dove ormeggia il suono.
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