Giacché è inspiegabile come il profilo
tagli l’orizzonte - e non pare vero il confine
legato all’altezza degli occhi -, mi sconforta
sollevare il capo mentre il mento lo insegue
nel golfo.
Fino alle navi nel formicaio marino, operaie
inaffondabili nel getto d’acqua che qualcuno gli ha messo sotto
e sopra panni stesi a strapiombo come nuvole
arrivano sul labbro dove un respiro non può respingerli
ma li asciuga veloce e ti pare sconvolto il tempo.
Non di meno l’alito è semema di cuore,
cioè apre una rotta sonora all’amore, all’amata, all’amaro
naviglio del sangue.
Al portone bussa una formica umana, vista da qui sembra una scialuppa.
Anche l’amore trattiene il naso nella metà terrestre,
perché per l’essenza, dai tuoi innumerevoli pori,
quel demone è chimica dell’assenza.
Sento che il tempo odora d’alghe e di guano sugli scogli.
(Il mio naso è un gargoyle attaccato alla fronte
con calce e mantello di peli, un lusso rubizzo, ricco
di influenza, cornucopia del fazzoletto).
E sospetto che parta da lì qualsiasi avvenimento:
certo, non fa volare gli aerei, ma lo sguardo è pilota
dell’idea.
Le narici per niente fremono: che dice l’assente?
Il naso in controluce contraddice il bello
apparente nel verso del gocciolatoio, che è meglio
non ripetere. Come niente valuto la polvere e l’angelo,
come niente i soli sono davvero a terra.
Che c’entra questo con il mio dirimpettaio
che riduce il cielo aperto ad ogni finestra?
Crede alla polvere, o aspetta l’angelo,
non di meno è terreno fertile. Ci osserviamo
di sbieco, silouette domenicali col fiato in ringhiera
e, a volte, il sabato sentiamo un: come va?
Chi domanda è sempre l’ultimo a rispondere.
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