Non c’é tra le lepri l’idea
di sentirsi convenienza. Immagino
sappiano degli artigli; in qualche modo
l’erba e la gibbosità dello spiazzo
vive in loro come un grido di all’erta,
così pure la sonorità del circondario
tanto simile al fruscio di un precipitato
celeste ovvero implacabile.
Cosa le convince
a misurare ali con corsa, udito con vista
che se fosse un’ombra soltanto
sarebbero solitudine quieta?
Sono nato dopo cinquant’anni che questo
avveniva di continuo: ne porto segni
lungo le costole, le sordide caviglie, e poiché
era una bella domenica di un gocciolare
quasi trasparente, tanto che dissero
dura poco, trattandosi di un velo
umido in piena afa, sfinì prima la luna,
quindi ovunque fossi si vedeva
chi ne fa le veci diffusamente:
l’alone, non il satellite.
La lepre, mi chiedo, perché
sostiene il rapace?
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