Se molti luoghi alimentano fiammelle,
e sono angoli invasi da un rosso torpore o sono trincee
in cui calano truppe ignote, presto in via Torrione
scoppierà un incendio.
Di che parli, amico? Nessun lettore
conosce strade per sentito dire. Siamo coinvolti
quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia
del sangue giornaliero, mutando in questo modo
i viadotti in languori. Più avanti c’è il garage:
lì parcheggiavo di notte i pensieri e le carte.
E c’è la corteccia dei platani che spira ora,
nonostante la loro stanchezza si calcoli
cerchio a cerchio, anulari a modo mio,
privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace
sul braccio la mano. Poggio le dita ancora abili
nel solletico, per sentire la linfa che si consegna;
carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:
scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole
come accenti stranieri di truppe che sparano a mitraglia.
La chiave della crescita è quel filo invisibile
nel tronco, infantile quanto i coriandoli,
e come il sogno che ci sgorga.
Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,
adatta la mia ombra al puzzle dell’asfalto
pieno di chiazze d’olio: naturalmente è
stanca del visibilio di metri percorsi.
I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.
Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,
prevengono in futuro mettendosi nude,
eppure i precedenti di un ramo
sono le epistasi del fusto secondo stagione: come fra me
e te, Gil, c’è il garage dei sogni, l’inventario delle fioriture
nel cuore della cellulosa, mentre il tronco
cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta
dello scirocco sulle scocche ocra.
Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro,
e l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,
ammattisce sulle mascelle nate per denti.
la bocca su di un altro collo ad hoc.
(Words In Progress - 1)
Se molti luoghi alimentano fiammelle
e sono angoli invasi da un rosso torpore
- o sono trincee in cui calano ombre ignote -
presto in via Torrione scoppierà un incendio.
Di che parli, amico? Nessun lettore conosce
strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere
quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia
del sangue giornaliero, mutando in questo modo
i viadotti in languori.
E c’è la corteccia dei platani che spira ora,
nonostante la loro stanchezza si calcoli
cerchio a cerchio, anulari a modo loro,
come i miei privi di sbocco. Spira anche la brezza
e giace sul braccio la giacca che lei non vuole.
Poggio le dita ancora abili nel solletico,
per sentire la linfa che si consegna al cuore;
carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:
scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole
come accenti stranieri sulla passeggiata in via Torrione.
La chiave della crescita è quel filo invisibile nel tronco,
infantile quanto i coriandoli, e adulta fino alla morte.
Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,
adatta la mia ombra al puzzle di chiome
pieno di chiazze d’olio: naturalmente è
stanca del visibilio di metri percorsi.
I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.
Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie
prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti
di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:
come fra me e te, Gil, c’è il bene dei sogni, l’inventario
delle fioriture nel cuore della cellula rosa mentre il tronco
cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta dello scirocco
che scema e va passeggera sulle scocche ocra.
E l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,
ammattisce sulle mascelle nate per denti.
Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:
la bocca si spera su di un altro collo ad hoc.
(Words In Progress - 2)
I
Molti luoghi alimentano fiammelle,
e sono angoli invasi da un rosso torpore
o sono domande cui rispondo alla lettera.
Via Torrione procura sempre un incendio.
Di che parli, amico? Nessun lettore conosce
strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere
quando l’astuzia delle emozioni aggira
il sangue giornaliero, mutando in questo modo
i viadotti in voci, come un gps.
Le radici dei platani sollevano il marciapiede.
Un tizio afferma che la corteccia si rinnova ora,
nonostante la stanchezza si calcoli
cerchio a cerchio, anulari a modo loro,
privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace
sul braccio la giacca che non vuole sudare.
II
Infilo dita appena abili nelle tasche del legno
per sentire la linfa eretta fino ai suoi polmoni,
o più di un ciclo che ruota; carezzo la scorza secca:
dove posso la lascio cadere; scaglie contorte
di cellule rose crepitano sotto le suole
come accenti stranieri sui coni del Nettuno.
La chiave della crescita è la lingua invisibile nel tronco,
infantile quanto i coriandoli, e adulta ritorna alla terra.
Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,
adatta la mia ombra al puzzle di chiome
pieno di chiazze d’olio: naturalmente è
sfinita da un visibilio di incastri artificiosi.
III
I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.
Questo è quanto serve alla vita per immergersi nel corpo.
Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,
prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti
di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:
come fra me e te, Gil, c’è il bene coetaneo che doni, se pure
tra padre e figlio colgo l’inventario delle fioriture nel cordoglio
della separazione. Nel cuore della corteccia, l’albero conta
sempre meno sugli ultimi sbocci.
Tanto sale lo scirocco sulle tabelle, che scema
il nome della strada, quindi, Lettore, puoi ritenerla
ovunque; e tu, Amico, obiettare al vento che la lucidità
seduta in grembo decade al contrario della luce
quando ammattisce sulle mascelle nate per denti.
Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:
così la bocca spera su di un altro collo ad hoc.
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