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Il giorno che mi tocca

di Robert Wasp Pirsig
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Pubblicato il 17/06/2017 14:31:15

 

 

Se molti luoghi alimentano fiammelle,

e sono angoli invasi da un rosso torpore o sono trincee

in cui calano truppe ignote, presto in via Torrione

scoppierà un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore

conosce strade per sentito dire. Siamo coinvolti

quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia

del sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in languori. Più avanti c’è il garage:

lì parcheggiavo di notte i pensieri e le carte.

 

E c’è la corteccia dei platani che spira ora,

nonostante la loro stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo mio,

privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace

sul braccio la mano. Poggio le dita ancora abili

nel solletico, per sentire la linfa che si consegna;

carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:

scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri di truppe che sparano a mitraglia.  

La chiave della crescita è quel filo invisibile

nel tronco, infantile quanto i coriandoli,

e come il sogno che ci sgorga.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,

adatta la mia ombra al puzzle dell’asfalto

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

stanca del visibilio di metri percorsi.

 

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,

prevengono in futuro mettendosi nude,

eppure i precedenti di un ramo

sono le epistasi del fusto secondo stagione: come fra me

e te, Gil, c’è il garage dei sogni, l’inventario delle fioriture

nel cuore della cellulosa, mentre il tronco

cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta

dello scirocco sulle scocche ocra.

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro,

e l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,

ammattisce sulle mascelle nate per denti.

la bocca su di un altro collo ad hoc.

 

(Words In Progress - 1)

 

Se molti luoghi alimentano fiammelle

e sono angoli invasi da un rosso torpore

- o sono trincee in cui calano ombre ignote -

presto in via Torrione scoppierà un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore conosce

strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere

quando l’astuzia delle emozioni segna la geografia

del sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in languori.

 

E c’è la corteccia dei platani che spira ora,

nonostante la loro stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo loro,

come i miei privi di sbocco. Spira anche la brezza

e giace sul braccio la giacca che lei non vuole.

Poggio le dita ancora abili nel solletico,

per sentire la linfa che si consegna al cuore;

carezzo la scorza secca, dove posso la lascio cadere:

scaglie contorte di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri sulla passeggiata in via Torrione. 

La chiave della crescita è quel filo invisibile nel tronco,

infantile quanto i coriandoli, e adulta fino alla morte.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici,

adatta la mia ombra al puzzle di chiome

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

stanca del visibilio di metri percorsi.

 

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie

prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti

di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:

come fra me e te, Gil, c’è il bene dei sogni, l’inventario

delle fioriture nel cuore della cellula rosa mentre il tronco

cede ai suoi ultimi sbocci. C’è la spinta dello scirocco

che scema e va passeggera sulle scocche ocra.

E l’ocra, o la lucidità che decade al contrario della luce,

ammattisce sulle mascelle nate per denti.

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:

la bocca si spera su di un altro collo ad hoc.

 

(Words In Progress - 2)

 

I

Molti luoghi alimentano fiammelle,

e sono angoli invasi da un rosso torpore

o sono domande cui rispondo alla lettera.

Via Torrione procura sempre un incendio.

Di che parli, amico? Nessun lettore conosce

strade per sentito dire. Ci lasciamo coinvolgere

quando l’astuzia delle emozioni aggira

il sangue giornaliero, mutando in questo modo

i viadotti in voci, come un gps.  

 

Le radici dei platani sollevano il marciapiede.

Un tizio afferma che la corteccia si rinnova ora,

nonostante la stanchezza si calcoli

cerchio a cerchio, anulari a modo loro,

privi di sbocco. Spira anche la brezza e giace

sul braccio la giacca che non vuole sudare.

 

II

Infilo dita appena abili nelle tasche del legno

per sentire la linfa eretta fino ai suoi polmoni,

o più di un ciclo che ruota; carezzo la scorza secca:

dove posso la lascio cadere; scaglie contorte

di cellule rose crepitano sotto le suole

come accenti stranieri sui coni del Nettuno.

 

La chiave della crescita è la lingua invisibile nel tronco,

infantile quanto i coriandoli, e adulta ritorna alla terra.

Tuttavia, l’ombra insignita dell’ordine delle forbici, 

adatta la mia ombra al puzzle di chiome

pieno di chiazze d’olio: naturalmente è

sfinita da un visibilio di incastri artificiosi.

 

III

I gesti ricevono la trasfusione di aria in assetto da uomo.

Questo è quanto serve alla vita per immergersi nel corpo.

Qui inseguo un tempo remoto. Le piante di ogni specie,

prevedono il futuro mettendosi nude, eppure i precedenti

di un ramo sono le epistasi del fusto secondo stagione:

come fra me e te, Gil, c’è il bene coetaneo che doni, se pure

tra padre e figlio colgo l’inventario delle fioriture nel cordoglio

della separazione. Nel cuore della corteccia, l’albero conta

sempre meno sugli ultimi sbocci.

 

Tanto sale lo scirocco sulle tabelle, che scema

il nome della strada, quindi, Lettore, puoi ritenerla

ovunque; e tu, Amico, obiettare al vento che la lucidità

seduta in grembo decade al contrario della luce

quando ammattisce sulle mascelle nate per denti.

 

Tutto avanza nell’universo, pure tornando indietro:

così la bocca spera su di un altro collo ad hoc.

 

 


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