Da tanto lontano il cielo è davvero cielo,
in realtà lo ricevo come una galleria tremenda.
Non se ne esce. Nè si entra, semplicemente
la fine coincide ad un punto qualsiasi
in cui l’inizio è un gemito in partenza.
E tu passi nel suo ventre, come malloppo
da una bocca che non c’è,
e lo percorri
fidandoti di una guaina sottile, dei gas crudi,
delle mire sornione di lucette flebili.
Niente di più ci è dato essere
che sangue in cerca di una ferita aperta.
Il molo Manfredi regge un feretro del genio
di Zaha Hadid, così il golfo recupera
la conchiglia che lei immaginò come specchio
del cosmo sulla ceramica del dorso.
Tuttavia, è possibile cogliere perle
da talune vaghezze puntute
sotto l’effetto degli occhi.
Esco a cercarne l’esempio, benché mi sia chiaro
che i dettagli sono contraffatti dall’afa
che veste di sete la sera.
Da lontano il cielo è un amico, gli va riconosciuto.
Un amico è un bene affidabile come le aiuole.
Maurizio pedala quasi sbiancato dal buio,
è civilmente coniugato al manubrio,
il volto esprime saluti legando
con un filo di voce la pedalata a gocce di sudore.
Qualcuna va alla palma che lo sorpassa in altezza.
Si inerpica su di un raggio in pieno lungomare,
dove, per restare agli scogli,
occorre deglutire molto equilibrio
e starsene in bilico sotto i gabbiani
a pensare al meno.
Detto così, l’affetto serale è una carezza del luogo
ed io, tipicamente accecato, rappresento un uomo
posto a lato del proprio sudario
o quel quasi candelabro sulla coperta di Zaha.
Ma è solo la luce che cambia mandato.
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