Sono ai piedi di San Liberatore,
quindi ignoro altre processioni.
Questo è un giorno passato in un
tempo imperfetto, dubito torni, perciò
lo ricordo.
Qualcuno è sul colle che anticipa la vetta
già con le ossa, meno volatili di tutto
l’incenso che lo colse, ma più restie
a lasciare la roccia. La roccia col suo guano
a vapori in una fiamma azzurrognola.
Per capirci,
questo è un monte che si innalza e profila
il papiro del tramonto. Proseguendo
nell’ovest, il cerchio si chiude in un raggio,
unico filo di voce che ruota nel sangue.
Il suo regno di curve nervose e di carta
rosastra sostiene un saraceno tornato
alla luce
per una certa manipolazione della storia.
Con ognuno dei miei genitori riposa,
al modo di commessi dopo il lavoro.
Ho più genitori che figli: non so se è
una colpa, avendo ricevuto indicazioni
in tal senso
ma devo aver tralasciato qualche ordine.
Il mare è una guantiera lì sotto, e sopra
più tazze di spuma che congiunzioni.
Ma io sono qui, quindi ignoro altrove.
Lì, manca la giusta materia di seduzione.
Manca,
mi dite, il conguaglio dell’onda, il resto
è lasciato all’occhio se il panorama paga
la consumazione del luogo. Eppure - io so -
ci sono molte lenti nei ricordi, tanto
poco reali da farli apparire dagherrotipi,
eppure altro è il congegno di posa.
Sono qui,
quindi ignoro immaginarmi altrove.
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