L’afa, che scioglie la timidezza come grasso dai puri,
sollecita la formula: “Quanto dura?”
E’ la battuta che evoca la fine del discorso,
perciò è moto comune
socializzare non all’ingresso ma negli ascensori.
Salendo, c’è più tempo
di notare le sillabe toniche su piani diversi,
come aloni delle parole.
Tuttavia la goccia si forma nella ruga:
il viso appartiene al culto del colpo,
anzi, la pelle è il vivo sacrario delle ossa
e amenità di afrori.
Manca quell’anima che le fa da costume.
O, tutt’al più, illude.
Nella calura, l’ostia del sole non è la sola
che dà comunione.
Nemmeno il succo dell’ombra viene dal frutto dei muri.
Penso ad una insenatura.
Penso all’acqua del fico ai piedi di un hotel, poi abbattuto.
E l'uno e l'altra lasciano tubi.
Penso al tuo vento come sorgente.
Perchè ti parlo con tanto sconforto?
La città è un forno malandato. Le strutture di cemento
dilatandosi parlano chiaro: l’afa crea nei giunti
qualche turista a caso.
Gechi sfuggenti, o pelli mutanti.
Le fontanelle fanno fatica a giustificarsi:
dove manca, l’acqua comunque non ci bada.
In questo contesto, le strade vivono dell’onomastica
che diamo frequentandole a seguito di, a parte i cartelli
di soste vietate, passi insicuri
che oscurano il cielo all’asfalto; così mi fermo
con l’afa alla porta, le braccia scadute ad arti
in disuso.
Il mio pallore, visto a maggio, ad agosto
è una goccia portentosa per similitudine.
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