It had all been working so well and now,
Well, it just kind of came apart in the hand
As a change is voiced, sharp
As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed
Past us into a basin called infinity.
J. Ashbery “Vetiver”
Essere d’acqua è innanzitutto fuorviare la luce.
Che lascia la sua fabbrica per te,
che non ti trova nel luogo cui sei tolto.
Questa quota è raggiunta dall’anima
se, oppure quando, lo scafandro
dell’avverbio ancòra diventa àncora lì.
In pratica, il raggio nel suo verso diretto,
trapassa le spume e si rafforza spezzandosi
privo di vescica natatoria.
Fino al punto in cui i sottomarini
diventano pesci lanterna e aberrazioni
dal corpo fluorescente.
Come i pensieri più intimi che non hanno spine,
ma atti remoti.
Vengono spinti dall’acqua come dice eureka!,
verso alto, talmente alto, che la limpida urna li contiene
nel salotto universale.
Attraversano strati a più riprese, parole lì messe per aria
e altre incomprensibili onde che furono tue
e continuamente vibrano stelle.
Oh poeta, mare frugale del basso porto,
ho una goccia di conoscenza cui non so più dare bacino!
Non avverti lo sciabordio di una chiglia
rompere il silenzio del tuo abisso?
Ti è servito avere tutti quei moli
per i pochi saluti che attraccano?
Sì, una bitta resta libera per nuove cime.
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