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Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il Fanciullino

di Giovanni Pascoli 

Proposta di Rita Mura »

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Pubblicato il 26/04/2026 14:28:11

I.


dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in s lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra et tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'et giovanile forse cos come nella pi matura, perch in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane pi che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ch pi dissimile a s vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ch ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.

O presso il vecchio grigio mare. Il mare affaticato dall'ansia della vita, e si copre di bianche spume, e rantola sulla spiaggia. Ma tra un'ondata e l'altra suonano le note dell'usignuolo ora singultite come un lamento, ora spicciolate come un giubilo, ora punteggiate come una domanda. L'usignuolo piccolo, e il mare grande; e l'uno giovane, e l'altro vecchio. Vecchio l'aedo, e giovane la sua ode. Vinminen antico, e nuovo il suo canto2. Chi pu imaginare, se non vecchio l'aedo e il bardo? Vysa invecchiato nella penitenza e sa tutte le cose sacre e profane. Vecchio Ossian, vecchi molti degli skaldi. L'aedo l'uomo che ha veduto (ode) e perci sa, e anzi talvolta non vede pi ; il veggente (aoids) che fa apparire il suo canto3.

Non l'et grave impedisce di udire la vocina del bimbo interiore, anzi invita forse e aiuta, mancando l'altro chiasso intorno, ad ascoltarla nella penombra dell'anima4. E se gli occhi con cui si mira fuor di noi, non vedono pi , ebbene il vecchio vede allora soltanto con quelli occhioni che son dentro di lui, e non ha avanti s altro che la visione che ebbe da fanciullo e che hanno per solito tutti i fanciulli. E se uno avesse a dipingere Omero, lo dovrebbe figurare vecchio e cieco, condotto per mano da un fanciullino, che parlasse sempre guardando torno torno. Da un fanciullino o da una fanciulla: dal dio o dall'iddia: dal dio che sement nei precordi di Femio quelle tante canzoni, o dell'iddia cui si rivolge il cieco aedo di Achille e di Odisseo.

II.


Ma il garrulo monello o la vergine vocale erano dentro lui, invisibilmente. Erano la sua medesima fanciullezza, conservata in cuore attraverso la vita, e risorta a ricordare e a cantare dopo il gran rumorio dei sensi. E la sua fanciullezza parlava per ci pi di Achille che d'Elena, e s'intratteneva col Ciclope meglio che con Calipso. Non sono gli amori, non sono le donne, per belle e dee che siano, che premono ai fanciulli; s le aste bronzee e i carri da guerra e i lunghi viaggi e le grandi traversie. Cos codeste cose narrava al vecchio Omero il suo fanciullino, piuttosto che le bellezze della Tindaride e le volutt della dea della notte e della figlia del sole6. E le narrava col suo proprio linguaggio infantile.

Tornava da paesi non forse pi lontani che il villaggio che pi vicino ai pastori della montagna; ma esso ne parlava ad altri fanciulli che non c'erano stati mai. Ne parlava a lungo, con foga, dicendo i particolari l'un dopo l'altro e non tralasciandone uno, nemmeno, per esempio, che le schiappe da bruciare erano senza foglie. Ch tutto a lui pareva nuovo e bello, ci che vi aveva visto, e nuovo e bello credeva avesse a parere agli uditori. La parola bello e grande ricorreva a ogni momento nel suo novellare, e sempre egli incastrava nel discorso una nota a cui riconoscere la cosa. Diceva che le navi erano nere, che avevano dipinta la prora, che galleggiavano perch ben bilanciate, che avevano belli attrezzi, bei banchi; che il mare era di tanti colori, che si moveva sempre, che era salato, che era spumeggiante. I guerrieri? Portavano i capelli lunghi. I loro caschi? Avevano creste che si movevano al passo. Le loro aste? Facevano una lunga ombra. Per non essere frainteso ripeteva il medesimo pensiero con altra forma: diceva un pochino, mica tanto!, vivere, mica morire!, e anche parl e disse, si adunarono e furono tutti in un luogo.

Non mancava di quelle spiegazioni che chiudono la bocca: ubbidite, perch ubbidire... meglio solo devo rimanermene senza dono? Non sta bene. La chiarezza non mai troppa: I pulcini erano otto, e nove con la madre, che aveva fatti i pulcini, Aias, quello pi piccolo, non grande come l'altro, ma molto pi piccolo: era piccino.... Qualche volta riusciva sublime, ma senza farlo apposta: saltava qualche circostanza, per giungere a ci che importava pi e che era pi sensibile. Un divino arciere tirava l'arco e per tutto si vedevano cataste accese per bruciare i morti. Il dio supremo mosse il sopracciglio e scosse i capelli, e scroll l'Olimpo che cos grande. Sopra tutto, per far capire tutto il suo pensiero, in qualche fatto o spettacolo pi nuovo e strano, s'ingegnava con paragoni tolti da ci che esso e i suoi uditori avevano pi sott'occhio o nell'orecchio. E in ci teneva due modi contrari: ora ricordava un fatto piccolo per farne intendere uno grande, ora uno maggiore per farne vedere uno minore. Cos rappresentava un mare agitato che con le grosse onde spumeggianti si getta contro la spiaggia, e strepita e tuona, per dar l'idea d'una moltitudine d'uomini che accorre in un luogo; e descriveva uno sciame di mosche intorno ai secchielli pieni colmi di latte, per esprimere il confuso e vasto agglomerarsi d'un esercito di guerrieri.

Questo era il suo solo artifizio, se pure si pu chiamare artifizio ci ch'egli faceva cos ingenuamente che spesso la cosa, mediante il suo paragone, riusciva pi piccola, sebbene sempre paresse pi chiara; come quando confrontava il fluido parlare di alcuni vecchi savi all'incessante frinire delle cicale, o la resistenza d'un grande eroe all'indifferenza d'un asino che seguita a empirsi d'erba nel prato donde i bimbi vogliono cacciarlo a suon di bastonate. No no: il fanciullino del cieco non tanto voleva farsi onore, quanto farsi capire: non esagerava; perch i fatti che raccontava, gli parevano gi assai mirabili cos come erano. Ed egli sapeva, n per altro argomento se non perch parevano anche a lui, che mirabili dovevano parere anche agli altri bambini come lui, che erano nell'anima di tutti i suoi uditori. I quali ora come allora lo ascoltano con maraviglia. E non sarebbe ragionevole, di cose che dopo trenta secoli non si credono pi verosimili. Ma dopo pur trenta secoli gli uomini non nascono di trent'anni, e anche dopo i trent'anni restano per qualche parte fanciulli.

III.


Ma veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere n ad altri n a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine. Egli non avrebbe dentro s quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell'anima sua giungerebbe all'anima dei suoi vicini. Egli non sarebbe unito all'umanit se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novit o indifferente per la consuetudine. Perch non gli uomini si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; s i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d'agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano e giocano.

Eppure chi dice che veramente di generi umani ve ne ha due, e non si scorge che siano due, e che l'uno attraversa l'altro, sempre diviso ma sempre indistinto, come una corrente dolce il mare amaro. Vivono persino nelle stessa famiglia, sotto gli occhi della stessa madre, e vivono in apparenza la stessa vita germinata da uguale seme in unico solco; e questi sono stranieri a quelli, non d'un solo tratto di cielo e di terra, ma di tutta l'umanit e di tutta la natura. Essi si chiamano per nome e non si conoscono n si conosceranno mai. Ora se questo vero, non pu avvenire se non per una causa: che gli uni hanno dentro s l'eterno fanciullo, e gli altri no, infelici!

Ma io non amo credere a tanta infelicit. In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perch con le vedono, o in altri o in s, giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli quello, dunque, che ha paura al buio, perch al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei7. Egli quello che piange e ride senza perch, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva8. Egli quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicit e la sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l'amore, perch accarezza esso come sorella (oh! Il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve) , accarezza e consola la bambina che nella donna. Egli nell'interno dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell'uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di chi pi non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ch ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.

E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perch egli l'Adamo che mette il nome a tutto ci che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni pi ingegnose. Egli adatta il nome della cosa pi grande alla pi piccola, e al contrario. E a ci lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosit meglio che loquacit: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. N il suo linguaggio imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo d un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ci che vide una volta.

C' dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fanciullo tace in voi, professore, perch voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell'officina piena di fracasso e senza sole.

Ma in tutti , voglio credere.

Siano gli operai, i contadini, i banchieri, i professori in una chiesa a una funzione di festa; si trovino poveri e ricchi, gli esasperati e gli annoiati, in un teatro a una bella musica: ecco tutti i loro fanciullini alla finestra dell'anima, illuminati da un sorriso o aspersi d'una lagrima che brillano negli occhi de' loro ospiti inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si riconoscono, dall'impannata al balcone dei loro tuguri e palazzi, contemplando un ricordo e un sogno comune.

IV.



Se in tutti, anche in me. E io, perch da quando s'era fanciulli insieme, non ho vissuto una vita cui almeno il dolore, che fu tanto, desse rilievo, non l'ho perduto quasi mai di vista e di udita. Anzi, non avendo io mutato quei primi miei affetti, chiedo talvolta se io abbia vissuto o no. E io dico s, perch ivi pi vita dove meno morte, e altri dice no, perch crede il contrario. Comunque, parlo spesso con lui, come esso parla alcuna volta a me, e gli dico: Fanciullo, che non sai ragionare se non a modo tuo, un modo fanciullesco che si chiama profondo, perch d'un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporta nell'abisso della verit...

Oh! Non credo io che da te vengano, semplice fanciullo, certe filze di sillogismi, sebbene siano esposte in un linguaggio che somiglia al tuo, e disposte secondo ritmi che sono i tuoi! Forse quei ritmi ce le fanno meglio seguire, quelle filze, e quel linguaggio ce lo fa meglio capire, quel ragionamento; o forse no, ch l'uno, abbagliando, ci distrae, e gli altri, cullando, ci astraggono; s che il fine del ragionatore non ottenuto come sarebbe senza quelle immagini e senza quella cadenza. Ma mettiamo che sia: ora il tuo fine non , credo, mai questo, che si dica: Tu mi hai convinto di cosa che non era nel mio pensiero. E nemmeno quest'altro: Tu mi hai persuaso a cosa che non era nella mia volont. Tu non pretendi tanto, o fanciullo. Tu dici che in un tuo modo schietto e semplice cose che vedi e senti in un tuo modo limpido e immediato, e sei pago del tuo dire, quando chi ti ode esclama: anch'io vedo ora, ora sento ci che tu dici e che era, certo, anche prima, fuori e dentro di me, e non lo sapeva io affatto o non cos bene come ora!

Soltanto questo tu vuoi, seppure qualche cosa vuoi dal diletto in fuori che tu stesso ricavi da quella visione e da quel sentimento. E come potresti aspirare ad operazioni cos grandi tu con cos piccoli strumenti? Perch tu non devi lasciarti sedurre da una certa somiglianza che , per esempio, tra il tuo linguaggio e quello degli oratori. S: anch'essi, gli oratori, ingrandiscono e impiccioliscono ci che loro piaccia, e adoperano, quando loro piace, una parola che dipinga invece di un'altra che indichi. Ma la differenza che essi fanno ci appunto quando loro piace e di quello che loro piaccia. Tu no, fanciullo: tu dici sempre quello che vedi come lo vedi. Essi lo fanno a malizia! Tu non sapresti come dire altrimenti; ed essi dicono altrimenti da quello che sanno che si dice. Tu illumini la cosa, essi abbagliano gli occhi. Tu vuoi che si veda meglio, essi vogliono che non si veda pi. Il loro insomma il linguaggio artifiziato d'uomini scaltriti, che si propongono di rubare la volont ad altri uomini non meno scaltriti; il tuo il linguaggio nativo di fanciullo ingenuo, che tripudiando o lamentando parli ad altri ingenui fanciulli.

Non cos?...

Fanciullo, dunque, che non ragioni se non a modo tuo, dicendo di quando in quando le sentenze pi comuni e pi sublimi, pi chiare e pi inaspettate, tu puoi per altro, in ci che ti riguarda pi da presso, e intendere la mia e dire la tua ragione. Per questo ti parlo con pi gravit che io non soglia, e vorrei avere da te una risposta meno...come ho da dire? Infantile?... poetica, che tu non costumi.

V.



Tu sai che io ti amo, o mio intimo benefattore, o invisibile coppiere del farmaco nepenths e cholon, contro il dolore e l'ira, o trovatore e custode d'un segreto tesoro di lagrime e sorrisi!. E sai ancora che io non ti credo, come fanciullo, cos irragionevole, n stimo un perditempo l'ascoltarti quando detti dentro. Oh! No, molto ci corre. Sebbene qualche volta, a vedere le tiritere isosillabiche e omeoteleute (non ti spaventare! come dire versi rimati) con le quali certi orecchianti vogliono far credere di far l'arte tua, anch'io rischio di pensare, come molti, che codesto parlare cadenzato e sonoro non sia naturale n ragionevole. Ma un momento. Dimentico quelle tiritere, e dico a te che per quel momento mi fissi tra spaurito e malcontento con codesti occhi che vedono con maraviglia; dico a te:

No no: non temere. Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta. L'uomo le cose interne ed esterne, non le vede come le vedi tu: egli sa tanti particolari che tu non sai. Egli ha studiato e ha fatto suo pro degli studi degli altri. S che l'uomo dei nostri tempi sa pi che quello dei tempi scorsi, e, a mano a mano che si risale, molto pi e sempre pi. I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo.

Certo ti assomigliavano, perch in loro il fanciullo intimo si fondeva, per cos dire, con tutto l'uomo quanto egli era. Maravigliavano essi, con tutto il loro essere indistinto, di tutto; ch era veramente allora nuovo tutto, n solo per il fanciullo, ma per l'uomo. Maravigliavano con sentimento misto ora di gioia ora di tristezza ora di speranza ora di timore. Se poi tale commovimento volevano esprimere a s e ad altri, essi traevano fuori dalla faretra, per dirla con te, certi preziosi e numerosi strali di cui non si doveva far gettito.

Pronunziavano essi, i primi uomini, con lentezza uniforme, con misurata gravit, la difficile parola che stupivano volasse e splendesse e sonasse, e fosse loro e diventasse d'altri, e recasse attorno l'anima di chi la emetteva dopo la lunga silenziosa meditazione. Oh! non le gettavano essi come cose vili che soprabbondano, le parole pur mo nate, legate coi pi sottili nodi, segnate con le pi vive impronte, lavorate coi pi ingegnosi nielli! Ne vedevano essi tutti i pregi, e il peso e il timbro del loro metallo, e il suono col quale in principio rompevano dalle labbra schiudentisi, e quello col quale in fine ronzavano nelle orecchie aperte. Or tu, fanciullo, fai come loro, perch sei come loro.

Fai come tutti i bambini i quali non solo, quando sono un po' sollevati, giocano e saltano con certe loro cantilene ben ritmate, ma quando sono ancora poppanti, e fanno la boschereccia, con misura e cadenza balbettano tra s e s le loro file di pa pa e ma ma.

E in ci ragione perch natura. Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola. Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. E in ci il mistero della tua essenza e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo (non questo o quello, ma il ritmo in generale) col quale tu, in certo modo, lo culli o lo danzi! Come sono stolti quelli che vogliono ribellarsi o all'una o all'altra di queste due necessit, che paiono cozzare tra loro: veder nuovo e veder da antico, e dire ci che non s' mai detto e dirlo come sempre si detto e si dir!

E si ribellano, gli uni con gli schifi gesti di pedanti: Questa metafora non in...(e qui il nome d'un poeta a mano a mano pi recente) ; gli altri con pugnaci atteggiamenti di novatori: Questo non assai inaudito e inaudibile! Quelli sono in generale vecchi che nella vecchiaia credono riposta ogni autorit; e questi, giovani che nella giovinezza imaginano insita ogni forza; pi noiosi questi di quelli, perch l'un vanto sempre con impertinenza, e l'altro non mai senza tristezza, e perch se gli uni non intendono pi, per senile sordit, l'arguto chiacchiericcio del fanciullo, gli altri non lo intendono ancora, per quello schiamazzare che fanno, miseramente orgoglioso, intorno al loro io giovane. E, in verit, giovani non sono, ch d'essere, se fossero, non si accorgerebbero. D'essere vecchio uno si accorge s, qualche volta, e allora si veste, si tinge, grida a giovane. forse il caso di voi, vecchiastri?

A ogni modo, pace. Sappiate che per la poesia la giovinezza non basta: la fanciullezza ci vuole!





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