Dafne, prima di alloro, con un cappello a cloche
e un fiocco verde, già fuggiva alla mistica
aggressione del tempo:
“Apollo è un furfante carrozzato, un dio
ingiustificabile, tende al sole, getta ombre
sull’Olimpo, come quelli della stessa risma.
Marmo d’ufficio e carta bollata, con testi assorti.
Io li condanno, avverso le deità perchè vengono
nei templi a tentoni, a braccia con serti, a scrocco,
e non c’è modo di apparirgli senza ferite.
Sono come noi, solo come noi siamo noi;
non di versi gli abietti – di poeti ne ho conosciuti
solo in pectore.
Niente può essere soprannaturale se di umano
concepimento, anche nella cerchia del sintomo
e della conseguenza, del giglio e della folgore,
del visto e, ancor più, del sentito: dal carbonio
alla parola, credo.
Di calibro uguale i miei conterranei: coinvolti
da una certa atmosfera vengono presi dall’ansia
di possesso, cedono al potere di acquisto
come all’acquisto di potere. Si spendono a vuoto.
Che c’è di sovrumano, quindi? Lo sforzo vero
è del neutrino, dico io, che ha le sue ragioni -
talché il semplice elemento, uno all’anno,
interagisce con il corpo senza farsi vedere,
ma qualcosa ci trapassa, e lo vorremmo,
con gentilezza, nei limiti della pelle;
in tal modo labbra mani conforti provano
a toccarci ma non c’è contatto, nonostante
la violenza lasci un segno, afferma la scienza,
esatto se possibile.
Ho rivisto Apollo: un tiro dei calabroni.”
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