E giù pretese come un falco: saremmo arrivati prima
librati al di sopra dei precetti e atterrati
per giunta!
Che sguazza nell’uomo
oltre il pensiero di bruciare più in fretta
di case e poderi, ma dopo ogni antenato?
Spirito dell’uragano! O spirito dell’acqua, a morirne:
a morirne, intendo, senza la perifrasi
della sofferenza anzitempo. Un pino si schianta
e due automobilisti inventano ricordi
che già c’erano: vivi ancora.
E anch’io falco, così: come tentando, vorrei dire,
nel mio corpo sempre meno originale
Un corpo perde originalità come qualsiasi
mezzo di passaggio - tanto più i suoi atti
comunque non mancano.
Sentivo, da Eracle, a fatica spintosi a una certa vetta,
per via di racconti censiti quanto dati miracolosi,
che la roccia è nuda, come se una neve di calcare,
del primo momento di fuoco procurato,
la ricoprisse senza la perifrasi della panglotta.
Sicché la fiamma multilingue aveva provveduto
ad incenerire il verde tailleur con cui monti,
alture basse, valli profonde, pianure infossate,
depliants
con belle passeggiate degli occhi
erano volati ai santi, quelli terrestri.
Atmosfere di guadi improbabili, in questo secolo
dai secoli a venire: magre e/o secche.
Ma il mezzo uomo che parla è di pietra già adesso
e su questa pietra leggo un pronostico.
Non guardo la bocca
che per le parole è la riga mossa
ma il segno tipico
del corpo che rifiuta l’ombra che la tocca.
Odo il dolore sferragliare più delle sue cause.
Perifrasi della vecchiaia, certo, ma cauta
proprio per l’attraversamento del doppio senso
di marcia.
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