(to R.C.)
Oggi ho aperto gli occhi come un sepolcro.
Un parallelo opportuno perché nello specchio
ho visto una pietra corrugata muoversi
verso destra, dal lato dell’occhio sottomesso.
Intendo che, se un cattivo risveglio c’è stato,
è avvenuto cercando di rimuovere la pietra
dello scomparso. Subito mi è sembrato
superfluo l’appello ai viventi: chi è dentro,
da dentro chiama e rispondo a memoria.
Ma la sola parvenza non giurerebbe sul vero
rinvenimento della grazia e della contumelia
data l’assenza della fonte che mi rincresce.
I fuoriusciti non mancano di denti, ma della
lingua che parla all’esterno. All’esterno,
in quel preciso momento, è nato un gioco
dialettico sostituendo una lettera:
nei vivi, la carne è presa dai verbi;
nei morti, la carne è presa dai vermi.
Appare quasi in tempo chi per me recita
la parte dell’ora ed entra nell’orologio
con un passato lancinante: e qui ti volevo,
qualsiasi amico tu fossi.
Soprattutto, non ci sei come convenuto a voce.
Mi hai lasciato al di qua del tuo primo orizzonte.
Mi hai dato il compito di muovere la pietra
dal tuo nome, poi riporla sul tumulo che aspetta:
un simulacro da pensare nel limite dell’azzurro
e della sarabanda nel sangue, resi netti
per quanto adesso parlo solo di eri.
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