Desidero dire alla donne che amo l’acqua
che le disseta, immagino sappiate perché.
Come invaso, da una a riva a tutte; come
l’ultima goccia, al limite del mento volitivo,
solitaria eppure avvertita persa, rincorsa.
Penso ve ne siate accorte, benché non pare
mostriate attenzione a questo satellite rozzo
incatenato nello spazio delle vostre orbite.
Al vostro cospetto mi sento come inatteso,
sconosciuto, infine stazionato, anche superfluo.
Oltretutto certo di non attrarvi abbastanza.
Francamente, non mi metto in vetrina
perché mi sfugge il senso da voi cercato
nello specchio occasionale quando anch’io
mi guardo e mi trovo tale, purtroppo
privo di riflessi pronti. Così vetri e manichini
hanno più fortuna di prendervi in giro,
ma io nel chiuso non vi terrei all’oscuro:
se potessi aprire una finestra nell’anima
vedreste il ramo singolare farsi fronda
per il nutrimento che il vostro sguardo aggiunge.
Ma il desiderio può diventare uno zoccolo duro
e in qualche caso calpestare la parola amore.
Aggiungo che qualora vi abbia dato fastidio
il mio sguardo insistente - vi assicuro che mai
ho creduto facile suscitare il vostro interesse -,
vorrei che le scuse affidate a questi pochi led,
che ancora mi servono, sollecitassero il vostro
perdono, giustificato perché l’occhio, le labbra
o le dita corsare vi raggiungono senza ceri
e la richiestra di una vostra grazia fu fatta
a priori con questa preghiera:
“Salve, Regine, quando mancate
sono in genere più vuoto.”
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