Mi è giunta una soffiata: Eolo non c’entra
con gli abiti sollevati dai corpi tremanti.
Li aggredisce la marea delle mani; e l’opera
d’amore, che non è presiedere le convenzioni
sull'argomento cuore, batte sui martelletti
vocali e viene il mormorio come a riva
struscia la chiglia e ruglia l’aria sulle creste.
Perché non esiste la calma se qualcuno soffia
sul collo. L'atmosfera in quel luogo, sia esso
buio oppure inutilmente al sole, con uno strumento
invisibile, magari, fa pressione - io so -
da una parte all’altra della carotide,
poi accalca suoni l'emozione chiamata terrore
restituendo le onomatopee del corpo
o della resistenza ai colpi.
Vorrei conoscere a fondo i quattro cardini
della sua rosa: tramontana, levante, ostro
e ponente, tra i due seni, la corda vocale,
vibrante nord, e il ventre infuocato deserto.
Li avvicino con una banderuola che ruota,
e ruotando indica che: ognuno di voi è salubre
fino alle ossa, poi sbatte la porta e il dolore,
già sulla soglia, fa fatica a mantere colonne
di fogli di riso, come sumi-e rosso labiale
(questa “e” oltre a congiungere pigmenti diventa
pittura nel luogo in cui c’è: non il bacio
ma il suo mito vergato da un ricordo). Nulla
cambia per le fossette se gli angoli
della bocca aprono il fusto dei fianchi;
e tracolla il volto. Il viso è una bella platea
quando le ciglia applaudono; e salubri
dovrebbero essere i loro intermedi: gregale,
scirocco, libeccio e maestrale, diciamo la mezza
misura del naso, le gote scoscese, la fronte
a picco, la gola più adatta in quel punto.
Tornando all’amore, con l’aria che tira,
è chiaro che un’isola percossa da folate
sarà solo uno scoglio. Questa congettura
diventa assassinio - each man kills the thing he loves -
quando la violenza trasforma il desiderio
in una maledetta psicosi. Sembra una diavoleria
ma è un soltanto il vuoto in un uomo.
O rosa, abbi cura di te da sola; e sola
guardati dal vento di controvento, anche
per questo ti amo, come amo il prato ma
non lo pianterei in salotto o, desiderando
dormire tra verbena e rosa, non n’eradico
per adagiarle nel mio letto. Men che meno
soffierei il seme su posto.
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