Il vero problema è l’immaginato.
Appare sulla retina non l’oggetto
ma ciò che a memoria abbiamo toccato.
Osservo una ruga: non arriccia lo specchio;
nell’ottica di un frangente anche l’anagrafe
diventa un fiore all’occhiello, lo stelo minuto
dietro il bavero del tempo.
Da un punto parte il futuro, ma non so
dove è passato. Non saprei trovare quel punto.
E’ soltanto uno, diamine! Oppure sono troppi
e tutti fanno la stessa strada. Chiudi gli occhi, e luce fu.
Allora, Isaia si alzò tra gli astanti come un cedro dritto
prima del rimboschimento. Assalonne fece segni
convenuti per zittire Gioele pieno di invettiva
contro gli Assiri; il sacerdote mostrò il frutto
precedendo la gemmazione di un’altra stagione:
”Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni,
né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza.”
Ed io, non tanto vecchio come allora, riflettevo
che questa è la poesia, pur non sapendone
e stando tra tanti che professavano di conoscerla,
frequentarla, addirittura ne facevano ovunque!
Avrei dovuto sentirmi perso; però no!, non lo ero.
Ecco la piega che non prende lo specchio presente.
Anche a me è accaduto (succederà anche a te, ne sono certo)
di sperare diversamente, e oltre, il circondario del campo
del Seminario o ai Salesiani, ma senza più poterne uscire.
Da ragazzo, i muscoli si formavano
sul terreno dei santi che, per la gibbosità dei rosari,
a quanto pare mantiene in alto i passi e le mani.
In seguito quei paradisi si sono svuotati,
come se per i crediti del cielo
occorresse un piano regolatore meno effimero
della figura del cedro.
Da quel giorno, Isaia non tornò più sull’argomento,
benché richiesto. Egli considerava profetico che:
“perché il più giovane morirà a cento anni
chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto.”
Non ebbe il tempo di verificarlo,
e spero non tocchi a me, o a te, contraddirlo,
ma le rughe tra loro già ne parlano.
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