Sembra essere molto tardi
per tornare a qualsiasi ieri.
Ogni data collassa, cede di peso.
Le date sono spalle malmesse
per quel ponte che l’attimo regge
solo a mente fresca.
Ah! Le lancette come bombardieri
sulle macerie: erano costruzioni
durate niente, per quel che in giro si sente,
o nulla o momenti.
La casamatta del cranio custodisce la guerra
di riferimenti: una cantina
inaccessibile in cui maturano i numeri;
spremuti, e quelli duri si mitigano,
nella ferita a quadretti.
Numeri spiegati ma intrattabili
non lasciano spazio a luci efficienti.
La notte spazza i viandanti con la luminescente
saggina dei clacson. Per legge, gli abbaglianti
lampeggiano ma i motori non devono tuonare.
L’età dei passi muove in silenzio un tanto al metro.
Com’era facile saltare il cancello al rientro del giorno
sulle gambe e col gomito in bilico
prima che si svegliassero l’acqua e il secchio nei portoni!
Fino ad un certo punto, e poi mai più,
una caffettiera si avviava al compito di scossa
nelle asperità del dormiveglia. Almeno
un altro borbottio passa dalla camera da letto
e mi raggiunge: non rispondo, come sa un uomo
che passa il tempo, che finge il bel sonno
ma tra le pupille invoca un punto o l’altro
che usava a membro.
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