“appagnato / senza sapiri”
D.M.
ad Arbadom
Proteso per la lingua, un architrave
legge il tono della stanza; la parola
indossa l’eco e sfila; il piancito regge
l’attitudine ai passi alti; la mezzeria
del fiato conforma il diaframma:
è una passerella al santo portato,
che alloggia in gola: il fiato la percorre;
soma il portento della voce;
questa è la pubblicità di una nuova
fondazione: così la pianta disegna
il carpentiere; siano o meno volatili
gli utensili del colore, l’ape dell’accento
poggia il rigo pendulo su chi piega
il muscolo dell’alfabeto;
orlo, innesto e forra, ruglia il sangue
e mette a fuoco il dente, lo forgia,
ne saggia l’offerta, conia una parcella
magra, di fame, nemmeno un grazie, ma
sii benedetto tu che fai opera
degli altri vuoti (dico di me a costui);
questa consapevolezza fa presa nel creato;
l’esempio del silenzio trova adatto l’uso
del verbo migliorato con il suono, prima
viene la corda adatta, da sigma lunato,
per il fenicio al siculo, l’alessandrino
cupo, il genio “appagnato / senza sapiri autru”
- chissà se ho scritto la tua lingua nel modo giusto
per dire altro di me che tu intendi.
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