Sul copriletto dove vive il gelo,
e presumo anche l’acqua si copra,
trovo l’insonnia inadatta per l’ora, benché
il tempo faccia in tempo a fermarsi
nei condotti del tepore. Poi: è freddo fuori.
Volta e si rivolta il corpo perché lo spazio è certo,
ma impalpabile al buio, tanto che il vecchio sangue
corre e batte e scivola e si rimette in piedi. Sulla parete
il pensiero fila a fronte come un ragno:
immobile, fautore dell’agguato a cottimo (più la posa
è sostenuta, più la vittima appare). Freddo,
e dirò ineccepibile in un certo senso, fa missione
di ingrandire ombre e pare questa o quello altrove.
Ogni falena deve sembrargli un’orca
ma per la falena lui è quel pescatore il cui amo
precede il morso.
Pur con la sua statura, qui il cielo è più basso
qualunque atmosfera sogni
e si piega a me per espugnare la mente
con il suo cavallo: un occhio,
e l’altro che lo segue.
Mi sento liquido in questi frangenti
come scritto dall’acqua all’approdo.
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