Il vino dà modo alla vigna
di sopravvivere nella forma di vetro.
Il gusto asprigno è pungente in quanto riflesso
della lingua come schiocco; e persistono in copia
l’uomo accasciato e la tavola rimbandita.
E si sappia che in questa casa io nutro il tempo
con piatti momenti, anche vuoti,
anche sporchi, soprattutto viene naturale
il confronto di opinioni tra sè e se
usare un verso a sorteggio. Viene il pensiero in gessato.
Vedo eserciti di grafemi, aste in resta, truppe
elementari sul foglio di battaglia, una carta
stropicciata dal vecchio portaordini trafelato.
L’occasione non fa il pretesto in genere,
ma il pre testo è affollato di intenzioni per donarsi;
e se trovo deserto qui intorno, questa è l’oasi
nella quale l’ombra è la migliore compagna; ossia:
l’idea di un sorso non tocca l’acqua, liscia la carta
e tocca a quel lume nel vetro, già al mattino,
scaraventare la ragione nelle scarpe
e dirle va, va, va oltretutto, come si dice,
pare faccia il buon viso a cattiva sorte.
O il viso cattivo pare faccia da buona sorte.
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