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Parlo per quel che serve al vento

di Robert Wasp Pirsig
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Pubblicato il 11/12/2017 22:46:22

 

 

L’idiozia è concepire questa come vela,

o lembo o fiocco: inventare un verso

è come dire a chi entra dalla finestra

che è permesso. Non serve lasciare aperto,

ha con sé gli attrezzi. Se scosta una tenda,

rompe come niente il cielo che avevi messo intero.

A questo punto abuso di una tua incertezza.

Insinuo l’etimo, scompiglio i sensi: nuoce gravemente

l’estro. Sul pacchetto c’è la mia figura con un danno

terribile da tastiera.

La poesia sul pomello del battente tentenna.

Evita di bussare, intanto si introduce.

Ti trova curvo, o forse appena disteso: le gambe perse  

tra la spalliera e la mattonella. Una bocca seduta

cambia poco: il verso uscendone letto, meno.

Ho paura che questo non piaccia, ho paura

per me che aspetto il prossimo, che provoco vento,

che guardo l’orologio, non fermo il tempo.

Ho parlato con un amico: “Bob,

questo gesto è perso. Se sei passeggero,

e resti tra l’anagrafe e lo zero, ti conservi

sereno nel cielo che l'intruso ha rotto.”

Le fessure branchiali di uno squalo

somigliano inconsapevolmente a www.

 

 

 


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