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Doro

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 01/05/2019 14:06:49

Doro 

 

Dalla cabina era stato annunciato l’atterraggio. Spegnere i dispositivi, chiudere i tavolini prensili, agganciare le cinture, non accedere ai bagni. Nel buio della sera inoltrata, le luci della metropoli si dispiegavano in basso a miriadi: lui si percepì creatura minuscola dentro il guscio di lamiere.

All’aeroporto lo rincuorò la prima parola che colse: exodos. Pensò a Mosè.

Quando il taxista gli chiese “where are you from?” e lui rispose “Italy”, quello si produsse in un trasporto di chiacchiere che non finivano più. Parlava degli immigrati. Delle loro necessità. E poi delle building. Delle building  che avevano riempito Atene dopo la dittatura.

Costantino non aveva voglia di ascoltarlo. Annuiva e integrava appena la scialorrea anglofona che usciva dalla bocca del greco: pensava allo scopo del suo viaggio.

Finalmente la via Socràtes fu raggiunta. Pagò. Salutò con ritrovata giovialità e kalispéra in chiusa.

La stanza dell’hotel era abbastanza confortevole. Ampia, con il parquet in legno e il bagno ristrutturato di recente, si affacciava dal quinto piano incontro a un edificio di architettura funzionalista, biancastro e vuoto. Sotto, in corrispondenza al balcone privo della ringhiera di sicurezza, i cassonetti dell’immondizia.

Volle ignorare la contingenza e si ritirò in bagno per sciacquare viso e mani. Ma un rumore esterno, simile a quello di uno sparo, attirò la sua attenzione. Aprì la finestra e si sporse quel tanto per cogliere, oltre l’ incrocio di strade, del fumo e poi quattro o cinque celerini con casco, manganello e scudo antisommossa.

Rabbrividì ma realizzò che non c’era aria di paura intorno: tutto si svolgeva nella più assoluta normalità. Il reparto mobile doveva aver sedato qualche piccolo disordine.

Decise, tuttavia, di rimanere in camera per quella sera. Erano già le undici, ora locale, e sarebbe stato un peccato buttare nella spazzatura i due panini al prosciutto. Inoltre, il viaggio, il pensiero del viaggio, l’attesa in aeroporto lo avevano stancato.

La notte fu priva di sogni. Solo accompagnata dal fischio del condizionatore d’aria azionato nella stanza attigua, percepito da dietro il muro giallo ocra.

All’apertura dei battenti si presentò per fare colazione. Gli venne incontro un’inserviente, gentile e dimessa: lui disse kaliméra e lei buongiorno. Si servì yogurt greco, latte macchiato, fette biscottate, burro e marmellata. Nella penombra della saletta quieta, adibita al breakfast, pensò che finalmente, dopo quarantasette anni, avrebbe calpestato il suolo della città che portava nelle viscere e che aveva visitato quando frequentava l’ultimo anno del liceo.

Ricordò di aver tratto dalla vista dei templi un senso di soggezione, quasi di vaga e inspiegabile inferiorita’ davanti ai lasciti di una civiltà tanto evoluta eppure così lontana.

Negli anni, il suo mestiere gli aveva più volte richiesto di ritornarvi col pensiero e, con le parole, aveva illustrato a generazioni di studenti i dipteri e i peripteri intorno alle celle, gli ordini dorici e corinzi delle colonne, le metope e i triglifi dei fregi, le figure umane concepite da Fidia per i frontoni.

Aveva cercato di imprimere entusiasmo alle sue lezioni, sottolineando l’eleganza formale della rastremazione e l’intenzione identitaria della immortalità.

In quelle quarantasette primavere non era più ritornato. Come se avesse voluto serbare, per unico ricordo guida, l’immagine di una giornata ventosa, un gruppo di ragazzi, dalle pose scomposte, raccolti sotto la mole incombente di un edificio di suprema misteriosa abbandonata bellezza.

Ma adesso, con i soldi della buona uscita, voleva riavviare un richiamo che non aveva mai smesso di pulsare.

L’hotel distava venti minuti dall’acropoli. Percorse il tragitto a piedi. Passò davanti al mezzo busto di Pericle sorretto da un basso piedistallo. Un tuffo al cuore, una palpitazione poi prolungata alla vista di un povero, coperto da un panno, disteso sulla soglia di un portone chiuso.

Quando fu nel quartiere di Monastiraki, l’ansia lo spinse di fretta verso l’altura: voleva vedere con urgenza l’edificio dedicato alla dea Parthenos che per tanti anni aveva presentato ai suoi allievi, citando Ictino, Callicrate, Fidia e tutti gli altri .

Riascoltare se stesso, quel che aveva capito, forse valeva più della statua crisoelefantina andata distrutta…

Attorno ai Propilei si affollavano vari turisti. L’accesso era disagevole  senza gradinate regolari.

Costantino forzò i blocchi e gli assembramenti. Lui, a differenza della massa impegnata a fissare immagini nel digitale, si proponeva di individuare tutti i pezzi che aveva studiato nella mappa.

Il tempietto di Athena Nike all’angolo, sulla scarpata, gli parve grazioso. Le copie delle Cariatidi nell’Erettdo sempre capaci della loro forza d’attrazione.

Il Partenone invece era ottenebrato nella sua bellezza dalle impalcature. Griglie fitte di ferro alloggiavano tra le mitiche colonne contro le quali un disgraziato doge aveva ordinato, secoli prima, di far fuoco.

Ai piedi del complesso, lastroni di marmo indicavano il progetto di restaurazione.

Costantino non perse l’entusiasmo davanti al cantiere aperto: quella era un’opera che meritava le cure dei mortali per l’eternità.

Era arrivato finalmente nel luogo dell’ origine: desiderava stazionare lì tutto il tempo necessario per riempirsi della potenza che i sacri edifici emanavano e rinnovare la consapevolezza che quelle erano le radici della cultura cui si era formato. Voleva guardare da tutte le angolature la sua acropoli, ammirarla da vicino ingrandita, osservarla da lontano, dal Licabetto, nella sua immagine di sogno.

Nel pomeriggio, dopo un veloce pasto, decise di prolungare il nutrimento con la visita al museo archeologico. E naturalmente si fermò a lungo davanti alle statue, alle lapidi, agli oggetti rinvenuti durante gli scavi.

Infine, scese lungo il vialetto lastricato: si accorse di avere fame. Entrò in un locale della catena Beneth e si concentrò su una focaccia rotonda, fatta alla greca con la pasta a filo: un echino.

Decise di consumarla su uno dei sedili di legno disposti in piazza, già occupati da persone.

Fu raggiunto, all’improvviso, da un’anziana signora col cappotto sdrucito  che gridava ad alta voce e ripeteva la stessa parola.

A lui parve di intendere: “doru, doru, doru!” e, siccome gli capitava spesso di essere altrove rispetto al pensiero comune, pensò prima al doriforo poi al legno su cui sedeva, chiedendosi che cosa avesse.

Ma quella non gridava “doru”, bensì “doro, doro”.

Lui, finalmente, capì: la guardò stupefatto e titubante le porse il doro, la focaccia. Quella ringraziò con un sorriso  e iniziò a mangiare.

Costantino rientrò nel locale, acquistò un’altra focaccia e rimase all’interno  a gustare il cibo.

Per la cena, aveva in mente di raggiungere un piccolo ristorante gestito da un greco che aveva lavorato a Roma per dieci anni. Voleva assaggiare i piatti tipici al lume di candela e scambiare due parole in italiano.

Il ristoratore lo accolse a suon di “ amico mio, sei a casa tua!” e gli propose moussakà e dolmades profumate al limone.

Costantino gli fu grato, anche per il bicchierino di digestivo locale che il gestore italofono volle offrirgli.

A conclusione del percorso nella polis, si predispose a rientrare in albergo. Attraversò di nuovo la plaka, e delle vie larghe e frequentate. Sotto un portico si succedevano in fila i letti di donne clochard, come in una corsia d’ospedale.

Costantino notò la pelle grinzosa dei visi e la massa di capelli grigi e scarmigliati che uscivano da sotto le coperte di tipo militare.

“La miseria accanto alla grandezza”. Pensò.

Poi, arrivò davanti ai cassonetti dell’hotel e capì che sarebbe stato a lungo perseguitato dall’immagine di una vecchia signora trasandata che rovistava nella spazzatura e mangiava l’ uovo che aveva trovato .

Dopo, in camera, il sibilo del condizionatore d’aria dell’albergo gli pose una domanda: al ritorno, l’avrebbe inseguito di più la forza sprigionata dall’immobile sempiterna Bellezza ,cui aveva consacrato i quarantasette anni della sua esistenza ,o la persistente richiesta d’aiuto dell’umanita ‘ offesa?


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