L’anima accartocciata non fa una grinza.
Qualcosa come una rada, la foresta dall’alto,
queste terrazze. Lo spirito emerge sicuro
da un giorno all’altro, ma in quale momento
soltanto il cielo può capirlo. Manca dell’angoscia
nei nervi, della silfide nel sangue: è in tregua.
Ma tregua è una parola bianca, lunatica.
Più delle bianche spume, più delle polveri d’acqua
sotto il tappeto della foschia costiera. E domani,
al più tardi Natale, lo farà affiorare e poi schiantarsi
come niente costruito in noi per fermarlo.
Naturalmente questo spirito è pusillanime: si alza
per poi ritrarsi subito dopo averti abitato.
Su di lui
poggia il manto dell’inevitabile dio comune
a carni, legni, plastiche e minerali, come riportato.
Sia in questo il colmo della leggerezza.
Sia l’uomo allegro; e la ruggine via dalle palle!
Anzi, via le ruggini che passano per infiorescenze
dell’opera ossidativa dell’umore. Il rancore
vada dai piedi alla strada, via via attraversi
il ballo, il canto, le sirene, i legami; consegni noi
al fasciame spiaggiato, da prima che Odisseo
lo testimoniasse nel ventre del cavallo sacro.
In realtà, questa astuzia è tipicamente umana
per quanto vaga. E vaga l’anima si accartoccia,
vede poco oltre: non è la notte ma ci siamo,
pare distesa, e trascende la ruggine
perché possa ancora invocare:
“salvami, salvami o spirito salvo,
dal sospetto che marcire si meriti!”
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