Sia analemma su di te a lungo. E invoco
la boria celeste con la comicità della stella
funambolica e fessa.
Che ti tocchi ilare; e gioia ti venga
come da fare a mare, nasello all’insù,
riccio benvisto che tanto le somigli.
Prima che l’infinito, se lo ha, segni
come sua l’invenzione dell’otto
e ne prenda possesso togliendoti
il merito di avermi sconfinato.
Ti ho desiderato, figlio commesso,
in osservanza al minino comune multiplo
umano, numero che non è quantità,
ma quasità convenuta per amare se stesso:
un giunto cardanico, uno snodo
emozionale tra pronomi non allineati.
Tu, io, noi: questo il meglio.
Così l’interminabile prossimo farà catena
di te e me.
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