Qui è tanta l’erica che il cortile si scopre
appena curato dal pudore del viavai.
Beati passeggeri che hanno fedi
sopra a tutto! Letti, gli uomini
conservano la soffitta per accatastare
brevi momenti, ma i piedi si piantano
sulla coperta: fummo marinai venendo,
sbarcammo sul petto di una baia lattiginosa,
rivolteremo la strada, peli o cuori sfrattati
dalle case; talora entrambi.
Al muro, penso, circondato. Il muro
ha il ruolo di ospite e come universo
possiede la fattezza di un luogo perbene
ma inimmaginabile dal suo interno.
Sì: i muri dividono, ma danno sostegno.
Cara, il vetro è un muro, lo è la distanza,
il silenzio lo è, lo diventa l’isolato.
Alcune stanze sono rette a tinte vive,
le vedo ovunque si alzi la mattina,
eppure quasi crepano dove certe muffe
risiedono, così che, se pure tentino, le finestre
non prendono sole al chiuso, e perdono
ogni altro riflesso in nome della tapparella;
e fatti
per le chiacchiere pettegole
avanzano al cancello fino alla pelle.
Sento il cuore stanco
costruirmi da un pezzo.
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