a D.P.
nel grando mare d'inverno
Nella baia quattro gabbiani (che numero,
questo!) Non di più i bottoni sul risvolto
scuro dell’onda; chiamavano casa la goccia,
orlo dove arrivava l’occhio, silenzio i pesci:
per ciò la rada e tanta cantilena della risacca
né meno sapeva come aprirli a volo.
Ora, se quattro sterni sull’acqua non riuscivano
a convincermi di seguito, cos’altro può spingere
scoglio e tempesta a fare il primo passo
nell’entroterra? Sesso e amore, non c’è dubbio,
sono oceani: ne possiedono indole e dorso,
uccelli e seni.
Quattro ineffabili galleggianti in mente, dove
l’orizzonte è l’idea, e l’idea è medusa lemme,
lemme: l’emme dalla quale fu fatto insuperabile
per brevità, il corso dei fatti di metallo dagli
accoliti del convenuto irreale. E l’incredibile
riflesso di luce che orla di gesso filante
la bella ondina, lei, amore del mio più antico
amore, unico brillante che mi concede
la mossa, è l’idea per un uomo nella cerchia
di tanta dissolutezza, rotta al vento: la chiamo.
Ma c’è un pensiero che mangia il ventre, adesso:
una tenia salmastra invoca coerenza. Niente
di meglio, gabbiani, che sapere a nome vostro
il suo e, a nome suo, il mio.
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