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Fatale

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 02/12/2019 20:38:49

FATALE

Un cancello in ferro battuto, un andito lungo, una fontanella nella corte.
Una casa antica, con la sua storia remota passata tra le mura larghe della fortificazione medievale. Sassi a vista sotto il campanile.
Gene laveva voluta l la loro abitazione.
A Clara era piaciuta: il giardino interno, zeppo di piante, non le avrebbe fatto rimpiangere la villa paterna,immersa nel verde, appena fuori citt.
Lei laveva conosciuto nella cerchia di conoscenze della sorella Adriana.
Gene sembrava somigliarle: alto e magro, le gambe lunghe, le mani nervose, i capelli chiari. Era elegante quando stringeva tra lindice e il medio una Muratti e per come portava la sigaretta alle labbra.
Clara, quel giorno, doveva incorniciare unacquaforte di Marini.
-Per questa ci vuole una piattina dargento.
Lui era uscito dal retrobottega.
Lei non si aspettava di trovarselo di fronte.
-Lavora qui?
-Do una mano a Teo.
Veniva da una famiglia economicamente solida. Doveva ancora terminare gli studi in Accademia. Aiutava ad organizzare mostre.
-Un perditempo- laveva definito la madre, dopo averlo perlustrato da capo a piedi con la folgore azzurra delle iridi.
Clara amava la sua classe. Come piegava lo sguardo. Come lo direzionava. Come indossava il trench con la sciarpa.
Sembrava capace di farla sentire speciale. La principessa del maniero offerto in dono dalla sorte.
Dellex fortificazione medievale possedevano la maggior parte di cubatura.
Al primo piano comandavano enormi travi depoca in legno scuro, allinterno di una stanza di forte impatto evocativo. La mano sapiente degli uomini aveva collocato, nei riquadri del soffitto a cassettoni,dipinti ispirati ad opere letterarie.
Clara aveva portato dalla casa paterna ci che la madre le aveva concesso: un bureau seicentesco, un tavolo in noce e quattro sedie. Gene, un com con intarsi in avorio.
Ma le travi larghe e i quadri del soffitto erano il richiamo principale. Quello che tutti notavano quando facevano visita.
Clara si aspettava che Gene completasse gli studi: lei insegnava gi.
Ma lui, insieme al corniciaio, si divertiva a realizzare composizioni, imitando i quadri di Burri e Fontana. Li mettevano in vendita.
Una distesa materica di spighe doro, che a distanza richiamava i tagli sulla tela, era stata acquistata per una cifra considerevole. Gene ne era entusiasta e voleva ripetere lesperimento.
Clara aveva sorriso, ma poi si era fatta pi seria.
Aveva saputo che giocava dazzardo. E naturalmente perdeva.
Clara aveva tentato di dirglielo con le buone. Poi, con le cattive.
Gene laveva guardata beffardo.
-Pensi ai soldi? Ai soldi? Ma non sei una redditiera, tu?
Clara non aveva parole. Gene sembrava aver perso ogni interesse per lei.
Doverano finiti gli sguardi eloquenti, le parole pronte, i gesti galanti?
Non poteva credere che fosse diventato una misera presenza assenza.
Quando cominci a staccare i dipinti dal soffitto per venderli, Clara decise di confidarsi con la madre.
Era primavera inoltrata. La madre, in giardino tra i rododendri, indossava un abito rosa e teneva un coniglio bianco sotto il braccio. Clara non appena la vide si sent specchiata nella sua bellezza angelica e algida.
-Devi liquidarlo- le disse stringendo le labbra in una piega amara. Aveva tolto la mano dal fianco e il coniglio era caduto con un tonfo sul prato.
Clara avvert la punta del pugnale affondare nel petto.
Non sapeva che fare. O meglio, temeva di saperlo.
Nella stanza, con le larghe travi in legno, il soffitto a cassettoni scheggiato mostrava le sue occhiaie scure, i chiodi sospesi.
Doveva chiudere il capitolo.
Lei si sarebbe ritirata in uno spazio pi ristretto. Lui avrebbe avuto la sua parte.








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