Questa forma custodisce tremori:
figlio padre io piccoli luoghi comuni
fratello fratello e tu sorella madre.
E se pare una teca presa dalla polvere
non c’è velatura migliore: un soffio e
la grana minuta vive in un largo minuto
dove è mandato del verbo occultare
la riduzione della luce. Nel campo
dell’anima, la forma è meno del contorno
contenuto, a momenti più di noi, detto
per compagnia o per ridurre l’oscuro.
Nella luce accadono gli occhi a menadito,
poi per buona fortuna non si perdono al buio.
Mi tocca? Lascia che deponga la pelle.
E dentro le palpebre il talento, la pietra,
né miliare né contundente, ma una scheggia.
Falla da scafo tra rive a vista a vampate.
Questa forma è inesatta. Tutta la natura lo è.
E dunque, il vento ricapitola il maltolto.
La primavera non strappa il riso che sul viso
germoglia, amaro dopo appena un giorno.
Il vento raccoglie negli angoli l’esito graduale
della sua forza, lo fa con insistenza
come chi sente il rifiuto inutile e può strappare
persino il colore dei tegumenti da solo.
Dall’insegnamento del monte fonda
ripari che s’incuneino nel luogo; e idee
concesse ai piedi che le gambe reggano.
Ho trovato un eremo nella teca e per tutto il bordo
una circolazione artificiosa. Così il sangue
si inventa parallelo della fionda e centra
bersagli rifiutando di mirare al suolo.
Gil, la tecnica della mia descrizione contiene
il creato e il falso; la chiave e la toppa.
In effetti è l’unica reliquia del mio girotondo:
l’eternità a cottimo, finché si conserva.
Non credere al tempo dell’ozio, dove cade
la scheggia, la gamba, l’ora io e il noi turgido,
capezzolo e compagnia bella.
Di questa teca appassionati ai gangli eccitati
tanto vibranti da non essere visibili, come dio.
E Dio mi piace così com’è: levato
da terra e posto da capo nel cielo migliore.
Io ricomincio esattamente dal tempo io
per dimenticarmene quando la paura
ordina il caos e vento che non smette.
Con precisione vedo le tue mani depormi
venendo dalla radice come fogli, e stecco
ancora.
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