Nel sistema medico-decimale
il sussurro, l’ansimo, è diagnosi
prima dell’urlo: geme come una
se mente. Risiede in un frammento
del millimetro, tra atomo e attonito,
con lo spessore pallido di un velo,
o il sottile diaframma di pelle
tra glutei e camicia. Lega amo
e polipo, tentacolo al buio, torna
e scava con il principio del vento
l’ubiquità tra persone prive di viso
riviste abrase. La comparsa perde
peso se la notte evapora in spirito.
Una goccia da asporto coglie
la fessura tra labbra e fa gola.
Schiuma relitti e sguscia il cuore.
Copro la resa con l’intuito che fingo.
Recito a memoria le parole che cambiano
continuamente il non visto in vita,
oppure mi prometto l’abisso
che avrebbe scavato la scomparsa
- sobria, certo, inappuntabile,
ma dolorosamente in corso.
C’è la sua gioia che guadagna posto
risalendo a mente, salubre e nuda;
o a ragione proseguo integerrimo
- bavero alzato, occhi spenti, mani
giunte da prima - il nostro fondamento.
E forse neppure: solo mi illudo
che esista un entroterra di ospiti
salvati dal contagio che si respira.
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